sabato 31 gennaio 2009

Gennaio 2009, 30. Port Blair.

2 commenti:

Gennaio 2009, 30. 9:15. Port Blair.

Ho scoperto che Sonia Gandhi, esponente di spicco del partito di maggioranza indiano (ma quest’anno elezioni), è cresciuta in Italia e non ha legami di parentela con il Mahatma; evita però di parlare italiano per non incoraggiare le accuse dell’opposizione che la tacciano di non essere indiana. Il ventilatore frastuona turbinando sopra di me. Conto così di asciugare la metà dei vestiti che ho lavato con sapone di Marsiglia e bagnoskiuma; l’altra metà si trova appesa sul balconcino, così osservo quali si asciugano prima. Mi compiaccio dei miei algoritmi.

Lascio il minicomputer d Sergio ad Alberto, che lavora sulle foto. Forse dovrei prima chiedere il permesso a Sergio, forse no. Vado meritatamente a leggere. Tornerò. Come faceva Cafu coi polmoni da ventenne. Poi ha smesso di tornare ed è partito per il Brasile. Da dove non è + tornato.


2009 Gennaio, 30. 14:18. Port Blair.

In attesa di tale Beppe, di Caritas Italiana, il cui aereo è in ritardo. Ne approfitto, per quanto il litroz d birra ke scivola quotidianamente per la gola dica la sua.

- Vattene a letto, birla!

- Dopo, magari.

L’idea che si rafforsa in me è che queste Isole siano popo un bel posto. Con dei suoi ritmi e straniere da certe norme sociali. Ora la crisi economica arriverà anke qua, ci dicevano. Però capisco come all’inizio potessero essere state battezzate “Isole della Buona Fortuna” e “Isola della Felicità”. Alla fine ha avuto la meglio “Andamane”, dal nome della scimmia divina di Ramayana, la quale ha usato le isole come scogli per attraversare l’Oceano e raggiungere lo Sri Lanka.

“Sognando ad occhi aperti vedo il mondo che vorrei
Racchiuso in un sorriso di chi non sorride mai
Se non provi a postare l’orizzonte un po’ più in là
I sogni non coincideranno mai con la realtà”

Poi a pranzo il vescovo Alex ha ricevuto una chiamata. Parla mestamente. Chiude il telefonino. Lo appoggia al tavolo. Solleva lo sguardo verso noi.

- Una ragazzina, un’altra, si è suicidata. Aveva 15 anni.

Durkheim scrisse che nelle isole la depressione era più facile, ma mi rimetto ai sociologi. Seba, Funky? Alla facciazza mia e delle mie considerazioni.


2009 Gennaio, 30. 23:04. Port Blair.

Reduce da un picnic notturno sul mare, a base di gamberoni, maiale, panini ripieni. Ke bel lavoro. Lo sciabordio il sottofondo. Chissà dopo quanto stanca. Arriverebbe un giorno in cui desidererei scambi su calcio, politica interna, libri o vicende personali con una forza tale da fare male. In Etiopia non è mai propriamente arrivato, ci sono andato vicino, ma ritorni, telefono e mails, e italiani ad Addis m’hanno aiutato a prevenire quel giorno.

Niente bici per Port Blair. I camion hanno scritto dietro, a carattere dimensione 307: PLEASE SOUND HORN. Cioè ti pregano di suonare il clacson, nel caso non ti sentissero arrivare. Certo, se guidassero dalla parte giusta farebbero anche meno fatica, ma questa scritta collassa la mia insofferenza per i milanesi strombazzatori nevrastenici. Tu, camionista, mi chiedi perfavore di suonarti. Il tutto ha del sadomaso, ma oggi ho ingollato 1,5 litri d birra e quindi le mie impressioni fanno meno testo. Ancora di meno.

Ieri ho scoperto che, quando si stava scegliendo il nuovo Papa, e Martini riceveva tot voti, Carlomaria è andato alle elezioni (come diavolo si kiamano?) col bastone, a scoraggiare i suoi sostenitori.

Alex m’ha detto che Toni sta facendo sognare il Bayern, e son contento che un vescovo indiano mi dica una roba del genere. Potrebbe non dirmela, non saperla. Ma io sono birla e son contento. Notte, siam d’accordo?

- Sì, Paolomaria. Vieni.

2009 01 27-30. Jarawa

5 commenti:

Gennaio 2009, 27. 20:52. Port Blair.

Sono arrivato sulle Isole Andamane, distretto indiano composto da 576 isole situate sotto il Myanmar, nel Golfo del Bengali. Il 90% (7,171kmq su 8,249kmq) è abitato da alberi, in foreste e giungle; fino a quest’estate non sapevo neanche che esistesse. Scendiamo dall’aeroplanino e il vescovo Alex (nome retaggio del periodo portoghese in India) ci porta a casa sua, dove risiederemo in questi giorni. Lui ha 63 anni e Giovanni Paolo II, Magno, lo chiamava “il primo vescovo delle isole indiane”; la prima volta che lo vide esclamò: “ Che vescovo giovane!”; Alex ricorda i loro incontri con occhi gaudenti. Ha un fare affabile ed una bella cultura, arricchita da un copioso numero di viaggi; la nostra presenza è occasione per chiacchierate in italiano sul mondo e sulla Chiesa di oggi. Nel suo patio siamo accolti con ghirlande di fiori di tessuto intorno al collo. Fa un caldo umido, ma questo posto è ad un 1° sguardo rilassante, per colori e suoni.

Gennaio 2009, 29. 6:14. Andamane Centrali.

SMS

Nanni svampa nelle orecchie dà il cambio a carla bruni mentre le strade Andamane scorrono saltellanti dal finestrino del nostro fuoristrada. è ancora buio, ma l’impressione di una pacifica terra distonica dal resto del mondo è delineata. sto bene, aspettando la colazione.
Gennaio 2009, 29. 9:20. Andamane Centrali.

Non è un anno d Etiopia, questo. Sono 17 giorni d Asia. Non c’è tempo per dormire: delle ultime 117 ore ne ho dormite 21, il 18%; ho trascorso una delle ultime 117 ore a realizzare questo conto, lo 0.85%. Non c’è tempo per pensare cosa scrivere. Se ne trovo per buttare giù qualcosa, lo faccio, ma non rileggo.

All’alba stamane mentre riscendevamo le isole per tornare nella capitale, dopo una missione di visita ad un progetto a Mayabundar, a 180 km, ho visto una ragazzina in vestiti variopinti seduta su un muretto. Chissà cosa, chi aspettava. M’immagino di chiederglielo.

- Cosa aspetti ragazzina in vestiti variopinti seduta sun muretto?

- Io non aspetto

Più avanti un’altra visione: a lato della strada un water di cemento da cui non smette di fuoriuscire acqua.

Ieri alcune delle studentesse beneficiarie del progetto m’hanno lavato i piedi, appena arrivato. Il saluto che si pronuncia in Indi durante le presentazioni, mani giunte e piccolo inchino, significa: “Riconosco la parte di divinità che c’è in te”. Non me l’hanno porto lavandomi i piedi, ma prima.

Nella camera in cui ho dormito stanotte l’interruttore della luce non si spegneva, bisognava convincerlo a rimanere schiacciato.

- Spengiti!

- No

- Rimani schiacciato, dannazione. Mi stanno aspettando.

- No

- Perché no? Ti dà fastidio che qualcuno ti schiacci? Non vuoi sentirti come un pisolino?

- No


Gennaio 2009, 29. 12:07. Andamane Centrali.

Sono in attesa del 2° traghetto della giornata. Sono sulla jeep “Skorpio” targata AN0 e dei numeri. Vedo, tra le persone sparpagliate che attendono con noi, una mucca e una mucchina. Questi animali in India hanno uno status privilegiato, un DNA divino e possono fare un po’ quello che vogliono. Sembrano svaccate, ma non particolarmente allegre. Possono fare un po’ quello che vogliono. Non fanno niente, forse pensano.
Gennaio 2009, 30. 0:39. Port Blair.

Oggi e ieri abbiamo avvistato i Jarawa. 12. In 5 gruppi. I Jarawa sono un’etnia indigena (composta da 240 uomini, divisi in tribù) che vive nelle foreste ed è protetta dal governo locale. Quindi il loro territorio si attraversa in convogli di auto, alla testa del quale c’è un militare, che controlla che i Jarawa non siano avvicinati, fotografati. Che non gli venga dato da mangiare. Anche perché sarebbe pericoloso per loro, hanno un sistema immunitario completamente diverso dal nostro. Proteggerli così fa un po’ zoo, “si prega di non molestare i Jarawa”. Sono negroidi, si dice siano arrivati dall’Africa 60,000 anni fa. E si siano trovati bene.

Ad un certo punto abbiamo iniziato ad incontrarli. Uno più di tutti mi ha colpito. Era un cacciatore (vivono di caccia e pesca). Impassibile, statuario, nerissimo. Impossibile, anche. Ci guarda, fiero e muscoloso. Un incrocio fuori da orologi, calendari. Anch’io ero paralizzato, ma dall’emozione. Ne scriverei per minuti, ma sono sfinito. Credo che se lo avessimo fotografato non avrebbe impressionato la pellicola, perché la foto ferma nel tempo, ma lui non appartiene al nostro tempo. O, forse, noi non apparteniamo al suo. Mi han ricordato gli studi antropologici che avevo letto per la tesi, i !Kung africani.

Questo ieri, il 27. Oggi invece ne ho anche salutato uno, un ragazzo. Ci siamo alzati la mano, l’abbiamo tenuta ferma. Cosa pensi, ragazzo Jarawa, come vivi, cosa fai nel tempo libero, come puoi camminare scalzo nella foresta, in cosa credi? Wikipedia accenna a forme d animismo, ma dovrei fare ricerche più accurate. Ognivolta abbiam provato a fotografarli e filmarli, e non ce l’abbiamo mai fatta come voloevamo: giusto Alberto da dietro, attraverso un vetro, da lontano; perché troppo lenti noi, le mani impacciate, nella testa il pensiero indigesto che ad aumentare la velocità di azione perdevamo lo sguardo. Mi salta in mente chi si è sparato un giorno di coda per vedere il cadavere del Papa e ha usato i 5 secondi a disposizione per scattare la foto col telefonino. Senza quindi guardarlo dal vivo.. La registrazione della vita che diventa più importante della vita. Quando diventa condivisione. Mi piacerebbe anche leggere ora, mi rilasserei, ma scrivo. Son contento di non averli ripresi. Mi seccherebbe essere ripreso da chi non conosco, da chi viene dal futuro.

- Perché mi riprendi, tu, o Jarawa?

- Forse perchè sei diverso da me

- Allora ci si dovrebbe riprendere sempre tutti

- Non è forse quello che facciamo?

- Forse, porcatrupazza, non lo so

- Tipo: tu ora mi riprendi per averti ripreso.

- No, non riesco a reggere il confronto.

Ora spengo questo micro portatile ed entro sotto la zanzariera coll’ultimo internazionale, la pila, il telefonino, un pennarello azzurro.

Quando posterò queste parole? Le sistemerò prima?

A piedi calzi verso la sia

1 commento:

col beneplacito d alberto


PREMESSO KE NON CONOSCO NESSUN BENEPLACITODO...PERMESSO DE KE?


Gennaio 2009, 25. 15:18. Milano.

A piedi calzi verso la sia

Questa storia inizia con me che mi guardo le scarpe. Sia una storia europea ambientata in Asia!

Come hai detto? Alza la voce..

- Ho detto: “Ti guardi le scarpe perché le han fatte i bambini sottopagati e adesso ci tiri il pippone”.

No. No. Oddio, sì, aspetta che controllo. (…). MadeinChina. Sì, hai ragione, ma mica me le guardo per quello. Lo faccio perché son brutte. Sto calzando delle scarpe da tennis esteticamente brutte. Erano del nonno Peppino, non so se lui le avesse mai usate. So che nel 2005 è morto (e vabbeh, capita), e c’erano ste scarpe seminuove, non si potevano buttare e mele sono prese io. So che nel 2005, Alberto (il mio nuovo capo di Caritas Ambrosiana) ha aperto tanti progetti in Asia, post tsunami. Nel 2005, quando ho fatto le scarpe a mio nonno.

Ste scarpe le ho messe ieri per la prima volta. Ieri sera era la festa dell’Inanellatrice e c’era un bel po’ di gente. Ma col fatto che il mio gennaio è stato poco sociale non ho fatto in tempo a (ri)conoscere persone nuove, avevo urgenza di vivere le vecchie. Come ? No, aspetta, fai così: parlami all’orecchio sx, sì, il dx non funziona a pieno regime (nessun riferimento alla politica attuale). Dimmi.

- Chiedevo: “Poco sociale perché?”

Ah, ok. Perché il 2009 è partito con un’influenza granitica e sono uscito poco; per questo. Ieri sera sé parlato d centri sociali milanesi ke kiudono e d Kakà ke rimane aperto (qke riferimento alla politica attuale), d Sri Lanka e d formaggio.

Ke dopodomani smonto in Asia, per 17 giorni. Non 16, non 18. Con Alberto, il mio capo. Avere un capo ke si kiama Alberto t permette d kiamarlo “Ei, Al!”, ke è una bella cosa. Mi piace l’idea. Mi piace l’idea d andare in Asia. Non so se ad Alberto piaccia l’idea di essere kiamato così.


SOPRATTUTTO IO ALBERTO NON SONO KONVINTO KE SIA UNA ELLA IDEA PORTARE PAOLO INDIPENDENTEMENTE KE MI KIAMA AL…O BERTOO TUTTOATTACCATO !


Il Viaggiatore mà portato la pila da fronte, da speleologo, l’Acrobata non mà portato le infradito, gli servono. Il Tatuato mà portato a casa.

Sul mio volo, domani, c sarà un tizio che si pigerà contro l’orecchio un bicchierino d plastica con appallottolato dentro un tovagliolino. Scena alla Signor Fagiolo, Mr Bean. Sarò io, mentre prendo la rincorsa per questo salto triplo: 6 giorni nelle Isole Andamane, 3 in Sri Lanka e 7 in Thailandia.


FACENDO LA SOMMA ALGEBRICA DEL TRIPLO SI ARRIVA A 16 GIORNI, MI SEMBRAVA KE IL PA-OLO AVESSE POCO SOPRA 17, KI SI è PAPPATO IL 17 ESIMO ?


Una missione di comunicazione e cooperazione e poi si vede. L’epoisivede è la parte ke + m’intrippa. Non so se è anke x l’Etiopia ke acconsento a calzare anke solo x una missione scarpe così brutte. Forse mi piacerebbe essere il tipo di persona a suo agio con scarpe così. Oggi pensavo alla faccia che doveva avere fatto il Falegname quando suo figlio giustificò una sparizione misteriosa dicendogli: “Non sapevate che io devo occuparmi delle cose del Padre mio?”. Kristo rulez. Quale adolescente oggi risponderebbe con tale prontezza a 2 genitori imbufaliti perché non lo trovano, ke magari ha pure spento il cellulare Cosa Te Lo Abbiamo Regalato A Fare?

Popo delle brutte scarpe bianche. Così sia.


paolo

giovedì 29 gennaio 2009

La semplice gioia dell’elettricità

3 commenti:



Ecco: questo è il nostro quartiere, o meglio è la vista che si gode dal piccolo balcone di casa nostra;

un quartiere semplice Kahawa West, ma senza dubbio ricco di vita e di semplici emozioni, come quella che sto per raccontarvi ora.

Immaginatemi seduta per terra su quel balcone mentre mi rilasso dopo un’intensa giornata di lavoro in comunità, con una piccola candela a fianco; l’elettricità manca in tutto il quartiere già dal giorno precedente... sono le sette passate e tutto e' immerso in quella strana penombra che segue per pochi minuti il tramonto. Immaginatemi mentre guardo la stessa immagine della foto ma togliete tutte le luci delle case e delle vie. Insomma la foto non rende molto ma voi provateci..

Ecco, immaginate anche un’atmosfera stranamente silenziosa.

E poi…

Una specie di piccolo miracolo: all’improvviso, chissà da dove e perché, l’elettricità è tornata!

In pochi secondi mille luci si sono accese nelle case, per le strade, nei negozi… una canzone reggae ha cominciato a risuonare forte in tutto il quartiere…

E un urlo di gioia si è alzato da tutta la gente di Kahawa.

Donne e bambini sono sbucati fuori sui balconi e hanno riso insieme.

Tutto questo è durato pochi secondi ma è stato come se il quartiere si fosse improvvisamente risvegliato da una sorta di “buia sonnolenza”.

Non so bene come spiegare… ma immaginate che per quei pochi secondi l’aria si è riempita di gioia, di un’ adrenalina collettiva che mi ha davvero riempito il cuore.

Un’improvvisa ventata di felicità e calore, come spesso capita qua a Kahawa, ma che raramente mi è capitato di incontrare fuori da questo spicchio di Africa...

Ecco, io che non scrivo mai nulla, volevo proprio condividere con voi questo piccolo momento di gioia quotidiana a Nairobi…

ora speriamo che prima o poi ritorni anche l’acqua corrente!

mercoledì 28 gennaio 2009

Il passo silenzioso della neve

1 commento:
leggevo i vostri post, indagavo le vostre vite SCE. mi sono sentita accarezzare per certe delicate parole o immagini. e pensavo di scrivere qualcosa che ho sentito oggi, commenti freddi sui "miei" palestinesi di Dbayeh. e uso l'aggettivo non per possesso ma perchè li sento. vicino a me. Sono la mia famiglia ora. e mi rendo conto che se sento commenti su di loro da parte dei libanesi è come se offendessero e parlassero male dei miei genitori o delle mie sorelle. e di me. Tuttavia mentre osservavo lo schermo del computer il mio mp3 mi ha offerto un dono facendomi riascoltare "Il passo silenzioso della neve" di Valentina Giovagnini. Un piccolo pugno al cuore e ora non mi va più di scrivere. Il 3 gennaio ero in Italia sul treno per andare in quel di Torino a salutare gli amici mentre leggevo sul giornale della Sua scomparsa.

"...il tuo nome mai, i tuoi occhi mai, la tua voce mai più...come sabbia sei nel mio pensiero aquila che ormai non ha più cielo...il cuore è il passo silenzioso della neve ormai" .

A lume di candela

2 commenti:
28 gennaio 2009. Prima escursione dell’anno. Siamo andati a fare un sopralluogo in tre villaggi nel nord della Moldova per verificare le condizioni dei posti per i Cantieri della Solidarietà 2009.

La spedizione è stata produttiva e abbastanza soddisfacente. I posti sono molto belli, molto spartani e soprattutto…..sono molto bui!!!

Non mi ricordavo di quanto era buia questa terra quando cala la sera. Non una luminaria accesa nei villaggi, solo la fioca luce che alcune case emanavano dalle finestre. Con pazienza la luce ha lasciato il posto al buio. Solo i fari della nostra jeep illuminavano il nostro cammino.
In mezzo al fango della strada sterrata che collega il villaggio alla strada principale non incontriamo nessuno. Sembra che la vita si sia spenta.

Questo assopimento generale della vita prende anche me. Mi addormento in macchina.

A un certo punto mi risveglio. Vedo la luce. Dove sono?? Ah, beh si, sono tornato nella capitale. Qua la vita continua anche di notte.

Chi è più geloso??

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Non mi sarei mai aspettato di provare gelosia nei confronti di questa terra che è la R. Moldova.

Una gelosia un po’ strana, perché comunque non cambierei mai per niente al mondo la pace e la tranquillità che trovo nella mia casa natale a Mantova.
Una gelosia che nasce dai racconti di mio nonno, che tanto mi appassionavano tanto quando ero piccolo. Infatti mio nonno era un contadino mi raccontava spesso di come era la vita a suo tempo: la gioia e la fatica di coltivare la terra con mezzi che erano quelli di inizio 900, la gioia e la fatica di vivere in casa di campagna con la stufa a legna e il camino, le candele, il pozzo, il bagno fuori; la gioia e la fatica dei cambiamenti storici e tecnologici che sono venuti col tempo, la gioia e la fatica di poter contare solo su stessi per tirare su la famiglia……e altre tante cose….

Insomma visitare questo paese nei suoi villaggi più nascosti è stato come un tuffo nei miei ricordi. E più e più volte ho desiderato di poter provare a rivivere i ricordi di mio nonno.

Purtroppo finora ho potuto solo avere dei “mordi e fuggi” di questi villaggi; sono sicuro che c’è tanta fatica in questi posti, ma sono altrettanto sicuro che c’è molta gioia.

E’ più immediato vedere la fatica: la si può vedere ovunque, nei pozzi, nelle strade infangate, nelle case….e molte volte mi sono fermato qua. Non ho potuto o non ho voluto vedere anche la gioia che nascondono questi villaggi.

Il manicomio del tempo

2 commenti:
[...] 'Non rovinare il presente lamentandoti del passato o preoccupandoti del futuro.'

Vivere senza lamentarsi del passato o preoccuparsi del futuro significa dare al tempo una dimensione molto più ampia di quella assegnatagli dal mondo che ci governa. Significa riabilitare la nozione del presente e cancellare l'orologio che tanto ci tormenta.
[...]

Da 'Puerto Libre'
Angeles Mastretta

domenica 25 gennaio 2009

Pintaggio casa

3 commenti:
Anche oggi mi è preso lo schiribizzo di dipingere un po'.... forse sta diventando un'ossessione...forse un semplice e puro divertimento!!!

Ricordo comunque con piacere l'inizio di tutta questa avventura, cominciata a novembre 2008 con le mie mitiche compagne di viaggio...



Vi terrò aggiornati sugli sviluppi della nostra casettina ..... ogni giorno diventa sempre più carina!!!!



Che bella soddisfazione!

Lo stupore di fronte ad...... un fiore!!!

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E' solo un fiore, che sta nascendo su un albero che non mi apparteiene, che non ho comprato, un albero, potrei dire, anonimo!
Eppure quel semplice fiore che ogni giorno svela un petalo nuovo, suscita in me una grande emozione: come se vedessi rinascere la vita, come se vedessi un'oasi nel deserto.


Alcune indicazioni geografiche:
Nicaragua, Ciudad Sandino, barrio Nueva Vida

venerdì 23 gennaio 2009

Kakà for Kenya..

1 commento:
Il Manchester City, squadra di calcio della serie A inglese, ha fatto un'offerta plurimilionaria per acquistare il brasiliano Kakà dal Milan... ma non è di questo che voglio parlare.. anche se sono molto contento che alla fine abbia rifiutato..
Quello di cui vorrei parlare è cosa potrebbe fare Kakà per il Kenya con i soldi che guadagnerebbe se cambiasse squadra, secondo il quotidiano Daily Nation: la somma che il Manchester City darebbe al Milan, è un terzo di quello che il presidente Mwai Kibaki ha chiesto per risolvere il problema della crisi alimentare fino al prossimo raccolto di settembre; questa somma risulta essere più della metà del profitto della Safaricom, azienda leader della telefonia mobile qui in Kenya, nell'ultimo anno finanziario. La Safaricom è la più grande azienda di questo tipo di tutta l'Africa dell'est.
Con lo stipendio di una settimana Kakà potrebbe pagare il responsabile dell'anti-corruzione in Kenya, tale Aaron Ringera, per due anni. Questo Ringera è il politico più pagato di tutto il governo kenyano, con i suoi 2,5 milioni di scellini kenyani al mese: guadagna addirittura più del presidente stesso.
Ancora: lo stesso stipendio di una settimana di Kakà potrebbe pagare lo stipendio mensile di un membro del parlamento del Kenya per sei anni, pagando probabilmente pure le tasse!
 
L'assurdità del calcio..

giovedì 22 gennaio 2009

Uno spunto di riflessione semplice....para compartir...!

1 commento:
ciao a tutti,
vorrei condividere solamente un paragrafo di un libro che sto leggendo.

Ancora una volta mi rendo conto come alcune pagine di libro possano diventare significative ed essere associate a momenti particolari di vita ed emozioni che si stanno vivendo.

Il libro s'intitola "tre tazze di tè" di Greg Mortenson e David Oliver Relin;

"La prima volta che dividi il tuo tè con un baltì, sei uno straniero. la seconda volta, sei un ospite onorato. la terza diventi parte della famiglia.

....

Haji Ali mi insegnò a condividere tre tazze di tè, a rallentare, considerare la costruzione di rapporti importante quanto quella di edifici. Mi insegnò che avevo più da imparare dalle persone con cui lavoravo di quanto potessi mai sperare di insegnare loro."

Penso che spesso viviamo un po' questo senso di "presunzione", di "onnipotenza", del "tutto e subito". Riscoprire il senso delle piccole cose, dei gesti quotidiani, degli sguardi.... stare ai tempi dell'altro, saper aspettare, attendere, saper ascoltare, saper stare anche nella "frustazione" del non fare apparentemente nulla...

Queste sono le cose che l'esperienza nicaraguense mi sta facendo riscoprire con prepotenza e con rinnovato entusiasmo!

mercoledì 21 gennaio 2009

Neruda e Nemagon

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Una multinazionale, un poeta, una banana.

Se aggiungiamo un pesticida e tanta gente ammalata viene fuori questa poesia di Pablo Neruda.



"Appena squillò la tromba
tutto era pronto sulla terra,
e Geova divise il mondo
tra Coca-Cola Inc., Anaconda,
Ford Motors, e altre società:
la Compagnia United Fruit
si riservò la parte più succosa,
la costa centrale della mia terra,
la dolce cintura d’America.
Ribattezzò le sue terre
“ Repubbliche Banane”,
e sopra gli inquieti eroi
che conquistarono la grandezza,
la libertà, e le bandiere,
instaurò l’opera buffa:
cedette antichi benefici,
regalò corone imperiali,
sguainò l’invidia, e chiamò
la dittatura delle mosche,
mosche Trujillo, mosche Tavho,
mosche Carias, mosche Tartinez,
mosche Ubico, mosche umide
d’umile sangue e marmellata,
mosche ubriache che ronzano
sopra le tombe popolari,
mosche da circo, sagge mosche
esperte in tirannia.
Tra le mosche sanguinarie
sbarcò la Compagnia
stipando di caffè e frutta
le sue navi che poi scomparvero
come vassoi con il tesoro
delle nostre terre sommerse.
Frattanto, entro gli abissi
pieni di zucchero dei porti,
cadevano indios sepolti
dal vapore del mattino:
rotolò un corpo, una cosa
senza nome, un nome caduto,
un grappolo di frutta morta
finita nel letamaio."




Così successe che un pesticida, il Nemagon, veniva utilizzato per eliminare un micro parassita delle banane.
Anche in Nicaragua.

Nel 1977, negli Stati Uniti, si scoprì che questa sostanza provocava, nelle persone che lavoravano con esso nelle piantagioni, sterilità, cancro, malformazioni congenite...........
Venne vietato, prima in alcuni stati, poi in tutto il paese, però non ne venne vietata la produzione atta all'esportazione. Ovvio, esportazione in paesi dove il Nemagon o Fumazone non incontrasse nessun tipo di 'freno burocratico'.

Qui di seguito informazioni di approfondimento tratte da un articolo dell'Associazione Italia-Nicaragua.

La United Fruit Company, americana, è diventata celebre per i grandi investimenti nelle piantagioni di banane del Centroamerica.
Vennero a crearsi dei veri e propri domini in questi paesi e ciò contribuì a dare origine all'espressione dispregiativa di "Repubbliche delle Banane".
Posteriormente alle decadi del '70 ed '80, la Standard Fruit Company e la Dole Fruit Company, associate con gli impresari bananeros nicaraguensi, cominciarono ad applicare i pesticidi in questione nelle piantagioni di banane dell'Occidente del paese ed in particolare nel Dipartimento di Chinandega.
Ciò causò gravi danni alla salute dei lavoratori che ne venivano in contatto e d'inquinamento dell'aria, dell'acqua e del suolo.
La Shell Oil Company e la Dow Chemical Company sono imprese multinazionali USA produttrici di questi prodotti chimici mentre per quello che riguarda le applicatrici del prodotto si sono individuate la Standard Fruit Company e la Dole Fruit Company.

Solo qualche nome per far caso a quello che leggiamo intorno a noi, alle scelte che facciamo.

I dati riportati non sono cmq recentissimi e si ritiene che le aziende coinvolte siano aumentate.

martedì 20 gennaio 2009

in un giorno di pioggia..

2 commenti:

Sono tornato a casa, a Nairobi. Ma non è stato un bel rientro. Ci ha accolto una settimana in cui abbiamo sentito e vissuto storie di violenze, di ingiustizie. La fine di dicembre e l'inizio gennaio sono stati segnati da episodi brutti, gravi: nelle prigioni di Kamiti la notte di Natale ci sono state risse e sparatorie tra le guardie e i carcerati, 2 morti e numerosi feriti. Il motivo? Le guardie avevano concesso per Natale che ai famigliari fosse permesso portare ai loro cari del succo di frutta e altri dolci. Ma questi all'interno dei cartoni dei succhi di frutta hanno messo il “pombe”, la birra locale artigianale, con additivi chimici altamente tossici che portano alla morte o nel minore dei mali alla cecità. Sempre prima di Natale altre violente sparatorie a Korogocho, e un padre missionario è stato rapinato ancora una volta, dopo tanti anni di fatiche, di difficile conoscenza reciproca, di diffidenze; l'altro giorno a Langata è andata male durante un'altra rapina ad un missionario della Consolata: è morto soffocato a causa della corda e della carta messa sulla bocca per non farlo gridare. Ancora: domenica scorsa una baraccopoli Masai sgomberata con i bulldozer della polizia perchè un indiano reclamava la “sua” terra; 65 famiglie senza una casa, sulla strada, senza più nulla di nulla. In tutto il Kenya 10 milioni di persone soffrono la fame perchè non piove da tre mesi e i raccolti non danno frutto. Il governo non riesce a stare dietro a questa emergenza..la preoccupazione sale.

Ma il rientro non è così nero come sembra: proprio in un giorno di pioggia, giorno di benedizione per milioni di persone, i giovani delle parrocchie di Korogocho e Kariobangi, organizzano una marcia per la pace, in preparazione al World Social Forum di Belèm in Brasile. Siamo una trentina di persone, la bandiera della pace con la scritta Amani (pace in Swahili), viene portata per le vie del quartiere. Ragazzi di Korogocho, Kariobangi, Dandora, Cajole, Darfur (questo il nome di un nuovo slum) marciano insieme, per la pace, per i diritti umani, per dire stop alle ingiustizie e alle violenze. E poi si discute e si continuerà a discutere ancora settimana prossima in piccoli focus group su varie tematiche. Uno degli organizzatori, Daniel, artista, cantante e compositore, concluderà poi domenica a Korogocho con un concerto insieme al suo gruppo sulle note di “G8”, pezzo ormai celebre nelle vie dello slum.

I giovani anche qui in Kenya si stanno rendendo conto che così non può funzionare, non si può andare avanti...qualcosa sta cambiando?

La tregua dopo la tempesta?

3 commenti:
Anche questa fase del conflitto israelo-palestinese è terminata. Nessuna tregua invece per il dolore dei vivi che continueranno a piangere i loro morti.

Posto questo articolo firmato da Amira Hass che è tratto dall'edizione online di "Haaretz" del 19.01.09.

Norwegian doctor: Israel used new type of weapon in Gaza

Some Palestinian casualties in the Gaza Strip were wounded by a new type of weapon that even doctors with previous experience in war zones do not recognize, according to Dr. Erik Fosse, a Norwegian cardiologist who worked at Gaza's Shifa Hospital for 11 days, during Operation Cast Lead. However, he added in a telephone conversation from Oslo, most casualties were people hit by shrapnel from conventional explosives. Fosse, a department head at a university hospital in Oslo, worked in Afghanistan during the Soviet occupation and several times in Lebanon, also in 2006. That was when he first heard about the new kind of weapon, but did not see any such wounds with his own eyes.
The unknown weapon appears to mainly affect the body's lower part, he said. It severs the legs, leaving burns around the stump, small punctures in the skin and internal bleeding. According to Fosse, these injuries appear to be caused by a pressure wave generated when a missile hits the ground. His best guess, he said, is that the pressure wave is caused by a dense inert metal explosive, or DIME, a type of bomb developed to minimize collateral damage. A military expert working for Human Rights Watch also told Haaretz that the nature of the wounds and descriptions given by Gazans made it seem likely that Israel used DIMEs. Fosse and a Norwegian colleague, Mads Gilbert, arrived in Gaza on December 31 and remained until January 10. They were financed by the Norwegian government. On his return, Fosse submitted a report to his government in which he accused the IDF of deliberately targeting civilians. Fosse said he believes Israel deliberately chose to attack while Westerners working for international organizations were back home for the Christmas vacation. "The Palestinian witnesses, as medical workers, are very accurate in their reports, but if we hadn't been there to confirm their testimony, it would all have been presented as Hamas propaganda," he said.

sabato 17 gennaio 2009

Satirica_mente Gaza

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Il lato tragicomico della guerra a Gaza secondo un vignettista arabo: Emad Hajjaj, co-fondatore e direttore creativo di un sito web dal nome Abu-Mahjoob. Se al titolo corrisponde una promessa ("il padre del nascosto", questo il titolo tradotto) potrete deciderlo voi stessi. Il sito, sia in arabo che in inglese, ha una sezione archivio succulenta, per chi avesse voglia di guardarsi un pò di satira.


venerdì 16 gennaio 2009

E leggerò domani...

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Sì lo so che dovrei scrivere poco, scrivere di altro, pubblicare fotografie, dire cose simpatiche e divertenti. Mi piacerebbe un sacco condividere delle ricette, anche per farmi e suggerire qualcosa di buono; mi piacerebbe parlare di musica, di film, di ragazze. E lo farò. Sì, anche parlare di ragazze, perchè no?!! E, tra l'altro, ce ne sarebbe da dire...
Ma poi, poi.
L'urgenza, oggi, è far conoscere e diffondere questa lettera aperta, di Moustafa Barghouthi, medico e parlamentare palestinese, uno di quelli che da anni percorre la strada dell'opposizione nonviolenta e attiva all'occupazione israeliana dei Territori...
Ho riportato solo la prima parte, il resto della lettera è "linkata". Vi prego di fare lo sforzo di leggere tutto, è molto interessante, reale, drammatico, fa pensare.
A me ha fatto pensare all'enorme differenza che esiste tra le parole "neutrale" e "equilibrio"...

Moustafa Barghouthi e Francesca Borri:

Gaza: e leggerò domani sui vostri giornali...


E leggerò domani, sui vostri giornali, che a Gaza è finita la tregua. Non era un assedio dunque, ma una forma di pace, quel campo di concentramento falciato dalla fame e dalla sete. E da cosa dipende la differenza tra la pace e la guerra? Dalla ragioneria dei morti? E i bambini consumati dalla malnutrizione, a quale conto si addebitano? Muore di guerra o di pace, chi muore perché manca l’elettricità in sala operatoria? Si chiama pace quando mancano i missili, ma come si chiama, quando manca tutto il resto?

[......]

continua al link:
http://www.misna.org/news.asp?a=1&IDLingua=2&id=234642


Daniele

martedì 13 gennaio 2009

Auguri Elisa!

3 commenti:
13 Gennaio 2009


Tantissimi Auguroni di Buon Compleanno per la nostra super responsabile-blog nonché amica Elisa F. A seguire un piccolo pensiero purtroppo non sono riuscita a trovare e fare di meglio. Un abbraccio forte.

"Il vostro amico è il vostro bisogno saziato. E' il campo che seminate con amore e mietete con riconoscenza. E' la vostra mensa e il vostro focolare. Poiché, affamati, vi rifugiate in lui e lo ricercate per la vostra pace."
Kahlil Gibran, "Il Profeta"




P.S= a intuito, quella nel cuore dovresti essere tu...

il fardello dell'uomo israeliano di Barbara Spinelli

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Leggo la “mia” Sarella e sono sempre più orgogliosa di Lei. Entra piano nel blog, la ragazza, con delle immagini, dei colori, gente che danza. Per poi arrivare a colpirti il cuoricino, per commuoverti e, per chi è capace di provare certe emozioni, ti fa sentire - come dici Sara? ah già - «mortificata» per via della parte di mondo nella quale siamo nate e cresciute. Lei ed io che già abbiamo faticato per...

Penso al mio arrivo qui in Libano oggi. Volevo aprire quella maledetta bottiglia di vinello rosso - solo perché non abbiamo acqua potabile - e mi taglio (leggermente) il polpastrello di una falange o falangetta dell'indice...indica che? che sono in arrivo dei disturbi. La corrente salta. Daniele ed io rimaniamo al buio proprio mentre stavamo per azzannare un bel piatto di pasta con il tonno per poi ingoiare selvaggiamente fagioli e cipolla di contorno. Ci alziamo, andiamo verso i contatori e sento la voce del proprietario, Baschir, in giro per il palazzo. Lo afferro: “Happy New year....but we don't have the light!”. Non c'è luce, Bashir, dov'è la luce? Per chiarificare un po', quindi, per rendere consapevoli chi lo desidera, ecco un bell'articolo che spero possa in parte illuminarvi su quello che sta succedendo a Gaza...perchè, Gente, sta succedendo qualcosa. Il link:
Ora abbiamo la luce, ma salta in continuazione. Non possiamo accendere il riscaldamento stasera...e fa un gran freddo...perché come dice la mia Sarella...«le parole alle spalle hanno lasciato il gelo».

P.S= gli accenti sono giusti questa volta? :-P

lunedì 12 gennaio 2009

Conversazioni dallo specchietto

1 commento:
Che la Giordania è un barbecue politico diventa tangibile a tratti. Diventa tangibile quando non te lo aspetti, quando soprapensiero prendi un taxi per farti portare in un posto x di Amman, una domenica mattina.
Sali, al-Webdeh min fadlak, al-Webdeh per favore, Saha Paris, Piazza Paris. Poi parte la solita conversazione, a cui i tanti tassisti arabi ti hanno abituata: Min wein entum? Min italia? Italia sadiqat urdun, Totti number one, tahqi arabi queis! Islamu Islamu! (Da dove venite? Dall'Italia? L'Italia è amica della Giordania!…Parli bene l'arabo!! (Grazie grazie)…
Chiacchiere, così, pour parler, nel solito traffichino di una domenica, di lavoro per i musulmani, libera per me che lavoro in Caritas. Conversazione superficiale anche solo perché del tuo interlocutore intravedi solo gli occhi dallo specchietto retrovisore dell'auto.
E poi l'uomo, un po’ meno pour parler stavolta, si mette a raccontarci confusamente la sua storia: sono palestinese hamdulillah, di Jenin, sono stato ferito alla schiena, qui e qui, in tre punti, si tocca la schiena. E poi al volto, si apre la bocca con un dito, ma non capiamo dov'è la ferita. Ci fidiamo sulla parola. Mi hanno mandato via da Jenin, ora vivo qui con mia moglie e le mie tre figlie. La mia bambina è in ospedale, l'hanno dovuta operare. Mi dice, papà, portami via dall'ospedale, per favore, non voglio più stare in ospedale. Papà, portami qualche biscotto, ma io non ho nemmeno i soldi per portare il pane alle mie figlie e a mia moglie a casa, come posso comprarle dei biscotti? La mia bambina piange e io piango con lei. Da giorni. Il dottore mi ha detto che devo pagare 200 dollari per portarla via dall'ospedale. Ma io non li ho. Come posso portarla via? Solo perché non sono giordano, devo pagare tutti questi soldi per la degenza! E lei continua a piangere che vuole uscire da lì. Il dottore è palestinese wallahi! Come me! Dice che non può aiutarmi. Che dobbiamo fare noi palestinesi? Noi che in Palestina ci siamo rimasti, che non siamo scappati, noi che la guerra l'abbiamo vissuta tutta e continuamo a viverla. Mi hanno ammazzato tutti, mio padre, mia madre, i miei fratelli...poi si accorge che le sue parole, alle sue spalle, hanno lasciato il gelo. Ci chiede scusa per questo sfogo, borbottiamo confusamente che non c'è problema, che non deve scusarsi. Non sappiamo che dire. Benedetta ed io ci guardiamo, mortificate, gli occhi gonfi di lacrime, borbottiamo, che facciamo? Andiamo con lui in ospedale e paghiamo noi i 200 dollari per la bambina? Oddio no, questo è troppo. Allora ci facciamo portare a Salt da lui (il paesino fuori Amman dove volevamo trascorrere la nostra domenica)? La corsa costa 15 dinari (un po’ più di 15 euro), soldi che non gli consentiranno di tirar fuori la bambina dall'ospedale, ma almeno non avremo l'impressione di aver fatto un'elemosina che non cambia lo stato delle cose.
Decidiamo che sì, che è più giusto così. Forse. Per noi almeno. Ma siamo confuse. Ci porta fuori Amman. Paghiamoringraziamosalutiamo. Più mortificate che mai.
La bambina forse è ancora in ospedale, ma ci rincuora la certezza che sia al sicuro, al caldo e con la pancia piena. Almeno lei. Almeno per ora.