lunedì 31 agosto 2015

KENYA 2015: WE ARE NOT MOUNTAINS THAT CAN'T MOVE

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Oggi è il giorno della ripresa per tanti di noi che abbiamo trascorso un'estate che ha lasciato il segno.
E alcune volte ricominciare, o cominciare diversamente, non è proprio così facile. Forse perché si ha la certezza che qualcosa in noi è cambiato, forse perché siamo in attesa di qualcosa, forse perché la quotidianità dei cantieri ci faceva sentire a casa.

E allora regalo a noi tutti, cantieristi, coordinatori, equipe e a chiunque legge questo blog, queste poche righe che a mia volta ho ricevuto da un carissimo amico, a-brother-from-another-mother, che quest'anno ho rivisto dopo tanto tempo proprio durante il cantiere.


"What you do is more important as how you do it.
How beautiful will be when you will realize that your work, experience and your project are building your nation?
If you work with honesty the definitely your post will prepare food for the poor, 
your home will be open to everyone, 
your busyness will become an important business for you 
and for your entire future plan.

I have learned a lot from you people and whatsoever you have learned here in Kenya, kindly share it with the people who never got the privilege of this experience.

My request to all of you is to remain united and remember that no matter what happens in your future, always turn to your daily diaries that you have been writing your feelings and the experiences that will help you discover your attitude towards the experience gained in Nairobi. 


We are not mountains that cannot move"


Asante sana Kevin, tutaonana badaye!

Let's build our future!

sabato 29 agosto 2015

World Humanitarian Day... in Expo

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 'Sfida Fame Zero. Uniti per un mondo sostenibile': questo il tema della partecipazione delle Nazioni Unite a Expo Milano 2015.  

Uniti possiamo costruire, nell’arco della nostra esistenza, un mondo in cui tutte le persone abbiamo accesso, sempre, a del cibo sicuro e nutriente e possano condurre delle vite sane e produttive, senza compromettere i bisogni delle generazioni future. L’ONU, per la prima volta nella storia delle Esposizioni Universali, ha scelto di non avere un singolo padiglione, ma diciotto grandi installazioni a forma di cucchiaio, dislocati nel sito espositivo, a rappresentare gli obiettivi della sfida ‘Fame Zero’.
Il 19 agosto in Expo si è celebrata la ‘Giornata mondiale umanitaria’, una delle tre giornate ufficiali Onu che quest'anno vengono celebrate all'interno di Expo 2015, insieme alla Giornata dell'Ambiente del 5 giugno scorso e alla Giornata mondiale dell'Alimentazione che si svolgerà il 16 ottobre prossimo con la presenza del segretario generale delle Nazioni Unite Ban Ki-moon che parteciperà alla cerimonia e riceverà la Carta di Milano, eredità culturale dell'Esposizione Universale. 
Una giornata importante quella del ‘World Humanitarian Day’ per il quale a Ginevra è stato premiato con il riconoscimento ‘Sergio Vieira de Mello’ (incaricato delle Nazioni Unite morto nell’attentato contro le Nazioni Unite a Baghdad nel 2003) per il suo lavoro di mediazione per la pace il presidente di Caritas Repubblica Centrafricana, il vescovo di Bangui Dieudonné Nzapalainga. 

Nello stesso giorno, in Expo, verso le ore 11, una delegazione Onu, composta da Barbara Noseworthy, rappresentante del World Food Program, Rashid Khalikov, direttore Ocha (Coordinamento degli affari umanitari dell’Onu) di Ginevra, l’ambasciatore svizzero Manuel Bessler, a capo dell’unità svizzera per gli aiuti umanitari, Cornelis Wittebrood, direttore generale Echo per l’Africa orientale, occidentale e meridionale, Toby Lanzer, coordinatore degli aiuti umanitari per le crisi nel Sahel, e Fernanda Guerrieri, commissario generale dell’Onu in Expo, ha visitato l’Edicola della Caritas.
 
Alessandro Comino e Léa Delbes (volontaria in Servizio Civile) hanno presentato alla delegazione le particolari installazioni presenti all’interno del padiglione, opere ricche di significato. 

Nel pomeriggio invece Caritas, attraverso alcuni dei giovani impegnati nel servizio civile presso l’Edicola, ha partecipato al corteo ufficiale.
Ilaria Boiocchi, Marco Erba, Sara Palmieri ed Erminia Pellecchia hanno così contribuito, insieme a centinaia di volontari, funzionari e rappresentanti delle istituzioni, alla parata, nello spirito della solidarietà umanitaria mondiale.

Partita dal Media Centre la sfilata si è snodata lungo la via principale del sito di Expo, il Decumano, per concludersi in fondo al viale, dopo aver sostato davanti al padiglione della Svizzera.
Si è celebrata così in Expo la Giornata mondiale umanitaria istituita dalle Nazioni Unite per ricordare il sacrificio e l’impegno degli operatori umanitari di tutto il mondo e per sensibilizzare i visitatori sulla condizione di milioni di persone nel mondo, affamate e sfollate a causa di conflitti o disastri naturali. 
 
Tanti palloncini colorati e grandi scritte bianche portate a mano dai partecipanti alla parata: ‘zero hunger’, ‘solidarity’, ‘dignity’, ‘humanity’… ma anche ‘compassion’, la scritta composta grazie ai volontari dell’Edicola Caritas. 
Sperando che queste parole si concretizzino sempre di più, grazie all’impegno di tanti che, nel mondo, in diversi settori, operano ogni giorno per i più bisognosi.

HAITI: KAY CHAL 100%

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Haiti. Agosto 2015. 21 giovani, haitiani e italiani. Questi sono gli ingredienti della ricetta del nostro cantiere...MA...ne manca ancora uno, il collante, quello che può far stare insieme tutto ciò. Quindi aggiungete un po di spirito Kay Chal e il tutto è pronto...grazie a questo infatti abbiamo unito le forze, trasformandoci in una mitica squadra di Animakté Kay Chal.
Davvero tutto quello che abbiamo fatto non sarebbe stato possibile senza Kay Chal!!!




















Kay Chal è una scuola per bambini restavek nata nel 2010 all’interno della baraccopoli di Cité Okay grazie alle Piccole Sorelle del Vengelo, un gruppo di suore presente ad Haiti da 25 anni.

Lo scopo di questa struttura è quello di fornire un’istruzione base ai bambini restavek per poi reinserirli nelle scuole statali. Ma chi sono questi restavek? Sono i bambini provenienti dalle province haitiane, spediti all’età di 5 anni nella capitale dai genitori nella speranza di una vita migliore, che poi si ritrovano ad essere gli schiavi domestici delle famiglie delle baraccopoli di Port-au-Prince, dormendo per terra, svegliandosi all’alba per spazzare il pavimento, pulire, cucinare, lavare il bucato, recuperare l’acqua potabile e offrire la notte prestazioni sessuali.

Non hanno diritti, non hanno un nome, hanno solo la speranza di una vita migliore.

E’ in questa realtà che tutto l’anno prestano servizio gli animatori di Kay Chal, che nel pomeriggio trasformano la scuola in un centro di ritrovo e aggregazione giovanile.
Gli animatori di Kay Chal vivono all’interno del quartiere, sono i primi a non avere niente, mangiano un giorno si e uno no, frequentano scuole dove la punizione è essere attaccati alla corrente elettrica eppure nel loro cuore c’è comunque la voglia e l’energia per dedicare il loro tempo agli altri.
Questo tempo potrebbe essere impiegato per procurarsi del cibo (perché kay Chal per scelta non lo offre, sarebbe come una ricompensa e allora non sarebbe più volontariato), per spacciare droga o per trafficare armi come fanno la quasi totalità dei loro coetanei… ma non è così, questi ragazzi hanno scelto la strada meno trafficata e ovviamente la più difficile.
Se penso a quanto è difficile anche da noi convincere un giovane a regalare il suo tempo per gli altri, a fare qualcosa per gli altri, mi rendo ancora più conto di quanto è grande la loro scelta e mi chiedo se io nella loro situazione ne avrei la forza.
Condividere questa esperienza con loro è stato quel qualcosa in più,  un insegnamento, uno scambio e una testimonianza data nei piccoli o grandi gesti:

Stanley mangia un giorno si e uno no ma imbocca i bambini più piccoli del centro.

Juvnel fatica a camminare ma ci accompagna al mare, perché non vuole lasciare soli (incustoditi) noi italiani.

Watson ha una sola borraccia per tutto il giorno ma non beve lui, la offre a tutti i bambini del suo gruppo.

Nael anche se nel suo quartiere è pericoloso farsi vedere con i bianchi ci stringe la mano e non ci lascia soli.

Jaklen vive in una casa già piccola per lui, i genitori e i tre fratelli, ma comunque ci invita ad entrare.

Theusson possiede un solo pallone da calcio e lo regala ai bambini della provincia.

Ridel ci lascia in ricordo l’unica foto che possiede di se stesso.

Grazie ragazzi, siete stati la migliore Haiti che potessi incontrare.







Chiara

Nicaragua: "¡IL CANTIERE NON FINISCE AD AGOSTO! BUEN VIAJE..." :)

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6 - 30 Agosto
Nueva Vida - Nicaragua
Cds 2015

Alle mie cantieriste e al mio cantierista,
a sei persone speciali che mi porterò sempre nel cuore,
ad Ambra, Bea, Cla ,Mari, Nico e Sere.... ¡GRAZIE! :)

“Qua non c'è mai stato solo un mondo solo
credo a quel tale che dice in giro che l'amore porta amore credo 
se ti serve chiamami scemo ma io almeno credo 
se ti basta chiamami scemo che io almeno 
credo nel rumore di chi sa tacere...“


GRAZIE per aver provato con tutte le vostre forze ad immergervi completamente e tutti insieme nel contesto, per aver osservato con occhi differenti i comportamenti, le abitudini ed i volti delle persone incontrate, per essere stati capaci di abbattere qualsiasi muro difensivo tra noi divenendo fin da subito un gruppo unito ed infine una famiglia.

GRAZIE per esservi rispettati, aspettati e presi per mano, GRAZIE per aver camminato insieme, ognuno con i suoi tempi e pause, ma seguendo tutti lo stesso spartito.

GRAZIE per l'attenzione nel prendervi cura l'uno dell'altro, per aver avuto il coraggio di aprire il cuore durante i momenti di riflessione e condivisione ed aver saputo rimanere nudi e sinceri davanti a se stessi e agli altri.


GRAZIE per i preziosi silenzi e le lunghe chiacchierate. 

GRAZIE per i racconti personali, le storie di vita, le lacrime e le difficoltà incontrate durante il servizio in un contesto tanto stimolante quanto duro, complesso e delicato.

GRAZIE per quei lunghi abbracci collettivi in cui si sentivano i battiti dei nostri cuori cosi forti che era impossibile non sorridere e ringraziare Qualcuno per essere li in quel momento, in quel preciso istante e con quegli insostituibili visi.

GRAZIE per la collaborazione, la gioia e la felicitá.

GRAZIE per le tantissime risate, per le prese in giro ed il “saper sdrammatizzare”.


GRAZIE perché ABBIAMO saputo metterci in gioco a pieno con i nostri pregi e difetti, con i nostri limiti, con le nostre paure ma soprattutto con la voglia di fare che ci unisce e ci contraddistingue.

GRAZIE per aver stretto i denti quando la stanchezza e la fatica avrebbero voluto avere il sopravvento, per esservi voluti bene e per avermi fatto emozionare in più occasioni.

GRAZIE per aver regalato una parte del vostro cuore a questo paese, ai bambini di El Guis e di Redes. Senza di voi non sarebbe stato un agosto così entusiasmante! (MENTIRAAAAA!Ahahah :) )

¡GRAZIE PER AVERCI CREDUTO!

Trasmettete nella vostra quotidianità le emozioni, gli stimoli e gli insegnamenti ricevuti qui in Nicaragua; trasmettetele nelle piccole e grandi realtà in cui siete inseriti; trasmettetele con il vostro approccio alla vita ed indistintamente a sconosciuti, vicini di casa, fidanzati, amici e familiari... IL CANTIERE NON FINISCE AD AGOSTO! :) 

VI VOGLIO DAVVERO BENE,
un abbraccione forte e collettivo,
BUON VIAGGIO,
Teo! :)

p.s. vi lascio (per ora), con le parole di un video che sempre mi ricorderà di NOI... di questo cantiere in cui sette sconosciuti diventarono amici per il "semplice" fatto di aver provato anche in Nicaragua, anche a Nueva Vida, anche nella povertà estrema ¡A CREDERE NELLA VITA! :)


"NO ESTAS SOLO,
Te siento
¡LUCHA!
No te calles,
ROMPE EL SILENCIO.
No ignores el dolor ajeno,
¡AYUDA!
Acepta a los que son y piensan diferente.
Ten esperanza.
ABRE TU MENTE, TU CORAZON.
NUNCA dejes de soñar,
NUNCA dejes de actuar.
APRENDE. CAMBIA.
Abres los ojos del alma.
COMPARTE.
NECESITAMOS DE TI.
Basta de violencia,
Vive en sin medio.
EL AMOR EXISTE.
PARTICIPA"

( https://www.youtube.com/watch?v=3YhoejhnW8w  : "De que me sirve la vida -  Camila)

giovedì 27 agosto 2015

Djibouti: le risposte del cuore.

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Sono tornata a casa ormai da qualche giorno e mi sono fatta una domanda: cos'è Gibuti per me?  Di questo paese, che quasi non ne conoscevo l’esistenza prima di partecipare all'incontro di presentazione dei cantieri, che cosa mi è rimasto?
Ho scavato un po’ nei ricordi e soprattutto nel cuore e ho trovato qualche risposta.

Gibuti è TERRA. Te ne accorgi appena esci dall'aeroporto guardando le strade, le case. È terra e solo dopo poche ore te la senti già sulle mani, sui piedi, nel naso…e così ti accorgi che un po’ di Gibuti ti è già entrata dentro.


Gibuti è MERAVIGLIA. Basta lasciarsi alle spalle la città che ti ritrovi immersa nel deserto, dove l’unico rumore è il vento che soffia forte. Ti ritrovi così ad ammirare proprio con i tuoi occhi paesaggi che prima avevi visto solo in tv o su qualche rivista: Lac ‘Assal, Canyon, Sable Blanc, Iles Musha…


Gibuti è UMANITÀ. La percepisci quando vieni accolta nel campo profughi yemenita, in cui sono ospitate famiglie proprio come le nostre, ma che da un giorno all'altro hanno dovuto mettere tutta la loro vita in una valigia e scappare dalla guerra. I loro sorrisi e la loro ospitalità sono stati disarmanti. Hanno aperto le loro tende, che in quel posto si trasformano in veri forni perché la temperatura va ben oltre i 40°, e ci hanno raccontato le loro storie. Sono stati grandi testimoni che le difficoltà non annientano l’umanità.


Gibuti è UMILTÀ. La sperimenti quando vieni accolta nelle baracche dove vivono i bimbi che incontri al centro Caritas. La mamma sistema i pochi cuscini che ha per farci sedere nel posto più comodo e ci racconta la propria storia. Storie di povertà e  disagio, dove Caritas interviene donando loro i soldi per pagare l’affitto – e già: una baracca di 4 m² senza elettricità ne acqua costa 5000 franchi gibutini (25 euro) al mese – e sacchi di riso e pasta. Gibuti è umiltà quando la mamma per salutarti ti stringe in un abbraccio che ti toglie il fiato e ti fa venire i brividi (e mai avrei immaginato di poter avere i brividi a Gibuti con 40 gradi!).

Gibuti è IMPOTENZA. La provi difronte ai tanti mostri che perseguitano la vita di quei bambini: povertà, abusi, violenze, colla… ti senti inutile, impotente difronte a quegli orrori che nessun bimbo di nessun paese dovrebbe mai sperimentare. Ti senti inutile e ti chiedi che cosa mai potrai cambiare tu in solo tre settimane di cantiere. Ma questa è anche una sfida e un invito a essere io per prima parte del cambiamento che vorrei, anche da casa.


Gibuti è PASSIONE. Viene trasmessa dalle tante realtà missionarie presenti nel paese. A partire da Gibuti città dove diverse suore portano avanti l’ecole primaire e i L.E.C. (lire, ecrire, conter). A Tadjoura dove padre Marc si occupa di insegnare un mestiere ai più giovani con corsi per meccanico, elettricista, muratore. Ad Obock con Marianne che si occupa della scuola e dei bambini di strada, facendo con loro lunghe passeggiate sulla spiaggia. Ad Ali Sabieh dove suor Anna, spendendo la sua vita con i bambini disabili, ha creato una classe speciale, il più adeguata possibile alle loro esigenze.


Gibuti è CUORE, donato e ricevuto. E il centro Caritas, con le sue difficoltà e i punti di forza, è stato il luogo privilegiato per questo scambio. Uno scambio con le mamme e i loro bebè, che spesso ti mettevano in braccio per avere un po’ di sollievo da quella creaturina che hanno attaccata al fianco 24 ore al giorno. Uno scambio con gli operatori e i volontari del centro: Alen, Fatou, Amadou, Samatar, padre Eder.. Uno scambio con i bambini accolti al centro Caritas, veri protagonisti di questo cantiere. Uno scambio reso possibile dai loro gesti, dai loro sorrisi, dalla loro vitalità che si faceva sentire particolarmente nei momenti di ballo.



Gibuti è METTERSI IN DISCUSSIONE. Per questo il mio cantiere a Gibuti non è finito il 23 Agosto ma continua ancora oggi e continuerà nei prossimi giorni mettendo in discussione la mia quotidianità, i miei bisogni, le mie scelte , i miei valori, così diversi da quelli gibutini.


Serena

mercoledì 26 agosto 2015

HAITI: MET TÈT ANSANM... POU LAVI FLERI!!!!

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LAVI SE YON TREZÒ 
WI NOU TOUT GEN VALÈ
NOU TOUT SE FRÈ AK SÈ
MENM KÈ MENM PÈ
ANN MET TÈT ANSANM
POU LAVI FLERI!!!

La vita è un tesoro
tutti noi abbiamo valore
Siamo tutti fratelli e sorelle
stesso cuore stesso padre
mettiamoci assieme
per far fiorire la vita!!!!


Così recita l'inno delle nostre giornate di KAN DETE, cantato... urlato da più di 200 timoun yo (bambini) e da un'equipe di ANIMAKTÈ Haitiani e Italiani.
Perché questo non è soltanto un canto, ma è quello che ci è successo davvero. Questa esperienza infatti ci ha insegnato che nonostante le differenze siamo tutti fratelli e sorelle e anche se la lingua cambia, che sia Creolo o Italiano, per capirci basta il linguaggio del cuore.
Grazie a questo siamo stati capaci di unire le forze e metterci assieme scoprendo che ognuno di noi ha un "talento" da donare agli altri.
Tutto ciò non sarebbe stato possibile se fossimo stati solo Italiani o solo Haitiani, infatti è proprio dalla diversità che il nostro cantiere è potuto fiorire.
                                                                                         




                                                          Chiara, Lety, Marta, Matteo, Stefie

martedì 25 agosto 2015

Gibuti: Tu, Adulto Di 7 Anni!

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Ed eccomi ritornato a casa.
Ed eccomi qua a pensare a una realtà lontana 8 ore di aereo che sembra però di un altro pianeta.
Ed eccomi qua a pensare a quei bambini di strada di cui tanto si era parlato nella formazione iniziale a giugno.

Solo in questi giorni di cantiere ho capito però cosa vuol dire essere bambino di strada:
vuol dire non avere un posto da chiamare "casa". Vuol dire che non puoi possedere nulla, da un libro, a una maglietta in piu', a una riserva di cibo o acqua.
Essere bambino di strada vuol dire avere la preoccupazione di mangiare qualcosa entro sera.

Il fare attività al centro caritas quasi tutte le mattine, mi ha fatto capire quanto questi bambini siano poco bambini e quanto diritto ne avrebbero di esserlo.
Se penso al loro diritto di essere bambini un immagine mi viene subito in mente:
una sala, una televisione e tanti volti con la bocca aperta e gli occhi persi dentro quel cartone animato! Ecco, quello è uno dei pochi momenti della giornata che possono sentirsi bambini.


Bambini come Mohamed, chiamato l'africano per il suo colore della pelle molto piu' scuro di quello tipico del corno d'Africa, che la maggior parte delle volte è ingestibile, il classico bulletto, ma se gli mostri un po’ d'affetto è capace di trasformarsi e diventare un bambino quasi tenero.


O come Arafat, che l’altro giorno ha tirato un pugno a un altro bimbo ed era dispiaciuto moltissimo, al punto di andare a chiedere scusa con la manina e poi con un bacino sulla fronte (cosa abbastanza rara al centro).


O infine come Apnojdi, “the doctor”, il migliore! Ragazzino sordo muto, con le orecchie a sventola, alto e magrissimo, un po gobbo, che alle lezioni di matematica dava un sacco di soddisfazioni.
Il suo abbraccio all’ultimo giorno di centro, quando a gesti gli ho spiegato che ritornavo in Italia, è stato il momento piu’ emozionante e commovente del cantiere.
Un abbraccio che parlava, anzi urlava!
Per me voleva dire: “buona fortuna fratello mio, la vita sembra che ti ha dato poco ma non è così perché sei un ragazzo pieno di bontà e qualità”.
Per lui invece penso sia stato dire un grazie a una persona conosciuta da poco ma che gli ha mostrato qualche attenzione e ha cercato di insegnarli qualcosa.



Il loro volto mi ha segnato.
Il loro sorriso mi ha insegnato.
Per loro, un futuro migliore, stanotte ho sognato.

Davide

HAITI: Ayiti pam nan diferan- La mia Haiti è differente

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Dedicato ai nostri aquiloni

Seduti a guardare una partita di calcio dove giocare a piedi nudi è un rituale, dove fare acrobazie mentre si aspetta la palla è riscaldamento, tante emozioni, tanti ricordi, tanti sorrisi ci affollano la mente.
Dieci legnetti raccolti per strada, un sacchetto della pattumiera, una lattina e del filo che messi insieme diventano un bellissimo aquilone: questa è la fotografia che ci portiamo stampata nel cuore.
Ad Haiti si può, con quel poco e semplice che si ha, costruire un aquilone che da solo fa divertire tanti bambini.
In queste nostre settimane abbiamo incontrato e conosciuto tanti spettacolari aquiloni, i ragazzi di Kay Chal che nonostante tutto hanno la voglia, la forza, il coraggio di volare alto e di sperare per una Haiti differente, come dice la loro canzone preferita.....

Ayiti pam nan diferan 
la Perle des Antilles, nan kè nou wap toujou vivan 
si'n te met tet nou ansanm nou ta rive lontan
mwen son Ayisyen, e m'ap toujou reprezante....                

la mia Haiti è differente
la Perla delle Antille, è nel nostro cuore e sempre vive 
se ci mettiamo insieme arriveremo lontano
sono Haitiano e sempre lo rappresento....


AYITI NOU AN SE OU 
la nostra Haiti siete voi



VI VOGLIAMO BENE!!!!!!!!!!!!!!!!

Stefy,Lety, Matteo,Chiara,Marta

lunedì 24 agosto 2015

GIBUTI: quasi casa...o forse no?

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5 Agosto 2015


Sono qui a Gibuti da pochissimi giorni eppure scrivo già...eppure mi sembra di essere qui già da un po', come se fossi qui quasi da molti anni. 
Non so cos'è, ma a volte mi sento a casa come se non fossi mai andata in un'altro luogo, in un'altro Paese, come se...non fossi mai andata via da qua. 
Tuttavia, spesso mi capita anche di sentirmi spaesata, disorientata...come un pesce fuor d'acqua. Mi sento un po' "esterna", straniera, e sopratutto di fronte a certe situazioni mi sento anche impotente, incapace di reagire, come se qualcosa mi bloccasse nonostante la mia voglia di fare di più!
Eppure...dentro di me mi sento felice, piena di gioia e a volte pure euforica non appena il mio sguardo incontra il loro sguardo curioso e il loro viso sorridente che spesso ti chiede "comment tu t'appelle?" come per dirti "ma tu chi sei?", e poi....poi in pochissimo tempo, come in un battito di ciglia, ti trovi circondata da bimbi di diverse età felice, sorridenti, curiosi e che immediatamente fanno a gara per stringerti la mano e darti il benvenuto (anche in lingue a me sconosciute).
Ridono, scherzano e non smettono un secondo di ripetere il mio nome; oppure di chiamarmi "Madame, Madame!", che qui è pronunciato come "Medem, Medem!". Non posso fare a meno di sorridere e guardarli con tenerezza.... e se per puro sbaglio non ti giri o non rispondi subito, loro ti rincorrono strattonandoti per la maglietta purchè tu li saluti. Bellissimi....non ho altre parole, solo questa: bellissimi!!!!

Primi giorni che sanno quasi di casa, di gioia piena, di spensieratezza ma a volte sanno anche di compassione per la loro povertà così estrema per me, che sanno di incapacità di poter fare qualcosa di più, e quindi di tristezza e inquietudine dentro me. Ma ciò che mi conforta sono i loro sorrisi così semplici da lasciare il segno, le loro risate talmente forti e sonore da sentirle da lontano, il loro buongiorno al mattino appena metti piede al centro Caritas, il loro correrti incontro non appena ti vedono, ancor prima che tu giri l'angolo, i loro abbracci e spesso la loro attenzione e "cura" verso me.
Certo...a dire il vero me l'aspettavo diversa questa Africa: forse più verde, con meno contraddizioni, con bambini un po' meno scalmanati e violenti....ma qusta è Gibuti e per quanto me l'aspettassi diverso questo pezzo d'Africa pian pian sta diventando anche mio...quindi si continua e come si dice qui Au revoir e Salaam Aleikum!

Annalisa

NICARAGUA: CINQUE TARTARUGHE

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Non sono capace. Questo è stato il mio primo pensiero quando ho messo piede nell’aula di El Guis in cui lavorerò tutte le mattine di questa settimana.
Sere e Bea appoggeranno rispettivamente l’insegnante della classe di secondo grado e ciclo unico, mentre io avrò a che fare con cinque bambini di età compresa tra i sei e i dieci anni con differenti disabilità mentali. Gioco decisamente fuori casa: mi mancano competenze ed esperienza nel campo. Capisco a fatica lo spagnolo e lo parlo con ancora maggiori difficoltà. Anche il loro linguaggio del corpo è differente dal mio. Così come la consequenzialità nei ragionamenti o nelle azioni.

Entro in aula e subito mi corre incontro un bambino magrissimo. A vederlo mi dà l’idea di avere sei anni appena compiuti. Prima che possa pensare a come approcciarmi nella maniera migliore, avvolge i miei fianchi con quelle braccine piccolissime e mi appoggia la testa sulla pancia. Ha gli occhi chiusi e sorride. Questo linguaggio lo capisco: significa fiducia e affetto. Lo stringo forte anche io e gli sorrido presentandomi. Si chiama Dorian.
Tranquillizzata da queste modalità di contatto famigliari, mi avvicino ad un altro bambino.
Josuè. Ha i tratti somatici tipici di chi ha un ritardo, anche se non saprei dire a quale tipo di sindrome possano essere associati.
Mi presento sorridente e gli chiedo il suo nome. Non dice una parola e continua a fissare un punto nel vuoto, come se non mi avesse sentita. Mi ha sentita invece, perché di rimando mi tira una sberla sul braccio. Questo non lo capisco: è frutto di un meccanismo mentale diverso dal mio e da quello delle altre persone. Dovrò lavorarci.
Per quanto ne so ora, statisticamente, ho il 50% delle probabilità di ricevere un abbraccio.
Poi c’è Andres. Non mi parla, ma ne è capace. Non vuole essere avvicinato, non desidera alcun contatto e il semplice toccargli la testa lo fa scappare. Per tutto il resto della giornata si tiene a distanza da me.
Milagros è sicuramente affetta da qualche forma di autismo, altro non so di preciso. Lo si capisce dai segni dei morsi che ha sui polsi. Non comunica in maniera normale e quando si innervosisce ricomincia a tormentarsi le braccia con i denti. Il dolore fisico, soprattutto se autoinflitto, mi turba particolarmente. Da sempre.
Questa sua tendenza mi mette estremamente a disagio nel rapporto con lei. Non so come avvicinarla e temo di poterla mettere in condizione di non sentirsi bene e di ricominciare a mordersi. Scelgo di essere cauta e di osservarla attentamente, almeno all’inizio.
Infine Isidro. Per quanto mi sforzi, non riesco proprio a trovare uno schema nei suoi comportamenti. E’ un totale mistero.
La mattinata trascorre tranquilla e io cerco semplicemente di aprire la mente e cogliere quanti più dettagli possibili. Mi rendo utile come posso, cercando di alleggerire il lavoro della “profesora” e di aiutarla a preparare la lezione di matematica per i giorni seguenti.
L’argomento sarà il numero cinque. Su questo almeno sono ferrata. E il mio compito in quest’ottica, sarà quello di disegnare delle tartarughe che poi i bambini potranno contare. Chi conosce bene me e i miei omini stilizzati o ha avuto la sfortuna di avermi come compagna di squadra a taboo, saprà che anche questo non è decisamente il mio campo da gioco. Il risultato, però, è sorprendentemente soddisfacente.


Non riesco a fare a meno di pensare che, se si affinano i sensi e ci si concentra mente e cuore su qualcosa, qualsiasi limite sia superabile. Tipo quello che separa una tartaruga che sembra una tartaruga, da una tartaruga che sembra un dinosauro o qualche animale inesistente. O quello che separa un bambino che non ha alcuna speranza di imparare a leggere o scrivere, da un bambino che conosce il numero cinque.

Cla

sabato 22 agosto 2015

MOLDOVA: come il cielo di Costuleni.

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È sempre divertente andare a prendere l’acqua al pozzo, qui a Costuleni: non è il tipico pozzo in cui devi calare il secchio e tirare su, ma è dotato di una spassosa pompa elettrica, unisci i due capi della presa ed è subito Acquafan di Riccione, schizzi assicurati. 

Pozzo spassoso, Costuleni

Questa sera tocca a me lavare i piatti, prendo due bei secchi d’acqua e comincio a passare i 20 piattini in metallo da esercito, mentre la fida compagna di turno li asciuga tra chiacchere e risate. Ormai mi sono affezionata a queste  mura senza finestre che abbiamo magicamente trasformato in cucina, è bello vedere come ridimensioni te stesso e i tuoi spazi vitali, come l’inutile diventa utile, l’inosservato diventa importante, il brutto diventa bello ( le scolopendre no, quelle rimangono brutte! La Vale ne sa qualcosa!). 
"cucina", Costuleni

"cucina" 2, Costuleni

Fuori sul prato, sotto la betulla,  gli altri del gruppo canticchiano, finiscono i lavori per il giorno dopo e..perché hanno urlato? Quando scopro che quello caduto dal cielo non era un aereo, un UFO o un meteorite, come di getto qualcuno supponeva scherzando,  decido che i piatti vanno finiti in fretta e le stelle cadenti di Costuleni ( perché quella era) vanno viste.

Serate sotto le betulle, Sara...no Stefano.

Serate sotto le betulle, gruppo.

 Niente fari di Malpensa, niente luci delle città: il cielo della Moldova è pulito, una finestra diretta sulle stelle. Faccio silenzio per la prima volta e mentre osservo la Via Lattea, che non vedevo da non so quanti anni, penso che qui non solo il cielo è pulito, ma anche la mente. Non è come quando vai in vacanza al mare che liberi la mente dai pensieri della vita quotidiana, no, è un pulito più profondo: senza giudizi, senza soffermarsi sulle banalità, senza polemiche, senza acidate, solo FARE tanto DARE molto e RICEVERE altrettanto.
 Quello che non è pulito qui sono i miei vestiti, domani devo fare il bucato.
Continuo a guardare le stelle cadenti giganti mentre accompagno la Marti in bagno, sul retro del giardino( no tranquilli non è un bagno, a noi piacciono solo i buchi nel terreno), e so che questo cielo lo lascerò qui, ma questa mente me la riporto a casa, e vorrei riportarla così com’è adesso, pulita come cielo di Costuleni.  I miei pensieri filosofici degni della Giulia sono esauriti ed  è ora di andare ad erigere, come ogni sera,  la barriera di valigie anti scarafaggi di fianco al materasso. 
Buona Notte.

Taisa


La Barriera 

venerdì 21 agosto 2015

Ci sono anch'io. Djibouti.

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Dopo esserci salutati coi puntini
ce la siam presa con calma, da veri gibutini
Adesso ci tocca davvero raccontare
tutte le cose che abbiam voluto fare.
Di strada tanta se ne è fatta 
siam passati pure ad Arta
una missione di suore congolesi
che nelle proporzioni ci han sorpresi
ma ci ha sorpreso anche il loro lavoro
che lassù vale più dell'oro
perchè del lec e dell'istruzione
ne hanno fatto una vera passione.
Di suore altre ne abbiamo incontrate
di tutti i gusti, di tutte le annate:
Ad Ali Sabiè
ce ne son ben tre
Celia, Marzia e Anna
che son per il villaggio una manna
“Scuola per tutti” han sempre nella mente
anche per il bimbo abile diversamente
Perchè lì le strutture si son modificate
e tutte le barriere son crollate. 
Lì, ma anche in città 
c'è un esempio di questa rarità
e nuove suore abbiam incontrato
burundesi, dall'abito colorato.
Infine a Djibouti una costante
suor Bau scalpitante
che in pareo e magliettina
scaglia bimbi come in piscina
e se in infermeria devi esser curato
vai da Bau e verrai agghindato. 
Ma le suore non son tutto 
qua ci si diverte di brutto
a ferragosto una grigliata
coi soldati una magnata,
una cena da Samatar 
samboussa, mimi e au revoir,
e se di lusso ti vuoi sfondare
al Kempiski ti puoi svaccare
piscine e arredi sontuosi
e shampoo a sgamo per noi curiosi.
E se proprio vuoi esagerare
con un pescatore ti devi accordare
Kokobeach non son drinks ghiacciati
ma una barca da pirati
pochi minuti e sull'isola potrai attraccare
unica accortezza, la crema solare
al gestore fasullo
risponderai da bullo, 
ma se a lui parte la maledizione
alla polizia non fai obiezione
e una multa è la punizione. 
Tante altre cose potremmo raccontare
ma c'è una festa da animare
papillon e fiori son preparati
aspettan solo di esser indossati
addobbi e nastri tutto è pronto 
anguria e banane a volontà 
ok, forse non è molto 
ma domani grande festa sarà.
Il Cantiere tante cose ci ha lasciato
il bagaglio è aumentato
non di peso ma di significato
e questa Solidarietà
stretta stretta, con noi verrà.

giovedì 20 agosto 2015

MOLDOVA: Dare to live

1 commento:
Pensavo che il post pubblicato qualche giorno fa fosse il mio ultimo, il famoso "finale col botto" di una trilogia ambientata in terra moldava ..invece rieccomi qui, ci sono cascata un'altra volta: e io che pensavo di essermi finalmente disintossicata! Stavolta scrivo da una prospettiva diversa, quella del mio letto. È tardi, gli occhi sono ridotti a fessure e ancora appesantiti dalle settimane di cantiere, ma nonostante ciò il cuore e la mente non vogliono saperne di spegnersi e riposare. Molti mi avevano detto che la fase post-rientro sarebbe stata intensa almeno quanto il cantiere e, se all'inizio stentavo a crederci, ora non posso che arrendermi all'evidenza. Questi primi giorni di Italia sono stati freneticissimi: l'accesso a whatsapp dopo tre settimane di sosta è stato simile a una scarica di mitragliatrice, mentre la notizia del mio rientro ha provocato la seconda piacevole ondata di messaggi, più simile ad uno tsunami (come stai? sei viva? cm è la moldova? quando ci vediamo? mi devi assolutamente raccontare!).
È partita a questo punto la fase "testimonianza", in cui ho iniziato a narrare a tutti le esperienze vissute in cantiere, i momenti di disagio, le bellezze e le difficoltà.
Poi oggi, per la prima volta, ho avuto una giornata senza programmi, senza appuntamenti: una giornata libera. All'interno di questa libertà hanno pian piano fatto capolino le grandi domande rimaste in sordina finora: ma che cosa mi sono davvero portata a casa da questo cantiere? come sarà la mia vita d'ora in poi? ci sarà un avanti-Moldova e un dopo-Moldova? Le domande con cui sono partita hanno trovato una qualche risposta o fonte d'ispirazione?
Questo groviglio di questioni ha messo un bel po' in subbuglio la mia anima, che ancora fa fatica a trovare dei punti saldi a cui ancorarsi.
"Finché si è inquieti c'è da star tranquilli" diceva un saggio (che purtroppo per i miei
compagni di cantiere non è il dr Lama)..bella filosofia eh, ma che fatica! Dato però che sembra che le opere più belle e grandiose siano state realizzate proprio con la fatica e l'impegno, cercherò pian piano di fare ordine nella mia matassa di pensieri (ora più simile al casino di fili sui tralicci della corrente nella capitale moldava).


Che cosa mi sono portata a casa? Le risposte a questo primo domandone potrebbero ruotare attorno a quattro poli: la centralità delle relazioni, la maturazione di uno spirito critico, la sobrietà, l'interesse e la cura dell'ambiente in cui vivo.

Le relazioni..in queste settimane di cantiere abbiamo fatto davvero tanti incontri e creato un'infinità di legami.
È stato questo il canale principale con cui siamo riusciti ad entrare in contatto con la realtà locale: creare relazioni, mettendoci in un'ottica di ascolto e condivisione, così da poter conoscere l'altro e al contempo farci conoscere da lui. Solo così è stato ed è possibile dare vita allo slogan di Caritas CONdividere per moltiplicare e arricchirsi a vicenda!

Lo spirito critico..quanto è importante non rimanere indifferenti di fronte a quello che succede attorno a noi, nella nostra realtà e nel mondo intero! Le tante evaluare (valutazioni) che ogni giorno abbiamo fatto, a volte controvoglia, mi hanno insegnato proprio questo: l'importanza di valutare sempre ciò che facciamo e ciò che ci circonda, non lasciandoci trasportare passivamente dal fiume della quotidianità - forse a volte un po' monotona - in cui siamo immersi. Interroghiamoci, costruiamoci un punto di vista e confrontiamoci con le altre prospettive, conservando sempre una mente aperta e uno sguardo vigile, nonché una profonda capacità di rispettare chi ci sta di fronte.

La sobrietà..questa è difficile da perseguire perché, se in un Paese come la Moldova devi necessariamente assumere uno stile sobrio, devi necessariamente stare attento all'acqua che usi per evitare che il pozzo si svuoti e tu non possa farti la doccia dopo una giornata di lavoro, devi necessariamente centellinare i biscotti per evitare di mangiare robe strane a colazione, devi necessariamente usare con parsimonia i materiali per evitare che i bambini del secondo villaggio restino a mani vuote, in Italia - dove tutto è presente in sovrabbondanza, dove l'acqua scorre dal rubinetto ininterrotamente, dove i biscotti sono sempre a portata di mano - la sobrietà diviene difficile da maturare. Difficile ma non impossibile, specie se si parte proprio dal cambiamento di se stessi.

L'interesse e la cura dell'ambiente..anche questa è una bella sfida, soprattutto in un Paese come il nostro dove la frase tipica è quella secondo cui "o le istituzioni fanno qualcosa, oppure, se la situazione in politica rimane questa, noi non possiamo fare nulla". Dalla Moldova imparo a contrastare questa filosofia di massa, cercando di divenire un po' più respons-abile, cioè più abile a dare risposta all'ambiente che mi interpella.

Ecco, queste forse sono le cose che il cantiere mi ha lasciato e che desidero diventino parte integrante del mio stile di vita.
Quanto alle domande con cui sono partita, attualmente di risposte certe non ne ho. Mi sento piena di energie, ma faccio ancora un po' fatica a capire in quale direzione debba orientarle affinché diano i frutti più succosi. Tra i tanti motivi della mia partenza c'e stata senza dubbio l'idea di sperimentare la vita di totale servizio in vista di un'esperienza più a lungo termine (che sia il servizio civile o qualcosa di simile). La questione è ancora molto aperta e gli interrogativi forse sono ancora più numerosi che alla partenza. La certezza, però, di aver iniziato a compiere qualche passetto, partecipando a questo cantiere dopo anni di "ma non è il momento giusto" e "non sono pronta", mi suscita nel cuore una speranza, cui si accompagna un'esortazione che suona un po' come un inno alla vita: DARE TO LIVE, osa vivere (anche questa volta l'artefice non è il dr Lama, ma Bocelli..perdo colpi!).
È questo il sigillo che voglio mettere ora sul mio cuore e che desidero diventi un augurio anche per voi.



Buona vita Amici!

Anna