domenica 31 gennaio 2010

Diapoghi Thai

3 commenti:
Scrivo mail lavorative, mentre il nostro fuoristrada sfreccia a 107kmh da Ranong a Takuapa, alzo la testa e in direzione opposta viene un bimbetto. Non ha più anni della dita di una mano e pedala faticosamente, levato sui pedali. In brevissimo lo superiamo, i miei occhi lo seguono e osservano che da dietro gli cinge la vita la minuscola sorella seduta sul sellino della bicicletta.



Non è una foto, ma guardateveli anche voi. Questi sono solo i primi, ve ne mostro un po’, qualcuno velo faccio ascoltare. Stavolta mi faccio da parte. Inizio con il disegno di un bambino che visse lo tsunami da vicino.


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Dopo 5 anni di studi di filosofia a Bangkok, Benjamin ritorna a casa dai suoi, nel centro sud thailandese.


- Bentornato Ben, puoi dirmi come faccio ad aumentare la resa delle piante di ananas?


- Mm.. Non lo so, mamma.


- Fantastico. Hai studiato per 5 anni e torni più inutile di prima.


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Un operatore di Caritas Belgium osserva che un problema della lingua Thai è che alcune parole hanno un significato che dipende dal tono d voce. Quindi la prima volta che senti parlare qualcuno e non ne conosci il tono è complesso capire quei termini, soprattutto se sei “farang”, straniero (simile al “ferengi” etiope..).


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- Tutto il mondo dovrebbe parlare Thai


- E perché?


- Perché da qua passano tutti: tedeschi, italiani, belgi, statunitensi. Non sono mai andato da nessuna parte, devo impararla io la vostra lingua?


Ahivoi, triste metafora. Non solo avete da imparare la nostra lingua, ma per accedere ai fondi della cooperazione internazionale vi servirà imparare a scrivere e-mail, stendere progetti con analisi swot, allenarvi a capire a quali povertà siamo più sensibili e come compiacerci quando arriviamo in missione. I più sgamati tra voi impareranno a distinguere donors che apprezzeranno le vostre attività con la parte musulmana della popolazione e quelli invece da tenere all’oscuro di queste compromissioni.


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Risposta thai a domanda mirata: “Gli italiani sono come i cinesi: amano le feste, parlano molto e lavorano un sacco. I tedeschi sono come i giapponesi: rigidi, parlano poco e lavorano un sacco”.

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E la nostra barchetta arriva vicino alla costa opposta. Io indosso un cappello alla Brokebak Mountain che farà la felicità dei commentatori di sti post, Alberto appeso alla sua borsa fotografica (cui d'altronde dobbiamo qste foto) di sei chili sei. Credo che comprendere i sarcasmi che si scambiano i nostri accompagnatori da altre scialuppe varrebbe il prezzo della missione. Abbiamo appena camminato, equilibristi storti, su sottili tronchetti che circondavano le reti da pesca in mare, e siamo stati bravi, come l’operatore Caritas locale ci ha rivelato in seguito: “È molto facile camminare lì senza volare in acqua. Per me”. Poi siam montati al contrario sull'imbarcazioncina che ci avrebbe dovuto portare a visitare i raccoglitori di conchiglie. Ma vediamo nessun raccoglitore di conchiglie.



Fino a quando un uomo emerge dal mare. Abitante di Atlantide, saluta colle mani giunte davanti alla bocca (più alte le tieni più esprimi rispetto per il salutato) e dietro lui buca la superficie acquosa un ragazzo, con 3 ostriche in pugno. Ci sorride e lancia il bottino in una barca lì di fianco. A lato di questa si rivela una sirenetta che vistoci si reimmerge con un sorriso timido. Ma la sorpresa è dietro: l’ennesimo uomo completamente vestito si alza e tiene un bambino piccolo sulle spalle ed erano entrambi sott’acqua. Persone anfibie. Se fossi in voi non mi crederei.

Profumo d'Italia 2

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E Berluscon arriva anche oltre mare, in Irlanda.

Attore protagonista dello spot Boliviano: Matteo Solesin

Attore protagonista dello spot Irlandese: Tommaso Solesin

Voce fuori campo Boliviana: Alessandra Di Stefano

Voce fori campo Irlandese: Alice Stefanizzi

giovedì 28 gennaio 2010

2010 01 27 Hat Yai - Takapua

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We’ll need 5 hours to arrive at home.
E se le nidiamo, le nidiamo.
Io intanto digito e non disturbo colle mie domande.
Posso abbassare l’aria condizionata?


Piombiamo nella terra degli uomini liberi (wikipedia rulez) il pomeriggio di domenica 24, nel mastodontico aeroporto d Bangkok. Trascorriamo la notte semisdraiati su seggiolini aeroportuali, modello San Siro. Particolarmente scomodi, per colpa duna connessione wireless che ci ha aggiornato sull’emergenza.


Davanti a noi scorrono per tutta la notte passeggeri e passeggiatrici, e il gioco consiste nell’indovinare di ognuno il motivo della sua presenza in Thailandia.

Paolo: Sexual journey.
Alberto: Neopensionato bava rese ha scelto sul web villa e ragazza e si trasferisce qui.
Paolo: Compagnoni australiani neodiplomati diretti a Pattaya.
Alberto: Turismo sessuale.
Paolo: Spagnolo sposato giovane e divorziato al 2° figlio, in fuga per una settimana di ginnastica da camera a Phuket.
Alberto: Steward

Come dire? La trascrizione di questi dialoghi vedrà aumentare vertiginosamente il numero di contatti del blog. Davanti ai nostri occhi amori in potenza sbocciano e chi siamo noi per giudicarne l’essenza? La donna canadese stesa sulle panche a 3 metri da noi inizia discretamente a vomitare. Sguardo nel vuoto, dignitosa nel suo malessere, a tratti affascinante.

Ragazza innamorata di Fabio Volo: Scusa, scusa, scusa. Dov’è Fabio, ho visto che scendevate insieme dalla macchina..
Luciana: Ma, guarda, è dietro quell’edificio, non sta molto bene.Ragazza innamorata di Fabio Volo: Grazie, grazie, grazie..
Luciana: Non sta molto bene, dicevo..
Ragazza innamorata di Fabio Volo: Ciao Fabio, ho sempre sognato di baciarti, posso farlo?
Fabio: Scusa, sto vomitando.
Ragazza innamorata di Fabio Volo: Non importa, aspetto.

Noi e la canadese, mi diverte pensare che le nostre siano 2 reazioni differenti allo stesso spettacolo.


Hai una cicca?
Sì.


E poi voliamo giù, fino a Hat Yai, dove un conflitto dimenticato prosegue indisturbato dal 2004, 3600 morti da allora. Capiremo con Caritas Italiana se e come possiamo scriverne, giacché le informazioni che riguardano questi movimenti autonomisti sono ad oggi ridottissime: non interessa o è meglio non parlarne per non mettere a repentaglio i pochi operatori che ivi agiscono. Se ne scrivo è perché la notizia comunque è già stata data (peacereporter.net e english.aljazeera.net, tra gli altri).


Tra gli altri. Tragli altri incontriamo un gruppo di scommettitori su uccelli. Questo è interessantissimo, dico davvero. Scrivo davvero. “Davvero”. Gli uomini, un buon numero d loro insomma, accompagnano le mogli al mattino a lavorare, poi tornano a casa e si siedono davanti alle gabbie e stanno con gli uccelli: gli parlano, ci fischiettano insieme, li nutrono con attenzione. È la loro attività, il loro business; porteranno i propri volatili a competizioni canore che, se vinte, incrementeranno il valore dell’animale. Questo non toglie che dal pdv femmineo i maski passan le giornate a guardarsi gli non si può scrivere.

Vado a zonzo dove il cielo è sempre blu: odo i passeri che svolazzano sopra gli alberi e vi cinguettan di lassù. Quanta poesia… Vado a zonzo col mio cuore sognator e gironzolo per i viottoli dove olezzano sulle fronde mille fior, che parlano d'amor. Questo è invece il pdv maskile, passante ora nelle mie orekkie, mentre la macchina scende ripida un’ampia strada asfaltata. Le fronde degli alberi a mò di tetto.
Ma quello è un elefante?
Dove?
Lo è!

Non lo vedo, dove?
Ho visto un elefante a zonzo..

Manca ancora un pezzo d strada e un pezzo d post, ma l’autista s’è fatto il segno della croce prima di accendere la macchina. Cioè: le possibilità l’Uno e l’altro sono distratti contemporaneamente non dovrebbero essere molte, ma se la statistica avesse una risposta per tutto non saprei come finire la frase. Temo che la luce dello skermo disturbi il guidatore, indi kiudo, posto e riprenderò.

Ma le 5 ore non sono ancora passate?
Sì.
Sì cosa?
Pao Loo

ps. Sì, l'aneddoto d radioDJ me lero già jocato per terra2005, ma ogni tanto torna su. E' fede, qella.

Profumo d'Italia

2 commenti:
Apri gli occhi alla mattina e già capisci che è uno di quei giorni che ogni tanto sorgono.

Ti manca il caffè con la brioche,
il parmigiano reggiano spolverato su due etti di pasta Barilla,
la coppia inseparabile: pane e Nutella.
Oppure, ancora meglio, l’invincibile tridente d’attacco:
Macina – Nutella – Macina pucciato nel latte caldo.
Un pò di voci italiane da sottofondo e
le litigate se veramente era gol o se ancora una volta la Juventus ha rubato.
Naturalmente la mamma e il sugo della nonna!
E perché no, il vecchietto che si lamenta sul tram delle mezze stagioni che oramai… non ci sono più...

Ti manca respirare l’Italia.


Ma poi ti rivengono in mente i politici italiani..
… e la nostalgia
Come per magia..
Svanisce..

Si potrebbe brevettare come medicinale, già mi immagino lo spot pubblicitario…



“ Hai nostalgia d’Italia? Berluscon!

Pastiglie di Processo Breve arricchite con il Lodo Alfano!

E sarai contento di essere all’estero! ”

..Non esistono effetti collateriali, soddisfatti o rimborsati..

!ncredible Thailand

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Con questo post inauguro "Incredible Thailand": scorci intravisti dalla mia camera durante la missione nel Sud thailandese. Portarvi con noi non è possibile, provo così a mandare nelle vostre case qualche mio sguardo.

Alberto

martedì 26 gennaio 2010

Chiara continua a rompere il ghiaccio...

3 commenti:

n.b. da tenere presente che quello in foto è solo un frammento dei lastroni di ghiaccio che ricoprono marciapiedi e strade moldave. Da notare lo spessore.

Vi risparmiamo i racconti degli scivoloni..."ahi ahi, che male"

Work in progress

1 commento:
Pochi giorni fa sono iniziati i preparativi pratici per l'apertura del futuro Centro Adolescenti nel campo palestinese di Dbayeh.



Ancora nessuna data precisa per l'inaugurazione, ma, con tanto entusiasmo ed impegno, i ragazzi preparano il loro centro così... dando un po' di colore..



Il paese che non c'è...o non si sa dov'è

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In fondo, non è male l'idea di chiamare così un gioco da tavolo. L'interrogativo suscita una certa curiosità: sarà un gioco sulla geografia? Sarà come Risiko ma meno guerraiolo? Ma il punto è che oggigiorno la domanda non è così scontata: dov'è la Moldova?!?

Forse un italiano ne ha sentito parlare in qualche occasione, conoscendo una badante est-europea o vedendo l'ultimo film di Verdone (in cui uno dei personaggi è proprio una badante moldava).

Magari un inglese un po' meno: è la domanda che si sono posti i tifosi inglesi durante i campionati europei del 1996, in cui la nazionale ha avuto modo di giocare contro quella moldava. Tra l'altro, il campionato si disputava proprio in Inghilterra e tra i calciatori inglesi debuttava Beckham in nazionale, motivi che hanno dato parecchia visibilità all'evento, richiamando una certa attenzione da parte degli anglosassoni. Da lì, presto il quesito si fa passaparola fra gli inglesi, che si vedono sfidare da una nazionale con una provenienza non ben identificata.

Ecco spiegato il titolo di questo gioco in scatola inglese. A me ha fatto una certa impressione scoprire che era solo un gioco...


Ah, per la cronaca: il gioco è un misto tra Risiko, Monopoli e Trivial Pursuit...eccovi un assaggio.

Grazie a Fabio!!

domenica 24 gennaio 2010

Fant Asia

2 commenti:
2010 01 23, 23e09, Port Blair
In missione per conto di Dio. Mi giro a dx e vedo bianco, mi giro a sx e vedo bianco. Signori vestiti di bianco, 22 vescovi + un cardinale, k può fare da arbitro, la toga rossa. Han tirato una benedizione d quelle ke ho smesso d prendere il malarone. La terza edizione e mezza dell’advanced vedeva le benedizioni come magie bianche di 4° livello, azzarderei, ma temo non fossero cumulabili; controllerò in rete che magari me le gioco + avanti, al ritorno, avrei un paio d desideri per ricreare Fantàsia. C’era anke un monsignore, sebbene diritti&doveri precisi di tutti questi gradi mi sfuggano. Saltai quella lezione del catechismo e credetti per un sacco di tempo, almeno due giorni, che i sacerdoti fossero buoni e i preti fossero sacerdoti cattivi. Quando ho scoperto che era il contrario avevo già smesso di darmi retta.



Morla: Non c'interessa neppure sapere se c’interessa.
Paolo: D’oh! Capperi, garantii che l’avrei piantata colle citazioni cinematogra fike..
Morla: Ecciuùùù…
Paolo: Ekkeskifo però. Sai, Morla? Qua in India talvolta parte il rutto libero. Tra sari e bangles, anche una vecchina può emettere versi dal sapore preistorico, di quelli che mi si bagnano gli occhi. Dalla commozione. Anni&anni d occupazioni giovanili in Italia per ottenerlo, d recente si è provato a sostenere che consentirlo in luoghi pubblici sarebbe stato una legge porcata, ma neanche così è passato. Vieni guardato malissimo, peggio che se simpatizzassi per Nichi Vendola.
Bastian: Li conosco i libri io, ne ho 186 a casa mia!
Paolo&Morla: Non ci interessa.

Visto che i lettori li ho persi al 1° paragrafo, ora posso banalizzarmi. Le tappa andamana si esaurisce domani. Mi rimane una cartuccia da spremere per informarvi sulle Andamane: le Isole Andamane e Nicobar sono politicamente decisive perché
Capito? L’ho scritto in inchiostro simpatico dal momento che un esponente del settore internazionale mi aveva avvisato che questa nota non poteva essere fissata sul blog. Quindi, da Manuale di Giovanni Marmotta, dovrebbe comparire tra poco. Forse quando il processo di corrosione dello schermo sarà completato.
Mantengo dei momenti di questi giorni. Alcuni li serbo nel profondo del mio cuore, altri altrove. Vediamo quali.
Le Suore di Madre Teresa, entusiaste che siamo andate a trovarle, per statuto non possono ricevere donazioni se non dalla casa madre, quindi ci hanno trattato da persone reali. Per una mezz’ora abbiamo potuto lasciare l’etichetta di “Donors” sulla loro porta, ad aspettarci coi sandali. Qualcuno che non rideva alle nostre battute, finally. In Italia è molto meno difficile da trovare.
Nel bagno della camera il bidè era rimpiazzato da una sorta di pistola ad acqua collegata ad un tubo (praticamente ci si sparava). E sul copri water c’era la scritta di quella che ipotizzo essere una marca: “Milano”. Prosperini non ne sarebbe contento. Anche se di recente
E con questa ho finito l’inchiostro simpaticissimo.
Ed una volta eravamo così tanti sun veicolo che io ero seduto con la leva del cambio tra le gambe. Non che si usino cambiare tante marce qua, si parte in seconda e si passa alla quarta, che si mantiene per tutta la durata del tragitto, una mano sul volante, l’altra a pigiare il clacson.
Ma direi che vado a chiudere. Alex, Johnson, è stato un piacere.


Maledetto Peppe, perché non uso più i punti e virgola? Costan troppo? Ma se tanto il conto lo paga Dio..
Ps. Nico bar?

venerdì 22 gennaio 2010

Metti un venerdì pomeriggio ad Amman

2 commenti:
sottotitolo: sono andata al cinema e non ero sola.

Ciao, io sono un ragazzino quindicenne un po’ nerd.

C***o!

Meglio di Spiderman (il primo), meglio di XMen (sempre il primo), meglio di un Signore degli Anelli qualsiasi, meglio del Prigioniero di Azkaban (che Harry Potter, lui, è un po’ noiosetto, con tutti i suoi sorrisini e le sue cosine), meglio di una qualsiasi Guerra Stellare, anzi, meglio di tutte le Guerre Stellari, le prime e le ultime, che poi sarebbero le prime ma non importa, meglio di Star Trek, vecchio e nuovo, meglio di Hulk (che non mi era neanche piaciuto), meglio dei Fantastici Quattro (e io adoro i Fantastici Quattro), meglio di tutti i Batman messi assieme, in calzamaglia e non, meglio di Iron Man, Lanterna Verde e Daredevil messi assieme. Altro che Justice League e 300. Altro che The Punisher. Perfino meglio di Emma Frost (sì, vabbè,un film suo non l’hanno fatto, ma dovrebbero…cioè, io me ne sono fatti anche più d'uno, di film di Emma Frost). Pensavo che il massimo in fatto di tecniche e effetti speciali fosse Sin City, e invece….

Che se non c’era tutta quella gente attorno, mi sarei messo a gridare, ma per tutto il film, mica solo in certe scene, tanto che ero preso. Voi l’avete visto? Cioè, è spettacolare. Insomma, tutto, la storia, le scenografie, i colori, la fotografia, il super 3D, tutto. Il bene contro il male, l’uomo contro la natura e gli uomini contro-natura. Che poi ci sono pure i temi sociali: lui, il protagonista, è un marine americano che decide di ribellarsi, di andare non solo contro la sua nazione ma addirittura contro la sua stessa specie e alla fine resta coi mostri, lì, che non mi ricordo più come si chiamavano.

Eccicredo: pure io se fossi paralizzato dalla vita in giù e fossi sopravvissuto a mio fratello, preferirei trasformarmi in un coso alto due metri e mezzo normodotato con la fidanzata e un popolo che mi venera come suo salvatore!

Alla fine del film, dopo tre ore incredibili, ero talmente fuso che mi sono fatto un kebab grosso così.


Ciao, io sono una (giovane) donne fertile che si avvia sola verso i trent’anni appassionata di complotti e dietrologia.

C***o!

Pensavo che dopo le tirate di Capitan America (o era Lanterna Verde) sui comunisti e quelle di 300 sui mostri persiani idolatri, certe c****te from Usa ce le potessimo anche risparmiare. E invece no. Eccola l’ennesima pellicola ad uso e consumo della loro iconografia nazionalpopolare.

Che se non c’era tutta quella gente attorno, mi sarei messa a gridare, per tutta la durata del film, dall’inizio alla fine, tanto che ero arrabbiata. NO! Non avevamo bisogno di un costosissimo filmaccio con cosi volanti, una trama scontata e il generale dei marine che pare uscito direttamente dai G.I. Joe, che pure Big Jim era più umano. Non avevamo bisogno che un canadese che ha iniziato la sua carriera con Terminator ci venisse a spiegare quanto è importante salvaguardare la natura, come non ci serviva che un soldato americano infiltrato nel clan dei Navi ci dicesse quanto è brutta la Terra ora che ci siamo mangiati via tutto il verde. E poi, vogliamo parlare del sottotesto? Buoni contro cattivi, coi buoni infinitamente buoni, e tecnologicamente arretrati, e i cattivi infinitamente cattivi, e tecnologicamente avanzati. Provate un po’ ad indovinare chi vince? E ci vogliamo negare un aggancio con la realtà? I militari americani che sbarcano in forze su di un altro pianeta per ‘convincere’ un intero popolo a fare le valigie perché proprio lì ci vogliono stare loro, gli americani, per interessi loro, prettamente economici…mi pare di averla già sentita…E quanto sono carini questi indigeni dai nasi schiacciati trapassati da legnetti, con le perline nei capelli, che ringhiano ed emettono suoni gutturali, si arrampicano sugli alberi e cadono in trance ai piedi dell’albero sacro...

E io sono qui a distribuire coperte a gente che, senza essere alta due metri e mezzo e senza volare su pterodattili, è stata cacciata di casa, ha perso tutto, perché qualcuno voleva la sua terra, il suo orto, il suo albero sacro.

Alla fine del film, dopo tre ore terribili, ero talmente arrabbiata che mi sono abbattuta su un kebab grosso così.


Ciao, io sono LaMarta.

C***o!

Se ogni volta dovessi pagare il biglietto per tutte le mie personalità multiple e disturbate finirei sul lastrico!

Io, Davide e tutti quei simpatici omini che abitano le pigne che stanno nella mia testa, siamo andati a vedere Avatar in un centro commerciale di Amman di venerdì pomeriggio. L'esperimento sociologico nell'esperimento sociologico: partecipare ad un fenomeno mondiale (Avatar) partecipando ad un rito locale collettivo (il venerdì pomeriggio in un centro commerciale).

Beh, ad esperimento concluso, davanti all'immenso kebab che mi sono concessa uscendo dal cinema, interrogate le mie multiple personalità sul rituale consumistico, devo dire che ci siamo sentiti tutti un po' tanto in imbarazzo, a fare a gomitate tra torme di adolescenti giordani e famiglie pasciute nel più classico dei non luoghi. In Italia non l'avrei mai fatto, di infilarmi in un mall all'ora di punta (e lo dice una che ha lavorato per otto anni in un grande supermercato). Per quanto riguarda il film, devo dire che il mio spirito tardo-adolescenziale ha vito su tutti gli altri: c***o, è solo un film, mica ci vogliamo trovare significati nascosti. I buoni vincono e i cattivi perdono. Se i cattivi muoiono di morte violenta, chissene. E vissero tutti felici e contenti. Tutti tranne i cattivi (che vengono cacciati via dal pianeta, perchè i buoni, che sono sempre più buoni, mica li sterminano tutti i cattivi, no, li rimpatriano...i buoni rimpatriano i cattivi...devo avere già sentito anche questa).

Forse si poteva fare un buon film spendendo meno di 400 milioni di dollari, magari si poteva pure fare a meno della terza dimensione che due erano più che sufficienti, ma vabbè, è andata così.

Se l'avessi visto a casa mia, da sola, avrei passato tre ore urlando e saltando sul divano, un po' come la MariaTerni davanti al MotoMondiale...



Quindi...

Avatar RULEZ, però 3D S**KS!


Incredible !ndie

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A 150 chilometri da Amman

1 commento:
Il mio primo pensiero è stato di uscire dalla sala. Una bambina viene mostrata in primissimo piano, su un letto di ospedale. Viene circondata da due medici, che le praticano iniezioni, che le infilano dei tubi su per le narici del naso, che tentano disperatamente di rianimarla. La videocamera si avvicina morbosamente ancora di più, si ferma sui suoi occhi vitrei spalancati. Ma la bambina è già morta. L’inquadratura cambia, va a riprendere un padre di famiglia disperato. Davanti a lui il corpo esanime del figlio di tre anni, colpito da una bomba nei pressi del parco giochi del suo villaggio.

Gennaio 2009, Striscia di Gaza. Israele ha appena lanciato l’operazione Cast Lead (“Piombo fuso”), con l’obiettivo di colpire le infrastrutture militari di Hamas e assestare un duro colpo all’organizzazione palestinese. Gaza, uno dei territori a più alta densità di popolazione del mondo, viene prima bombardata e poi invasa da truppe di terra, subendo nell’arco di tre settimane di conflitto pesanti perdite civili.

To Shoot an Elephant, documentario proiettato nei giorni scorsi alla Royal Film Commission di Amman, è un resoconto visivo scioccante di quei 21 giorni. Nato dalla collaborazione tra il freelance spagnolo Alberto Arce e l’attivista palestinese Mohammad Rujailah, To shoot an Elephant segue le eroiche operazioni di soccorso prestate alla popolazione civile da parte di medici, infermieri e personale paramedico di ogni sorta, mostrando come si possa fare embedded journalism anche al fianco della Mezzaluna Rossa. Il risultato sono quasi due ore di immagini crude, sgradevoli, in certi punti insostenibili. Ma che rimangono una delle poche testimonianze dirette di ciò che è accaduto, e che non deve essere dimenticato.

Qui potete scaricare gratuitamente il documentario (in licenza Creative Commons). Per chi volesse approfondire la questione segnalo lo speciale di Al-Jazeera (l’unico grande media network ad avere dei corrispondenti sul posto durante gli eventi) e il corposo rapporto stilato dal Consiglio dell’Onu per i diritti umani.

giovedì 21 gennaio 2010

2tto

6 commenti:
Lungi dal ritenerlo interessante, trattasi duno sperimento: Alberto e Paolo provano a parlare (...) trascrivendo tutto quello che si dicono sulla tratta navale port Blair – Havelock.


Pasta del capitano: data astrale di Incredible !ndie 2010 01 20, nave stellare Silver Spring.



ALBERTO: È difficile scrivere di questi giorni. I festeggiamenti hanno preso il sopravvento su tutto&tutti; e forse è giusto che sia così.

PAOLO: Per me i primi giorni di un viaggio sono quelli in cui + mi colpisce l’intorno. Sull’aereo ero ancora dentro me (in me) e sbrodolavo un post sulla “velocità”. In sti giorni scriverei tutto quello ke vedo e ke mi sorprende, x’ mi assuefaccio sveltamente e tra una settimana la fogna a cielo aperto non mi lascerà lo stesso stupore.

A: Questo duetto somiglia ad una partita a scacchi, senza né vincitori né vinti, ma solo abili giocatori che tramano colle parole altrui.

P: Le mie parole sono mie.

A: Bene. Posso dormire?

P: Sì.

A: Si percepisce in giro un’aria di omologazione, soprattutto da parte dei giovani, ma anche gli adulti fanno la loro parte. Il modello “omologo”, un po’ come il brutto anatroccolo, è l’europeo in gita.

P: Mmm.. non parlerei di “tendenza all’omologazione” qua. Penso all’omologazione quando una società propone acriticamente modelli culturali esterni nella moda, nella fruizione televisiva, nella musica, nello sport. Addis che si divide ferocemente tra tifosi dello United e dell’Arsenal, i bosniaci che accolgono gli italiani cantando “Lasciatemi cantare”, i giovani tanzani che facevano hip hop.. Qua c’è una certa reinterpretazione, mi pare.

A: Sì, però per quanto riguarda la modernità, la tecnologia..

P: Anche se forse sono più evidenti nell’India continentale che nelle Andamane..

A: Questo ci porta al tema dell’Incredible !ndia: quante Indie ci sono? La tecnologia, l’omologazione, hanno a che fare solo con una piccola parte della popolazione, la maggior parte degli indiani vivono con costumi e tradizioni propri. Tutto qua ruota intorno a Port Blair, che invece brilla di luce propria: ha una sua storia, fatta di occupazione inglese e giapponese. Mentre le altre isole sono satelliti meno importanti e distanti. Basta percorrere pochi km e allontanarsi poco dalla città per avere prospettive e panorami altri. Silenzi e rumori diversi, suoni e colori.

P: Penso al sempreverde discorso sull’Africa, al cosa vuol dire essere stato in Africa, quando gli Stati al suo interno sono numerosi e tra loro diversissimi. L’India si sviluppa su un territorio più contenuto ma la popolazione è maggiore. Molte delle riflessioni provocatemi dalle Andamane si appoggerebbero su un confronto con l’India che non conosco. Tergiverso a dire di essere stato in India senza affrettarmi a precisare che son stato nelle Andamane. Se invece che qua fossi stato solo.. che so, a Calcutta, sarei tranquillo nel rispondere affermativamente a chi mi chiedesse se son stato in India. Qua siamo a 1200 km da Chennai e 300 dalla Thailandia..


A: Sarebbe interessante conoscere meglio l’India e capire dove va: queste Incredible !ndie hanno molte chiavi di lettura e vanno prese come una terapia a piccole dosi. Mi viene in mente una battuta che abbiam sentito in questi giorni da turisti che commentavano tra loro “Guarda, anche l’indigeno viene a prendere il caffè”. L’India si presta molto a letture superficiali & banalizzanti, soprattutto se si ha la pretesa, la fretta, in qualche caso la presunzione di capire tutto subito.

P: Anche se poi le prime esclamazioni spontanee son superficiali per forza di cose: il tempo aiuta ad andare in profondità.

A: Secondo me dalla nostra cultura italiana ci approcciamo superficialmente perchè stiamo perdendo una dimensione per me essenziale della vita: lo stupore, che vuol dire la capacità di mettersi con predisposizione ed umiltà in ascolto di ciò che ti sta succedendo, di ciò che ti accade.

P: Anche Martini insiste sull’importanza del non perdere la capacità di stupirsi. Mi viene in mente l’emozione di ieri, del trovarmi di fronte alle donne dei Self Help Groups: percepivo vivamente una situazione che definirei quasi di privilegio nell’incontrare.. no, nello sfiorare, nel condividere la presenza per qualche minuto con persone portatrici tanto lontane di fatiche loro, di loro idee di bellezza. Per dire solo due cose.

A: Quello che mi fa riflettere, condividendo il tema di questa bellezza, è come in questi fugaci incontri si possa materializzare l’anonimo obolo della vedova, nel senso che un gesto di solidarietà fatto nell’anonimato ha permesso a queste donne di realizzare alcuni sogni essenziali per la loro vita. Allora il grande senso di responsabilità che ci deve accompagnare essendo testimoni privilegiati di questo scambio. E quindi il dovere, l’impegno di fare da ponte, da ripetitore, antenna, tutto ciò che può servire a trasmettere, riprodurre in modo più autentico possibile, le sensazioni di questi incontri, queste apparizioni.

P: Per cui anche il blog. Quando ero lì e loro parlavano in hindi al traduttore, una delle Babilonie in cui mi perdevo era il chiedermi come loro ci vedessero. Oltre che provare a trarre dai pochi indizi di cui disponevo elementi della loro quotidianità.

A: Magari ci vedevano come i Re Magi, visto il periodo… Ma forse non è mica tanto una battuta.

P: Poi mi chiedo..

A: ..chi si leggerà mai questo post?

P: Eh, eh, però noi scriviamo per noi stessi..

A: Scrivi: “essendo fondamentalmente egoisti”.

P: Poi mi chiedo..

A: Sono tuoi questi occhiali? Sembrano un po’ da femmina!

P: In realtà non ricordo, però confermi di essere legato ad una classica divisione in 2 generi. Mi chiedo: incontri così brevi, dove noi arriviamo armati di taccuino, macchina fotografica e telecamera, come alberi di Natale..

A: ..per rimanere in tema coi Re Magi? Forse sarebbe meglio specificare che è una battuta…

P: No, è sarcasmo, se si specifica, lo scritto perde di ritmo ed è un po’ un sottovalutare il lettore

A: Siccome non vogliamo sottovalutare il lettore d’ora in poi non lo sottolineeremo più

P: Quello che mi chiedevo è: come trasmettere una sensazione, un incontro così breve come quello dell’altro giorno?

A: Certe volte ci si deve abituare alle sensazioni brevi. Vuoi che riusciamo a prendere l’acqua? Con questo nuvolone.. Mi sa che siamo arrivati.

Can you blame the sky?

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Can you blame the sky when a mama leaves her babies behind
Can you blame the sky when a mama leaves her babies behind

Can you blame the sea, Oh can you blame the sea,
'Cause she's a flowin' in that water deep

Is it the dirt that you envy so
'Cause in it her strong roots still grow

No, no, no
(repeat)

I'll blame those birds flocking so
I'll blame those birds flocking so
Blame those birds flocking so
'Cause with them she's a flying
Oh 'cause with them she's flying

All those mamas are flying
They're watching us from above
They're watching us from above
Dropping their feathers with a mother's love


mercoledì 20 gennaio 2010

GiordanItalia nr 3.1 e 3.2

2 commenti:

Opportunità

2 commenti:
Discorso tra un’americana e una boliviana.

Whitney è americana, ha 21 anni e studia scienze politiche all’università di Madison, Wisconsin. Dice che adesso fa freddo e dovrebbero esserci qualche decimetro di neve per le strade.

Rosa è boliviana, lavora nella parrocchia di Villa Tunari aiutando Padre Mauro, il parroco. Ha 21 anni anche lei. Le nostre magliette sono fradice di sudore, abbiamo camminato per almeno due ore nella foresta del Chapare e l’umidità è imbarazzante.

Il Chapare è la regione boliviana dove si coltiva la “Hoja de Coca”, ossia la foglia di Coca. Questa pianta è sempre stata usata dalle popolazioni indigene sud americane come medicamento e come sostento nel lavoro. Come se usa: si mettono in bocca, tra la guancia e i denti, le foglie di coca e si inizia a masticare.

In Bolivia è legale coltivare fino a 1 Cato ( 40X40 metri) per affiliato al sindacato. Ma non è difficile capire che di “Cati” ce ne siano molti di più in Chapare, e che la produzione non è solo destinata al consumo tradizionale. Qui si prepara la “Pasta Base” macerando le foglie con benzina ed aggiungendo altri additivi chimici. Una volta nelle città più grandi viene trasformata in cocaina e preparate per il viaggio nel Nord del mondo.

Chiedo a Rosa se ci sono ragazzi a Villa Tunari che fanno uso di cocaina. Mi dice di no con una faccia un po’ perplessa. Mi sembrava di capire che il concetto di Cocaina le fosse estraneo e ne ho la conferma dalla sua espressione quando gli spiego come se ne fa uso: si preparano delle strisce di polvere e si sniffa. Dopo un momento di silenzio mi racconta che due suoi amici hanno provato a portarla in Chile ingoiando delle “uova” ripiene di cocaina. Uno dei due è riuscito a passare mentre l’altro adesso si trova in carcere. Tutto sommato è andata bene a tutti e due, non capita raramente che le “uova” si rompano nello stomaco provocando la morte della “Mula” - il trasportatore.

Negli Stati Uniti invece - lo si capisce dai discorsi di Whitney - tutti sanno come è fatta, e come si consuma, la cocaina. La maggior parte dei suoi amici ne faceva uso per la prima volta nelle feste all’inizio dell’università. Le dicevano che bisogna provare tutto nella vita e che tutto sommato con era male. Il suo vicino di casa adesso ne è diventato dipendente. “Cosa se ne fa un ragazzo diciassettenne di 100 dollari di mancia dei genitori per passare il week end? E’ ovvio che poi questi iniziano a drogarsi!” ci racconta Whit provocando un certo stupore in Rosa.

La popolazione americana rappresenta il 5% della popolazione del globo terrestre e consuma il 50% della produzione mondiale di cocaina.

E’ così che nasce questo post…

…dopo una camminata nella foresta pluviale del Chapare, quando due mondi diversi uniti dal commercio della droga si incontrano attraverso l’ingenuità di due ragazze che, insieme ad un italiano, si riposano attorno ad un tavolino all’ombra di una palma.


Una donna gira le folgie di coca
che stanno seccando al sole








In Europa, cocaina pronta per l'uso

martedì 19 gennaio 2010

Energie dalla Giordania

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Io ho scritto questa cosa qui

Che poi vi pensate che sto qui a disegnare bambolini dalla mattina alla sera...

In certe situazioni non sono io, ma quello che rappresento.

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2010 01 18, 22e49, Pt Blair

 
Il giubileo argenteo che ha coinvolto le migliaia di cattolici andamani (su un totale di 36mila) che potevano raggiungere la capitale in questi giorni si è concluso e ci ha lasciati epidermicamente provati: il vescovo Alex ha organizzato oggi una tappa di chiusura su un’isola dove il sole mi pesta come certi umani europei spetasciano uno scarafaggio; solo una tale violenza può giustificare questo rossore. Al momento lo scarafaggio non sente niente, ma neanch’io. In seguito lo scarafaggio non sente più niente, io sì. Che poi, chissà cosa centro.

 



Ho la bella intuizione di spiegarlo a 50 ragazze dei 2 kishori che stiamo affiancando in questi anni. Ma prima spiego a voi cosa sono i kishori: si tratta di corsi femminili residenziali della durata di una decina di mesi finalizzati a emancipare giovani donne di villaggi, altrimenti costrette in casa con livelli di alfabetizzazione e socializzazione infimi. A me il progetto pare interessante e lo step di monitoraggio pomeridiano prevede un incontro frontale con le dirette destinatarie dei corsi. Step cui arriviamo colpevolmente in ritardo di un’ora e mezza, e nel quale vengo invitato a presentarmi in inglese per aprire l’incontro.

 

“Ciao, io sono Paolo, lavoro per Caritas Ambrosiana. Sono mortificato per il ritardo, vi chiedo scusa. Eravamo su Ross Island. “Ross” in italiano significa “rosso”, ed è questo il colore che ci vedete in volto. A noi Ross Island fa quest’effetto”.

 
In certe situazioni sono io, ma anche quello che rappresento.

 
Alberto credo abbia l’aria di chi si sta chiedendo se ho detto veramente quello che ha sentito, ma ripiglio il discorso e lo conduco verso lidi più fermi. Sedutomi, la sedia continua a dondolare, postumo dell’ondeggiante viaggio mattutino sul traghetto. Le ragazze, una alla volta, raccontano perché gli piace il kishori, cosa faranno dopo e cosa credono possa essere migliorabile; hanno già scritto i loro pensieri sul quaderno, qualcuna li sta ripassando nascostamente.

 
Una di loro spiega di avere guadagnato autostima, e che ora riesce a parlare tranquillamente a persone maggiori di lei. Le rispondo è vero: il suo discorso è proceduto spedito. A quel punto però nessuna se la sente più di prendere la parola. Arguto commento, Paolo.

 
Le ragazze maggiori sono mie coetanee, ma non è il fattore anagrafico che affatica il momento. È il ricoprire il ruolo del donor, di quello che aiuta, di chi per lavoro fa il buono. Ricordo sorridendo quando nelle prigioni etiopi cogli altri italiani, gente ben navigata, ci smarcavamo al momento della consegna ai prigionieri dei vestiti raccolti dalla cappellaneria; ma bisognava farlo. Le partnership ti vogliono protagonista anche di situazioni che magari non creeresti proprio così.

 
Ci penso un po’, un paio d’ore dopo, camminando sulla spiaggia. Lo sciabordio delle stelle, i granchi che fuggono ai miei passi tra le radici delle alte palme.

E poi arrivo in stanza, entro nel mio bagno e c’è uno.

 
Paolo: Scusi, non sapevo, non ho bussato..

 
Uno: …

 
Faccio per girarmi per uscire, ma m’avvedo che non è una persona, bensì uno scarafaggio. E ringhia al mio indirizzo.

 



In certe situazioni sono io e basta.

 

Pesto come il sole su certi italiani alla Ross Island.

 

Che poi, chissà cosa c’entra.









domenica 17 gennaio 2010

dove i poliziotti si amano

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2010 01 16, 10e31, Pt Blair

Giornata impegnativa, oggi. Sveglia alle 5 e30 per partecipare, su Hope Island, alla prima delle celebrazioni per il giubileo argenteo del Vescovo Alex Diaz. Io e Alberto rimaniamo dietro ai nostri connazionali (hanno accolto l’invito anche Caritas Como, Inzago e Magenta), distratti con commenti pertinenti quel momento di festa cui la popolazione locale ha aderito con slancio; seguitano difatti ad entrare frotte di donne dai sari multicolori e uomini incamiciati. Nella chiesa in breve saremo in 3,500 e tra tutti noi uno solo indossa la Tshirt.



E poi la seduta.

In 3,500 si siedono. Ed io e Alberto, impegnati a considerare quale fosse la postazione migliore, ci troviamo improvvisamente bloccati, in equilibrio precario, con gente seduta sulle nostre scarpe, un po’ divertiti un po’ in affanno: e mò?

Il nostro caso umano è provvidenzialmente scorto dall’altare, da dove il Gran Cerimoniere impugna il microfono e chiede alla sicurezza

PAUSA: La sicurezza.

Il sistema d’ordine della celebrazione è affidato a 3 categorie di persone. Non sono le caste indiane (qua a Pt Blair si avvertono meno che nell’India continentale), non sono Genova Social Forum, polizia comunale e Black Block, bensì polizia locale, a sua volta tenuta lontana dal servizio d’ordine diocesano (coadiuvato da una ragazza somigliante a Giorgia) e suore d Madre Teresa. Il cui ordine avrà pure un nome, ma nella notte e senza google, dovete accordarmi dei margini d imprecisione. Le suore d madreteresa, infatti, affiancano il corteo e lo incoraggiano ad andare nella direzione esatta. Con la loro pacatezza si potrebbe mettere in dubbio la bontà del loro operato, ma ho il sospetto che dietro il loro sorriso sparino una raffica di preghiere allo Spirito, che distoglie i più facinorosi dalla tentazione di fermarsi ad allacciarsi una stringa o di girare a dx a guardare il panorama e li riporta a sx, ordinati e compatti.

Schiaccia start, riprendo.

Il Gran Cerimoniere impugna il microfono e porta all’attenzione di Giorgia “Mr Alberto”, chiedendole di venirci a recuperare. Ed è allora che qsta donnina viene nella nostra direzione e ci indica la via, ma per raggiungerla bisogna camminare su persone e vestiti della festa e stare in piedi, soprattutto. Arrivato presso di lei le allungo la mano in cerca di un sostegno, lei avvicina la sua mano alla mia, ma non la tocca, per cultura, e un sostegno psicologico in hindi non era esattamente ciò di cui necessitavo. M’appoggio così alla spalla di un uomo e raggiungo l’isolotto di sedie che l’organizzazione aveva riservato a noi. Da qui vi scrivo ora, mi ero premunito di arrivare con libri da leggere e carta da scrivere. Ma la carta è già praticamente finita. Non perché abbia scritto tanto, ma perché sono stato in bagno, qua dietro, nella giungla e.


Faccio in tempo solo ad aggiungere un quadretto mieloso in cui siamo incappati ieri: salendo le scale abbiamo trovato due poliziotti imboscati a scambiarsi effusioni. Che bel posto, Pt Blair.


Ce l’ho, ce l’ho, mi manca.

LA MULTI ANI CHIARA!!!!

4 commenti:

Auguri Chiara!!!!

sabato 16 gennaio 2010

2010 01 15 andamanuale

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Sì vabbeh, ho capito, 6 sulle Isole Andamane. Ma invece d scrivermi le tue fantastikerie, convincimi della loro esistenza.


“L’India è un sacco di roba”, butterei lì, se non stessi scrivendo sul blog d Caritas.

HAN: Quanta?
LUKE: Beh, più roba di quanto tu riesca a immaginare.
HAN: Guarda, ragazzo, che io me ne immagino un bel po'.
LUKE: La avrai.
HAN: Un bel po'?
LUKE: Contaci.
HAN: Okay, ragazzo, ma è meglio che non racconti delle balle.
LUKE: D'accordo.
HAN: Qual è il tuo piano?


Il mio piano è piantarla colle citazioni ciematogra fike e spiattellare che io non conosco l’India, e manco le Isole Andamane. E però ho 8 giorni per scrivervene, qdi è meglio che v butti giù qualcosina, giusto per dare un’idea dell’ambientazione. Il problema si riproporrà tra 9 giorni per la Thailandia, ma ho l’impressione che della Thailandia non venga messa in dubbio l’esistenza.

Qualcosina sulle Isole Andamane e Nicobar.
Abitanti (2001): 3,56,256
Punteggiatura numerica: bizzarra
Abitanti tribali: 30,000
Distante in linea d’aria da Chennai: 1200km
Numero isole da cui sono composte: 556
Superficie totale: 8,249
Superficie coperta da foreste: 7,177
Se fosse un animale sarebbe: un Dugong (alias “mucca marina”)
Se fosse un volatile sarebbe: un piccione andamano del legno
Se fosse un albero sarebbe: un padauk
Credo sia un gioco simile a quello fatto l’anno scorso, ma tantè.



C'e' molta gente per la strada, e qdo ce ne e' ancora di +, ci si muove pianissimo, spostando i piedi di pochi cm. Ma se non lo si fa, perche' si vuole aspettare di disporre di almeno 12cm, si sta certi che qualcun altro s'infilera' in quello spazietto. Le auto strombazzano allegramente, i camion hanno scritte sul retro che invitano a suonare il clacson.


La sensazione vigente oggi è stata quella di avere prolungato il Natale: lucine e decorazioni dovunque, presepi e babbi natale per la festa di Padre Alex.


Il fraintendimento giornaliero mi ha voluto involontario corteggiatore di un ragazzo. Ma ci vogliono ben più che questi pochi minuti per dettagliare.

Mannagg, devo volare, non riesco ne' a leggere commenti ne' a postare le foto.

Il sole a strisce.0

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Le ragazze escono dalle celle a piccoli gruppi e si allineano nel cortile interno. Filippine cingalesi, indonesiane: ne contiamo circa quaranta, ma probabilmente ce ne sono almeno altrettante rimaste dentro. Basta volgere lo sguardo alle porte di ferro ormai chiuse, dove decine di volti incuriositi si alternano febbrilmente dietro gli spioncini. Devono avere tra i venti e i trent’anni, forse di più. Alcune ci salutano con un sorriso, incredule di ricevere finalmente una visita.

Siamo nella sezione femminile del carcere di Juweideh, periferia meridionale di Amman. Qui si trova l’unico carcere femminile della Giordania, con tanto di sezione per le cosiddette detenute temporanee. Qui vengono condotte le donne immigrate clandestine con permesso di soggiorno scaduto.

Riesco a parlare con una ragazza filippina. Con la voce rotta dal pianto mi racconta di esser venuta in Giordania per lavorare come collaboratrice domestica, e di esser stata trovata dalla polizia sprovvista di permesso di soggiorno. Non si può permettere di pagare la multa, così le autorità la trattengono in carcere. Un’altra ragazza mi dice di aver già pronti i soldi per potersi “comprare” l’uscita dal Paese, e di aver ancora abbastanza denaro per il viaggio di ritorno nelle Filippine, ma per qualche ragione è ancora in carcere. Qualcosa deve essersi inceppato ed è ancora qui, da più di due mesi.

Sono partito da questa piccola esperienza per raccontare il dramma delle lavoratrici domestiche straniere in Giordania. La stragrande maggioranza di queste provengono dall’Asia Meridionale e Orientale, soprattutto da Indonesia, Filippine e Sri Lanka. Lasciano il Paese di origine sperando di trovare qui un lavoro dignitoso, contribuendo così a sostenere la famiglia rimasta in patria, ma finiscono spesso in una spirale interminabile di sfruttamento: sono vittime di abusi e maltrattamenti – se non di veri e propri pestaggi - da parte dei propri datori di lavoro; lavorano dalle 16 alle 19 ore giornaliere, spesso dovendo aspettare mesi per ricevere lo stipendio o parte di esso (a volte sono le agenzie di reclutamento a trattenere parte dei soldi); vengono tenute segregate nella casa dove lavorano per impedirne la fuga.

A volte, anche quando le ragazze riescono a fuggire, l’amara sorpresa è dietro l’angolo. Impossibile lasciare il paese: il datore di lavoro, responsabile per legge dell’adempimento, non ha mai provveduto all’estensione del loro permesso di soggiorno. Non potendo pagare la multa – ogni giorno di presenza irregolare in Giordania costa alla persona un dinaro e mezzo – le ragazze finiscono così in carcere, senza sapere se e quando riusciranno a uscire. In alcuni casi la situazione è ancora peggiore: non volendo rischiare conseguenze penali o amministrative per l’irregolarità, alcune famiglie cercano di liberarsi delle lavoratrici denunciandole alla polizia per maltrattamenti o per furto (è recente la notizia di una collaboratrice cingalese imprigionata, e poi rilasciata per mancanza di prove, in seguito all’accusa di aver rubato alcuni gioielli e aver abusato della bambina della famiglia presso cui lavorava).

Del resto, come mi dice una terza ragazza a Juweideh, la fuga può anche essere sorprendentemente breve. Una volta raggiunto il miraggio del rimpatrio, molte sue connazionali hanno ripreso subito la strada della Giordania, finendo nuovamente in carcere. Lei però non ci potrà riprovare: sul passaporto le hanno messo un timbro recante la scritta “Denied Entry”, che verosimilmente le impedirà di rivedere le colline di Amman per almeno cinque anni.

Secondo Amnesty International sarebbero oltre 70.000 le collaboratrici domestiche presenti in Giordania, di cui circa 30.000 non registrate. Diverse organizzazioni, tra cui Human Rights Watch, hanno denunciato questa pratica, in contrasto con le stesse leggi giordane. Lo stesso governo si sarebbe impegnato a emendare la propria legislazione del lavoro, promettendo di dedicare un’attenzione specifica ai diritti delle lavoratrici domestiche.


Per chi volesse ulteriormente approfondire la questione:
Report di Amnesty International;

Analisi di Human Rights Watch sulla nuova legislazione del lavoro in Giordania;

Articolo del Jordan Times a proposito di un recente caso di maltrattamento.