mercoledì 30 luglio 2014

Infanzie prese a prestito

Nessun commento:
Non ereditiamo il mondo dai nostri padri ma lo prendiamo in prestito dai nostri figli” recita un vecchio proverbio che qualcuno addebita ai nativi americani, altri alle tribù Masai.
Chiunque l'abbia ideato, il proverbio sottolinea quanta cura e attenzione sia stata posta nei confronti degli infanti da diversi secoli ad oggi.


Wata Al Jawz, Libano
Nel 2014, in Medio Oriente e non solo, tutto ciò non è realtà. L'infanzia non è preservata, ma viene essa stessa "presa in prestito", usurpata,  divenendo il principale target di guerre e genocidi combattuti sopra la testa della popolazione civile. 

Ad oggi, più di un miliardo di minorenni vivono ad oggi in zone di guerra: tra i paesi più colpiti Sud Sudan, Iraq e Siria.





Ed è proprio su quest'ultimo conflitto che voglio soffermarmi, visto che  attraversa quotidianamente la mia permanenza qui in Libano. Nei vari centri dove prestiamo servizio,  veniamo a contatto con diverse famiglie siriane: ognuna porta con sé 3-4-5-6 figli, spesso malati e versanti in condizioni difficili. Capita spesso di strappare loro e di strapparci un sorriso, basta davvero poco.



No, questa non è la storia de" i bambini poveri sono belli". Non funziona. Nemmeno, e soprattutto, per quelli che vivono in zone di conflitto. Non esistono solo i loro sorrisi, non esiste solo il loro "essere felici con poco". Questa bambina è sorella di quella più piccina che vedete abbracciare il pallone appena sopra : una bomba dentro casa sua ad Aleppo e...

Wata al Jawz, Libano
Aleppo dicevamo: eccovi una delle foto più condivise della settimana sui quotidiani nazionali. Una piscina "naturale" ricavata dal cratere creato da una forte esplosione nel centro della città. L'unico accesso all'acqua per centinaia di persone, l'unico modo di trovare un briciolo di frescura. L'unico modo di reinventarsi un'infanzia.           
La forza creatrice fantasiosa dei bambini non legittima nessuno a prendere in prestito la loro infanzia.
.
La forza indomita dei bambini di ritrovare il proprio essere umano che rivediamo in questa ragazzina palestinese a Gaza. Solo macerie restano dell'intero villaggio dove abitava: eh sì, sono passati, come periodicamente succede, gli occupanti israeliani a "fare un po' di pulizia". E lei che fa, accorre sul luogo che un tempo si chiamava "casa" per recuperare i libri di scuola.  Nulla da aggiungere credo.





La forza creatrice fantasiosa dei bambini non legittima nessuno a prendere in prestito la loro infanzia.






No, non c'è nulla di romantico o amorevole in questo ultimo  fotogramma: nulla ha a che vedere con quattro bambini a Copacabana o in qualsiasi altra spiaggia del mondo. Questi quattro bambini hanno avuto la sfortuna di nascere a Gaza, di crescere a Gaza e soprattutto di incontrare sulla spiaggia vicino a casa la mano insanguinata dell'IDF. Israel Defence Force: sì proprio questo è l'acronimo dell'esercito "più morale al mondo" secondo quanto ripetono ad ogni conferenza stampa i vertici sionisti.
Sì, cari ragazzi , se un missile ha dilaniato le vostre membra e il cuore dei vostri genitori, è per una questione di difesa
Siete nati a Gaza, siete sempre e comunque parte di quei 1,8 milioni di terroristi che affollano quella striscia di terra. E come voi, pure più di 200 altri bambini ammazzati in 24 giorni  tra  parchi giochi, case e perfino scuole dell'UNRWA. 
Avete capito bene: esiste al mondo uno stato che può permettersi il lusso di bombardare una scuola delle Nazioni Unite, il presunto garante della sicurezza e della pace internazionale, e di rimanere impunito. Anzi.


Adesso scendete nel vostro paese, chiamate 200 bambini e radunateli in piazza.


Guardate i loro volti ad uno ad uno;
guardateli scomparire uno ad uno.
Domani mattina andate dal giornalaio all'angolo:
No, non leggerete i nomi dei vostri figli o dei vostri fratelli ammazzati: si chiameranno:
"rappresaglia", 
"scheggia impazzita", 
"ritorsione legittima", 
"difesa giusta", 
"danno collaterale".

La mano che ammazza questi bambini è anche la nostra che toglie lo sguardo di fronte a questo massacro.



La forza creatrice fantasiosa dei bambini non legittima nessuno a prendere in prestito la loro infanzia, tantomeno ad ammazzarla.









lunedì 28 luglio 2014

Bolivia: Io non dimentico, Je n'oublie pas, Yo no olvido...

1 commento:



Io non dimentico, Je n’oublie pas,  Yo no olvido…

O per lo meno alcune cose…

Viviamo in una società e in un tempo storico dove siamo bravissimi a non dimenticarci dei morti, ogni giorno ci ricordiamo di un morto differente, o alcune volte di due morti alla volta (San Pietro e Paolo, Santa Gesualda, Santa Barbara e così via discorrendo). Ma la domanda che mi sorge è: siamo capaci di ricordarci dei vivi?

Credo che siamo abbastanza bravi a dimenticarci dei vivi, degli amici, dei parenti, di chi lavora per noi, per la nostra sicurezza... E ce ne dimentichiamo finché queste persone non iniziano a soffrire, a stare male o finché non muore qualcuno (e allora rientriamo nel discorso che ci ricordiamo benissimo dei morti). Viviamo in una società che si ricorda dei morti ma che ha una paura dannata della morte, siamo incapaci di accettarla come una cosa naturale della vita e per questo ne scappiamo. Nella nostra fuga siamo tanto frenetici che ci dimentichiamo di celebrare la vita come si deve, cerchiamo di stringere tutto, così come con la sabbia, più stringiamo più le cose belle della vita ci scappano dalle mani e noi ci avviciniamo inevitabilmente al momento tanto temuto senza aver assaporato niente e senza aver lasciato la nostra impronta sulla terra, e così ce ne andiamo come nella nostra più profonda paura, come cenere al vento… ma adesso sto divagando, sto lasciando il mio pensiero libero e mi sto allontanando dall’obbiettivo del mio post.

Ci ricordiamo dei grandi personaggi del passato, Giulio Cesare, Napoleone, poeti, eroi, artisti che guarda caso sono tutti morti e sono diventati famosi o eroi dopo la morte…sarà che bisogna morire per essere ricordati?

Il fatto è che i giorni nostri sono pieni di silenziosi “eroi”, persone normali, che lottano per qualcosa e lo fanno in silenzio nella solitudine di tutti i giorni. Fate attenzione a questa parola: solitudine. Ebbene si, ci sono persone che nonostante ricoprano cariche in cui sono sempre in mezzo alla gente, sono incredibilmente sole. In particolare mi sto riferendo a chi lavora nel sociale (includo i preti in questa categoria)e a chi lavora in ambito umanitario.

Lavorare in un paese straniero, culturalmente differente, non è facile, a maggior ragione non è facile se il tempo per il quale bisogna fermarsi nel paese non è determinato, non si vede un orizzonte al proprio soggiorno e si cerca di costruirsi una vita, una propria normalità. Aggiungiamo che già lavorare in situazioni critiche (emergenze sociali, catastrofi naturali, guerre, primo soccorso) sul proprio suolo nazionale non è facile, a maggior ragione non lo è lavorando fuori dal proprio territorio. Lavorare all’estero, in queste situazioni, non comporta solo le oramai scontate difficoltà linguistiche, ma comporta anche una “solitudine”, dovuta a differenze culturali, schemi mentali differenti. A volte si vivono esperienze fortissime, delle quali non si può parlare con nessuno, o perché non capirebbe o perché non gli compete sapere quello che è successo. Per porre rimedio a questa solitudine entrerebbero in gioco tutta la cerchia di relazioni che ci si è costruiti prima di partire, che sarebbero estranee al contesto, con le quali si potrebbe parlare liberamente di quello che succede. Il fatto è che la gente (amici, familiari, conoscenti, datori di lavoro), ha delle aspettative altissime nei confronti di queste persone. Pensa che sia una specie di super uomo, che non necessiti di niente. A volte queste sensazioni sono dovute da alcuni comportamenti dell’operatore. Come per esempio: l’operatore alla generica domanda: “beh! Che racconti di bello? Che hai fatto?” risponde in maniera vaga. La risposta vaga non è dovuta a non voglia di raccontare, è dovuta a difficoltà nel raccontare, al bisogno di tempo per raccontare, oppure ci sono delle cose che non si riescono a raccontare perché sarebbero comprensibili solo a chi le ha vissute. Altro comportamento è quello di non farsi sentire. Questo succede per problemi oggettivi il più delle volte, fusi orari differenti, orari di lavoro differenti, perché si è consci che la vita a “casa” va avanti anche senza di noi, oppure anche perché il ricordo causa nostalgia, e quindi per vivere meglio la realtà in cui si è inseriti si cerca di tagliare un po’ i ponti.

La riflessione mi viene dopo gli incontri che ho fatto qui in Bolivia, di persone molte in gamba, molto semplici, ma che per le loro competenze li vengono affidati incarichi di responsabilità per i quali non sono mai fisicamente soli. Ma la solitudine non si misura solo con la quantità di persone che ti circondano, si misura anche con il numero di persone che sono in grado di entrare in relazione con te. In particolar modo mi sono dato conto che in Bolivia il mondo relazionale e affettivo è molto differente dal mondo relazionale e affettivo al quale siamo abituati, ciò fa si che sia difficile che ci sia qualcuno in grado di capirti veramente, con il quale potersi confidare liberamente, che sia in grado di capire le tue difficoltà e quello in cui lotti. Qui viene a mancare quella cerchia di relazioni fuori dal lavoro delle quali stavo parlando prima. Inoltre a stimolare la mia riflessione è che qui in Bolivia si è pieni di “giornate”, El dia del Niño, El dia del Peatón, El dia de la Mamà (che vabbè abbiamo anche noi), El dia de la Amistad, e visto il grado di ingiustizie, il basso grado di coesione sociale che affliggono questo paese, sembra che abbiano bisogno di una giornata specifica per ricordarsi dei bambini, per ricordarsi degli amici e delle persone che care.

Per favore non arriviamo anche noi a questi livelli.

La verità è che per quanto uno sia forte, una buona parte della sua forza viene dalle persone che gli stanno attorno e tutti abbiamo dei momenti di sconforto o di debolezza in cui abbiamo bisogno di sentire vicino le persone care.

Viviamo in un mondo dove sentirsi è facilissimo, basta un click per restare connessi. Siamo pieni di “amici” sui social network, siamo sempre connessi, ma quando ci prendiamo del tempo per parlare veramente? Per ascoltare e non solo sentire con le orecchie come sta l’altra persona?

Non dimentichiamoci delle persone importanti, anche se sono lontane, prendiamoci un attimo per scrivere, per raccontarci e a volte per vederci, nel silenzio a volte ci sono molti più significati che in mille parole.

Per ricordarci dei vivi non aspettiamo che il Papa o la ONG o l’ONU di turno indicano la Giornata Mondiale di Qualcosa. La gente vive tutti i giorni non solo una giornata.
 

P.S. Per quanto mi piacerebbe, i disegni non sono miei, ma mi sono avvalso delle capacità grafiche di Banksy.
 
 

domenica 27 luglio 2014

Nicaragua a 1 peso

1 commento:
Nonostante si utilizzi anche il Dollaro Americano $, la moneta nazionale nicaraguense è il Cordoba.
Non lui, Ivan Ramiro, indimenticato "spaccagambe" della retroguardia nerazzurra ai tempi dello scudetto di cartone..




Ma loro





Un Cordoba, più spesso chiamato peso (al plurale pesos) equivale circa alla trentacinquesima parte di un euro (1 Cordoba = 0,0286 Euro) e alla venticinquesima di un dollaro (1 Cordoba = 0,0384 Dollari). Il mio è ovviamente un calcolo a spanne, se volete notizie più precise vi rimando a http://www.oanda.com/lang/it/currency/converter/




All’apparenza quindi, un Cordoba potrebbe avere un valore insignificante (o forse no), ma non per me.
Esiste tutto un mondo di prodotti che si possono comperare ad un peso e da quando l’ho scoperto, la mia vita è cambiata..




Con un peso si può comperare una scatola di fiammiferi, se ce ne aggiungi un altro ti prendi una sigaretta sciolta da fumare seduto tra le bancarelle del Mercado Oriental..mica male eh!

Oppure puoi comperarti una banana ed una busta di plastica con dell'acqua per lottare contro fame e calore mentre aspetti la 133, l'autobus che ti riporta a casa dopo un duro giorno di lavoro a Nueva Vida.



Sempre un peso è il prezzo di una tortilla di mais o di un santino che ti vende un ragazzo mentre passeggi per Avenida Bolivar. I sorrisi sdentati di Josè non hanno prezzo.


Ma più interessante (o forse no) è la quantità di sinonimi che si possono usare per definire il "vil denaro": Pesos, dinero, plata, reales, billetes etc etc etc
Forse è una riflessione banale (o forse no) ma credo che il numero di sinonimi che diamo ad una parola sia direttamente proporzionale all'importanza che ciò assume nelle nostre vite.

Penso quindi che ideerò un "Contatore di sinonimi" che dia un "Coefficiente di influenza del termine" che indichi il grado di importanza che gli oggetti assumono nella vita di una popolazione e quindi di civiltà di una cultura. O forse no.

Lele





sabato 26 luglio 2014

MOLDOVA 1: STUPIAMOCI!

1 commento:

-GIORNO 1-

"...molto verde, molti campi, molti fiori ben curati. Una lattina di Coca Cola costa 7 Lei, tipo neanche 30 centesimi. Pazzesco!
Mi sveglio, esco, vado verso il bagno, un enorme tacchino mi appare davanti. Un enorme tacchino seguito da molti mini-tacchini. È la prima visione del primo risveglio a Canîa. Rido e faccio la pipì, sempre ridendo. Faccio la pipì e rido. Buongiorno! Benvenuti in Moldavia..." 



Ecco… sopra ho riportato un pezzettino della prima pagina del mio diario di bordo. Questo è stato il primo impatto con Canìa. Io odio i tacchini! In realtà non loro, porelli, odio i loro bargilli ciondolanti. Diciamo che come inizio di esperienza si è fatto sentire. Comunque sia, ELISA 1-TACCHINI 0. Questo è l’importante!
Veniamo alla sostanza. A due settimane dal ritorno, come posso descrivere quello che ho provato, sentito, vissuto durante questo viaggio? Inizio col dire che è stato il mio primissimo cantiere, e anche la prima esperienza di volontariato all’estero. Sicuramente ben meditata, visto che era anni che pensavo di farla ma non ne avevo il coraggio. Sono stati 17 giorni intensi, carichi di emozioni, densi di lavoro e di divertimento, di grosse risate e di grandi avventure. Siamo partiti in cinque, ad attenderci c’erano tre favolosi personaggi quali i nostri coordinatori SCE (Marco, Mari e Patti), senza i quali sarebbe stato tutto notevolmente più complicato, a partire dalla comunicazione. Abbiamo lavorato in due villaggi differenti, uno la prima settimana e uno la seconda. Entrambi, in un modo o nell’altro, ci hanno messo alla prova. Il cantiere è un continuo mettersi alla prova, un continuo sperimentare, un continuo STUPIRSI. Ecco, era qua che volevo arrivare…STUPIRSI! Vuol dire mettersi nella condizione mentale di ricevere tutto quello che il posto, la cultura, ma soprattutto la gente del posto, hanno da darci. Liberare la mente da pregiudizi e preconcetti che purtroppo, o per fortuna, siamo portati a creare. Dico per fortuna perché, dal mio punto di vista, è bello anche vedere come i castelli che ci siamo creati si distruggano autonomamente non appena si vive la realtà in questione sulla propria pelle. Avere l’elasticià mentale di lasciarsi trasportare dalle situazioni e vedere come naturalmente certi pregiudizi, che magari avevamo fino a due minuti prima, siano in realtà stupidi o infondati. STUPIRSI vuol dire riconoscere a fine giornata di aver fatto una cosa che non credevamo di essere in grado di fare, vuol dire rimanere a bocca aperta quando una bambina ti regala un braccialetto fatto da lei dicendoti che vorrebbe venire in Italia, vuol dire gioire quando riesci capire un’intera frase composta da soggetto, verbo e predicato in rumeno, vuol dire non capacitarsi di come i moldavi amino ingurgitare cibo e frutta acerba a qualsiasi ora del giorno e di quanto siano ospitali. Credo si debba essere in grado di vedere ciò che di BELLO e di DIVERSO esiste in un’altra cultura e in un altro stato. Perché alla fine il bello E’ la diversità. E vi posso assicurare che la Moldavia, per quanto sia un paese veramente difficile ed estremamente povero, è BELLA! Ma tanto bella!.
Ora vorrei mostrarvi le situazioni /cose/persone che più mi hanno stupito durante questo cantiere. Credo che mi toccherà mettere in atto un’ulteriore selezione di foto. Non credo di poterle caricare tutte, sono 1210 :D

Una delle principali strade di Canìa. La domanda mi sorge spontanea: ma quando piove? quando nevica? di inverno? Come fanno? 

Lacul Beleu
Stupirsi di fronte all'inaspettato spettacolo che offre la natura moldava. 

Tramonti indescrivibili!

Pescare pesci di massimo 10 cm con canne di bambù! Non lo facevo da quando avevo 6 anni...

Il parinte (prete) che prepara una zuppa di pesce con i suoi amici, a sua detta, "un po' bracconieri". Non fatemi domande al riguardo... ahah!
"FACEM CERCUL MARE!" ...facciamo un grande cerchio! Sono state le prime parole che ho imparato in rumeno.


Stupirsi davanti alla bellezza dei colori mischiati. Ogni tanto non mi sento normale... ;)

Stupirsi SEMPRE e COSTANTEMENTE davanti alla bellezza degli occhi di un bambino.



Ora non voglio tediarvi ancora per molto, quindi concludo dicendo che dall'alto dei miei 23 anni considero il cantiere una delle più belle esperienze che un giovane possa fare. In tutto e per tutto! Fa crescere...e tanto! Ti impone di cavartela in situazioni in cui mai e poi mai avresti pensato di trovarti, senza contare le soddisfazioni quotidiane che regalano i sorrisi dei bambini. Adesso non mi resta che aspettare con l'amaro in bocca, ma carica di entusiasmo, i cantieri 2015!
Vi lascio con due versi del ritornello di una canzone che adoro di Bob Marley...


  "Emancipate yourselves from mental slavery,
none but ourselves can free our mind.
Have no fear for atomic energy cause none a them can stop the time."



Elisa Borsa


venerdì 25 luglio 2014

C'E' BISOGNO!

Nessun commento:
“Gli occhi dischiuse il vecchio al giorno, non si guardò neppure intorno, ma versò il vino, spezzò il pane per chi diceva ho sete e ho fame.”

Aprire gli occhi è l’uscita da se stessi per vedere il mondo e confrontarsi con esso; non guardarsi intorno è l’aprirsi all’altro donando amore disinteressato, fuori da ogni pregiudizio e distinzione; versare il vino e spezzare il pane è andare incontro ai bisogni delle persone, qualsiasi esse siano.

Esattamente un anno fa partii per il cantiere in Bolivia e queste parole rispecchiano il senso dell’esperienza che ho voluto vivere.

















Il viaggio in Bolivia per me è stato un INCONTRO: incontro condiviso quotidianamente con i bambini della “Casa San José”, un hogar dove viene offerta a bambini con situazioni familiari complesse un’alternativa di vita alla delinquenza e alla strada; incontro con una cultura e con modi di vivere così diversi dai nostri e al contempo così affascinanti; incontro con modelli di vita come il medico dei campesinos dott. Pietro Gamba, partito dall’Italia per costruire un ospedale ad Anzaldo nel Dipartimento di Cochabamba e aiutare così le persone più povere, e come suor Giusy, suora italiana trasferitasi a 4000 metri per dare una possibilità di lavoro e guadagno alle madri di famiglia; incontro con i minatori della mina di Potosì, con i rifugiati politici della “Casa del Migrante”, con i carcerati e le loro famiglie che vivono nella “città nella città” che è il carcere di San Antonio; incontro con don Julio, con Calisto e Livoria, con Faustino, poveri boliviani che con le loro storie e le loro parole non possono che essere, per noi occidentali, maestri di vita; incontro con storie e realtà che lasciano inevitabilmente un segno; incontro con i paesaggi meravigliosi della Bolivia: gli altopiani boliviani, il lago Titicaca, Potosì, le Ande, la Foresta Amazzonica; incontro con gli altri volontari italiani partiti anch’essi con le loro paure e le loro motivazioni, e con i miei meravigliosi compagni di viaggio; incontro con me stessa.



Oggi sono pronta per iniziare una nuova serie di incontri. Domani  infatti partirò per il mio secondo cantiere, e la destinazione che ho scelto è la Moldova.

Ho deciso di ripartire per diverse ragioni: perchè la Bolivia e l’esperienza del cantiere mi hanno dato tanto, perché questo è il modo migliore che ho per trascorrere la mia estate, perché ho voglia di incontrare, perché voglio conoscere e sfatare pregiudizi che noi italiani abbiamo nei confronti dei paesi dell’est Europa ma soprattutto perché ne sento il BISOGNO.

Sento il bisogno di tornare a vivere con meno possibilità di scelta, di allontanarmi da questa società che inevitabilmente con i suoi ritmi e la sua ricchezza ti “mangia”, di ritrovare la semplicità, di conoscere e vivere un altro stile di vita, di mettermi in gioco.


"Lavori in corso" di Guccini e Gen Rosso: ascoltatela, è fantastica!

Un in bocca al lupo a tutti i cantieristi e un abbraccio a tutti i servizio civilisti e agli scheletri.


BECAUSE WE ARE HAPPY!

Chiara Colombo

giovedì 24 luglio 2014

Moldova: Cantierista non tardare.. l'acrostico DEVI inventare!

Nessun commento:
Con plateale ritardo pubblico il post sul cantiere Moldova1.. buona lettura!!! Ringrazio in anticipo Elisa Borsa per l'aiuto, la collaborazione e l’impegno mostrato durante la stesura del seguente post ;)

Dopo la prima settimana è giusto dare un rimando sull’andazzo del magnificissimo Moldova 1..
Lo facciamo in modalità “acrostico”, attività che ha accompagnato i momenti serali del campo. Sono state giustamente scelte “covinte” precise e mirate alle quali tentiamo di dare un minimo di spiegazione:

URCA: volontaria moldava dal nome “Aurica” accidentalmente chiamata Urca dalla Patti che ha dato il via libera a questo soprannome, non molto amato e apprezzato dalla suddetta. 

SOLE Unione Ricercata Con Ardore

ELISA Un Respiro Che Accoglie
FRANCESCA Urca Realmente Chiamasi Aurica
NICOLO' Una Relazione Che Avanza
ALESSIA Umiltà Respirabile Con Allegria
MARCO Urra! Remiamo Con Amore
MARI Urca Ridiamo Con Amore
PATTY Un Ritorno Con Amore


                    ACERBI: ovvero frutta acerba offerta con insistenza e amore dagli autoctoni


SOLE Allora Cantiamo E Ridiamo Bene Insieme
ELISA Amare Con Estenuante Ricerca di Bellezza Interiore
FRANCESCA Albicocche Come Erba Raccolte Bisogna Ingoiare
NICOLO' Animatori Che Esigono Rispetto Bon-ton Integrità
ALESSIA Avere Continuamente Energia Risate Brividi Insieme
MARCO Ascoltiamo Coscienti E Ripensiamo Bene Ispirati
MARI Arrivare a Cena E Ridere Bellamente Insieme
PATTY Assaporiamo Continue Esperienze che Restituiscono Beltà Inaspettata


PICIOARE: la maledizione della Povera (ahaha) caviglia rotta del coordinatore Marco Povero ha colpito ancora!
SOLE Perché Intraprendete Cantiere In Ostica Area? Rifiutiamo Egoismo!
ELISA Partiamo Insieme Con Ironia Orgoglio Amore, Restando Entusiasti!
FRANCESCA  Passano Istanti Continui Intanto Operiamo Affinché Restino Eterni
NICOLO' Piccoli Ingrati Covano Idee Ostruzioniste Alla Regolare Efficienza
MARCO ..la spital!!!
ALESSIA Piccoli Incontri Continui Incendiano Ogni Animo Regalando Emozioni
MARI Proporre Iniziative Creative Introducendo Olio Amore Risate Energia
PATTY  Perché Insieme Ci Inventiamo Occasioni Anche Rare di Emozioni


DUMITRO: volgarmente detto “sguardo d’acciaio”, un bambino che ha il suo perché!
SOLE Dialogo Ultimo Mai Indimenticabile Troverà  Risvolti Ulteriori
ELISA Dobbiamo Unire Magia Tamarria Restando Uniti
FRANCESCA  Dunque Umilmente Muoviamo Incessantemente Tanti Remoti Universi
NICOLO'  Dove Un Misterioso Incidente Torna Relativamente Utile
ALESSIA Dover Unire Magicamente Insieme Tanti Ragazzi Utili
MARCO ..la spital
MARI Dire Umilmente “Merda” In Tutte Le Ricette Usate
PATTY Dobbiamo Utilizzare Molte Immagini Tentando Risposte Uniche



Nicaragua: 5 MESI DI SERVIZIO CIVILE!!!! :) :)

2 commenti:

Eccomi dopo 5 mesi a riflettere su questo intenso periodo. Tante immagini scorrono veloci nella mia mente, già tanti ricordi e tanti cambiamenti. Mi sembra ieri quando, prima di partire, mi ponevo come obiettivo l'importanza di mettermi in discussione, di sgretolare tutte le mie certezze per poter ricostruirmi. Oggi mi sembra quasi un gioco, eppure inizialmente non era così facile e così scontato, soprattutto quando sei completamente immersa in un'altra cultura, dove la tua quotidianità devi crearla perché non può e non deve neanche essere la stessa di prima.




Questi mesi non sono stati facili, tante incomprensioni, non dovute alla lingua, ma semplicemente perché le parole hanno colori diversi. Accolgo con grande gioia questi nuovi giochi di colore; apprendo ogni giorno di più l'importanza di osservare, di prendersi e di dare tempo.
Il mio primo passo è stato l'affidarmi alle persone con cui sono partita...e questo è stato abbastanza facile dato che ho dei tesori accanto a me!
Il secondo passo è stato l'essere consapevole della fortuna che ho di vivere questa esperienza e respirare questa sensazione sopratutto nei momenti in cui mi sono sentita più fragile.
Il terzo è stato accettare con un sorriso tutti gli imprevisti, perché il bello di questo cammino è proprio questo: respirare profondamente la gioia di un piccolo traguardo ed essere comunque felice anche quando si fanno dieci passi in dietro, perché è proprio in quel momento che impari, cresci e ti trasformi.



Oggi vedo i limiti non come muri, ma come motori che mi muovono, dandomi la possibilità di vedere sfumature di colori mai visti prima.
Tutto ciò lo devo al servizio civile perché mi sta dando la possibilità di mettermi al servizio, cioè di mettermi a 360 gradi nella posizione di amare senza avere paura.







Concludo riprendendo le parole di Giovanni XXIII:

"Non avró paura e specialmente non avrò paura di essere felice, di godere la vita, di amare e di credere che quelli che amo mi amano."







Grazie!!!
Un caro abbraccio a tutti,
Ste