lunedì 20 maggio 2019

Tumaini Group

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"Buongiorno mi chiamo Getray, ho 28 anni e lei è la mia bambina Ann di un anno. Sono keniana, arrivo dal nord Nairobi e ho quattro sorelle.
I miei genitori, le mie sorelle ed io vivevamo sopra Nairobi, fino a quando nel 2012 è morto mio papà e le nostre vite si sono dovute separare. Sono stata per qualche periodo a casa delle mie sorelle, ma presto ho dovuto trovare una soluzione, una svolta per me stessa.

Mi è stato proposto da una donna di trasferirmi con lei a Mombasa, mi avrebbe ospitata e mi avrebbe offerto un ottimo lavoro. Così ho preparato i miei bagagli e mi sono trasferita in questa città nuova, sul mare.
La donna usciva tutte le notti per lavorare, mi diceva che lavorava in un hotel e che presto mi avrebbe introdotta lì. Una sera, dopo cena, mi ha detto di prepararmi perché sarei andata con lei al lavoro. Mi ha portata a Bamburi dove ci sono tutti gli hotel, ma non siamo entrate in nessuno di quelli. L'ho seguita fino a che siamo arrivate in spiaggia. Era notte fonda. Era tutto buio.
Mi ha detto: <Getray guarda come si fa, così poi lo fai anche tu e guadagni tanti soldi.> La osservavo mentre si approcciava a degli uomini e poi è scomparsa.
Ho iniziato a prostituirmi a vent'anni per guadagnare dei soldi per pagare l'affitto e procurarmi del cibo. Ho lavorato intere notti senza prendere un soldo, ho venduto il mio corpo in cambio di percosse e qualunque tipo di violenza fisica, mi hanno drogata per ricevere del buon sesso e non ho guadagnato uno scellino. Nemmeno uno.

Poi mi sono innamorata di un uomo, siamo andati a vivere insieme e ho finalmente smesso di fare quell'orrendo lavoro. Pensavo di esserne uscita, invece no! Beveva, si drogava, mi picchiava e continuavo a vivere in un incubo.
Sono tornata a prostituirmi per dare da mangiare alla piccola Ann, la nostra bambina. Mi vergognavo di fare quello che facevo. Non ce la facevo più a vivere quella vita, così sono venuta qui in parrocchia a Mtopanga a chiedere aiuto, ho parlato a lungo con Sister Agnes, che mi ha ascoltata per ore.

Fort Jesus, Old Town, Ann, Getray ed io




Ora, Ann ed io, viviamo in una casetta qui a Mtopanga. Io insegno in una Primary School e pago una babysitter che si prende cura della mia bambina dal lunedì al venerdì.
Ringrazio Sister Agnes per l'immenso aiuto che mi ha offerto e ringrazio voi per essere qui ad ascoltarmi."









Questa è la storia di una delle 60 donne che oggi, qui a Mtopanga, una slum di Mombasa, fa parte di un progetto iniziato a gennaio 2019 grazie al supporto di Sister Agnes.
La suora le tiene impegnate in parrocchia, facendogli pulire la chiesa, il cortile, in cambio di cibo per i loro bambini.
Da qualche settimana Giorgia ed io, insieme a Sister Agnes, organizziamo degli incontri con il Tumaini Group -gruppo della speranza- per concedere a giovani donne momenti di svago, di confronto, di dialogo e di gioco.
Inoltre, insegniamo la lingua inglese in quanto la maggior parte di loro parla solo swahili e abbiamo iniziato a creare braccialetti, collane e orecchini così da poterli vendere e ricavare qualche scellino per fare la spesa.


Tumaini group alle prese con braccialetti, collane e orecchini 




domenica 19 maggio 2019

Il tempo vola, io non sono capace.

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Allora pagina bianca eccomi, è tanto che mi prometto di aprirti e riempirti di colore ma poi rimando sempre.
Se devo essere sincera ho fatto più fatica a connettere tutti i miei pensieri che trovare il tempo fisico per scrivere…ma comunque eccomi qui. Io tu e la mia playlist preferita di spotify, speriamo di fare grandi cose insieme.

La temperatura si è abbassata, le piogge sono arrivate, qualche frase di swahili la parlo, ogni giorno si aggiungono sorrisi e saluti lungo la strada che facciamo per andare a lavoro.
Tutto è dove deve essere, mi sento sempre più a casa.
Una casa che è stata accogliente fin da subito ma che con il tempo sta diventando sempre più mia.

Il tempo è magico, e non è una scoperta importante come l’acqua calda eh, però è una consapevolezza grandiosa.
E non mi riferisco alla quantità di esperienze che si possono fare in 24 ore ma a quanto i sorrisi, gli abbracci, i “ciao, come stai?”, le strette di mano diventino sempre più pieni di vita. Di come una relazione abbia sempre una piccola mattonella colorata in più, ogni 24 ore. Per me è magia.

E pagina bianca, meno male che non puoi rispondermi se no, giustamente, mi diresti “grande Giorgia, non sei proprio svelta se ti ci sono voluti 26 anni per capirlo” e io ti risponderei semplicemente che hai ragione. Che fino ad ora, per fortuna o forse no, la mia fiducia è sempre stata data per scontata ma è anche sempre stata corrisposta quindi non ho mai fatto grandi ragionamentoni in merito.
È da qualche mese che, senza che lo avessi immaginato, sono nella condizione di dovermi guadagnare la fiducia di altre persone e che fatica!! Giuro che è faticosissimo pagina, a tratti demoralizzante.
Cioè dico..prendo la decisione di partire, mi candido, faccio le selezioni, passo le selezioni, faccio la formazione, prendo l’aereo, atterro, schivo l’attacco di dissenteria che avevo quotato, imparo a vivere in una nuova città che di quelle viste fino ad ora ha poco in comune, imparo una nuova lingua, imparo a non urlare ogni scarafaggio che vedo, imparo i nomi dei cibi tipici e va beh..li mangio anche. Cioè nel senso direi che di motivazione un pò ne ho e che quindi un pò di fiducia, così a occhio, potrebbero darmela..invece no.
Fin da subito ci hanno dato disponibilità e rispetto e mi rendo, ora, conto che é già tanto. Poi noi, piano piano con le nostre gambine e manine abbiamo iniziato a conoscere e a proporre e i risultati sono arrivati eh, ma non erano pienamente come me li aspettavo. Come quando alla sera vai a letto soddisfatto ma non del tutto e non sai il perché, non capisci proprio dove puoi migliorare.
Poi, pole pole capisci che l’errore non sei tu e non è nessuno..è semplicemente la mancanza di fiducia.
Che una direttrice di un centro di sicurezza per minori non ti può dare fiducia solo perché sei la Giorgia che viene dall’Italia con tante belle ideucce, non funziona così.
Che la fiducia è tempo, è giornata, è condivisione, è comprensione, è saper contestualizzare, è conoscere, è apprezzare..e non esiste uno starter pack con queste caratteristiche, serve solo tempo. E non può essere comprato..da nessuna MasterCard. E per te non è magico quello che il tempo e la fiducia riescono a costruire? Per me va quasi oltre la magia, nel senso che non vedo l’ora di iniziare la giornata per vedere dove ci porterà.

 Poi va beh come per tutte le cose belle, cara pag., c’e un però..il tempo, con il suo profumo, vola e io invece vorrei stringermelo forte al petto sempre di più. Lui e i momenti che mi sta facendo vivere ma sono fiduciosa che troverò una soluzione.
Nel frattempo ti saluto che anche il tempo per dormire è importante e io ho proprio sonno e poi, andare a letto piena di felicità per la giornata appena passata è, come già detto, ben oltre ogni magia.


A presto,
Giorgia.

martedì 14 maggio 2019

Redes de Solidaridad: un progetto per Nueva Vida

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Nueva Vida è un quartiere periferico di Ciudad Sandino, nato a seguito del disastro ambientale causato dall’uragano Mitch del 1998. Da 12 anni, l’associazione Redes de Solidaridad permette lo sviluppo di una formazione complementare che punta a rafforzare negli studenti l’intelligenza emozionale, sociale ed etico valoriale.
Il progetto “Contribuir al desarrollo de la comunidad de Nueva Vida y de Ciudad Sandino por una vida sana y sin violencia”, sviluppato dall’associazione Redes de Solidaridad nel 2018 ha avuto l’obiettivo di garantire l’accesso ad un’educazione di qualità per giovani ed adolescente del quartiere focalizzata sui temi dell’uguaglianza di genere, dell’educazione alla pace e al rispetto dell’ambiente. Per raggiungere questi obiettivi la formazione proposta non è stata meramente formale, ma ha puntato piuttosto alla presa di coscienza di sé stessi e del proprio impatto nel mondo circostante.
L’attenzione è stata rivolta soprattutto ai problemi ambientali, anche a causa della mancanza di una rete fognaria e dalla presenza smisurata di rifiuti per le strade.


Strada di Nueva Vida

Nueva vida

Attraverso l’utilizzo di una metodologia di educazione popolare, volta alla coscientizzazione dell’individuo, gli alunni della scuola tecnica e del Centro Scolastico sono stati coinvolti in dibattiti, alternati ad attività pratiche e creative, sperimentando anche la messa in scena di storie inerenti alla tematica
Un’altra delle tematiche affrontate è stata quella della violenza e disuguaglianza di genere. Lo sguardo è stato rivolto agli elementi di vita quotidiana degli studenti, tentando di mettere in luce le immagini stereotipate della forte cultura machista, analizzarle e discuterne. La situazione politico-sociale e i tumulti popolari che hanno coinvolto la nazione e la città a partire da aprile, hanno portato a una rimodulazione del tema della violenza di genere, ampliando lo sguardo nel concetto stesso di violenza e di conseguenza, di cultura di pace. Gli studenti della Scuola Tecnica hanno poi provveduto, a seguito fi un laboratorio di giornalismo, appartenente allo stesso progetto, a riportare tutte le attività svolte e le esperienze vissute, in un giornale scolastico online consultabile al seguente link
Il progetto sviluppato da Redes de Solidariedad e cofinanziato dalla Caritas nel 2018 ha coinvolto docenti e alunni di scuola primaria e tecnica alla sensibilizzazione sui temi del rispetto dell’ambiente e della cultura di pace di più di 200 partecipanti. Per il quartiere di Nueva Vida questa è stata un’esperienza di riflessione sul proprio ruolo nel quartiere e nel mondo come agenti del cambiamento. Purtroppo quest’anno, viste la difficile situazione socio-politica non è stato possibile formare la scuola Tecnica e svolgere azioni che coinvolgano in maniera massiva il quartiere e per questo si è puntato al rafforzamento dell’identità del Centro attraverso la promozione di tematiche legate all’equità di genere, la salvaguardia dell’ambiente e la cultura di pace. Si sta puntando inoltre a promuovere un’educazione per i ragazzi del Centro Scolastico che sia di qualità, che coinvolga i genitori per fare in modo che prendano coscienza del fatto che l’educazione può rappresentare un mezzo per superare la povertà.

Biciclette e machismo: viaggio a pedali nella jungla urbana

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Per molte persone il muoversi in bicicletta ha un valore multiforme: pedalare in città migliora la vita personale l’ambiente esterno. Va da sé che spostarsi in bicicletta modera il traffico, riduce l’inquinamento, cambia l’assetto della mobilità urbana, ma oltre a questo, ciò che rende davvero speciale lo spostamento in bicicletta è che il paesaggio circostante assume un aspetto diverso. Con quella giusta velocità intermedia fra lo spostamento a piedi e su un mezzo motorizzato, il muoversi in bici permette di avere una visione d’insieme del paesaggio circostante che non tralascia i dettagli. Abbastanza veloci per sentire il vento fra i capelli, abbastanza lenti per godere dei particolari inaspettati che la strada riserva, i ciclisti di tutto il mondo sono concordi nell’apprezzare il valore terapeutico della propria bicicletta. I ciclisti urbani spesso pedalano proprio perché pedalare li rasserena.

Vivo a Managua da tre mesi e, nonostante il mio amore incondizionato per la mobilità su due ruote, ci ho messo un po’ a prendere coraggio per ricominciare a pedalare. Il timore maggiore era dato dalle strade troppo spesso intasate da un traffico crudele e sregolato. Gli incidenti mortali in pieno giorno non sono rari, la segnaletica stradale sì, è rara; i semafori sono spesso un optional, le piste ciclabili non esistono. Non che sia schizzinosa nello scegliere dove pedalare o meno, ma tutti questi fattori, sommati, mi hanno fatto rimandare la decisione di pedalare per mesi. 
Nel frattempo mi sono spostata sempre in bus o a piedi. Mi piace molto camminare, ma devo tristemente ammettere che camminare a Managua è spesso snervante a causa di una buona parte degli uomini che vivono la strada come fossero degli animali in una squallida stagione dell’amore. Per alcuni degli uomini che vagano per le strade di Managua (per molti, oserei dire) il corteggiamento è un atto da praticare costantemente e incondizionatamente, senza la benché minima eleganza ma, anzi, sempre con un tocco di prepotenza. Gli apprezzamenti sono sempre sfacciati e svilenti, e provengono da uomini di qualsiasi età: dal ragazzino appena uscito da scuola all’anziano alla fermata del bus, non si risparmiano nemmeno i padri con figli fra le braccia che, anzi, danno sin da subito il viscido esempio agli innocenti bambini che li accompagnano. Baci e versi salivosi con lingue che cercano sempre una nuova posizione per emettere una vasta gamma di quei suoni che siamo soliti indirizzare agli animali per avvicinarli. E poi fischi, fischi e ancora fischi. Frasi delle più variegate, complimenti coloriti, riferimenti sessuali, sguardi languidi. Il tutto fatto sfacciatamente, senza accenni a nascondersi, anzi, piuttosto avvicinandosi per bene alla faccia della donna prescelta, in modo tale da farle ascoltare al meglio lo schiocco del salivoso bacio che le si sta indirizzando.
È stato anche per questo che ho deciso di riprendere in mano una bici, per provare a superare il trauma da macho-corteggiatore nascosto dietro ogni angolo mentre ci si sposta a piedi. Un amico mi ha prestato la sua bici e ho ricominciato a pedalare.



Mi sono bastate due pedalate per rendermi conto di quanto mi fosse mancato muovermi su due ruote, di quanto il fatto stesso di potermi spostare indipendentemente dai percorsi preimpostati dei bus o dei taxi, mi facesse rivivere una rinnovata autonomia per la quale avevo provato una grande nostalgia. 
Mi sono bastate un paio di pedalate in più per rendermi conto che del machismo callejero non mi ero affatto liberata, anzi. La velocità media fra lo spostamento a piedi e quello motorizzato, permette a chiunque di attuare i suoi viscidi rituali di corteggiamento, indipendentemente da come e se si sta spostando. Motociclisti, taxisti, camionisti, e chi più ne ha più ne metta, tutti mi inviano una suonata di clacson che mi fa sobbalzare sul sellino, rallentano per accostarmisi e farmi un occhiolino, indirizzarmi un bacio o uno dei loro squallidi versi: prendono la mia velocità per fissarmi bene dal finestrino. Gli uomini a piedi mi urlano dietro, in modo tale che il vento non mi impedisca di ascoltare le loro inutili parole. Tutti coloro che ne hanno voglia si sentono in diritto e in dovere di molestarmi, sono solo una donna qualsiasi che va tranquilla per la sua strada. Ho anche un aspetto sobrio e nient’affatto appariscente, ma questo poco importa.

Il machismo in Nicaragua è forte, e spesso è normalizzato sia dagli uomini che dalle donne. Gli atti di volenza sono ricorrenti ed impuniti, La Prensa, il quotidiano nicaraguense più diffuso, riporta di 21 femminicidi registrati nei primi quattro mesi del 2019: uno ogni sei giorni. Le donne in strada, ma anche dentro le proprie case, non sono al sicuro. Trovare il coraggio di denunciare spesso non porta ad altro che alla derisione di un agente che non ti prende sul serio.
Ho continuato a pedalare, e nonostante i fischi, i commenti, i versi, il vento mi passava fra i capelli, il corpo si adattava a una nuova velocità e, pedalata dopo pedalata, la serenità tipica da bicicletta è stata dilagante. Metto da parte la rabbia e mi prendo la libertà di deridere loro e le loro molestie, di ridere sola con me stessa dei loro tentativi di approccio, tanto viscidi quanto vani. Mi concentro sul respiro, sul ritmo dei pedali, su quei dettagli della strada che solo se visti da una bicicletta assumono una luce così bella. Metto da parte la rabbia e Managua mi sembra bella come non l’ho mai vista prima.

venerdì 5 aprile 2019

Iaşi-Chişinău

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Un paio di settimane fa sono andata in Romania a visitare la citta di Iaşi.
Da Chișinău a Iaşi ci sono circa 160km, che sara mai, ho pensato io. Due orette in macchina, massimo tre all'andata e un altro paio al ritorno. Mi sembrava un viaggio da nulla.
Questo perché non avevo mai fatto i conti prima d'ora con la frontiera.
Non ci avevo mai pensato prima, però adesso mi sono resa conto di aver viaggiato solo in Europa, sono nell area schengen. Non ho mai visto o vissuto una frontiera, solo cartelli che dicono ''benvenuti'' in Francia, Germania, Italia... accanto a quelli, gabbiotti vuoti ormai in disuso.
Quindi ero ignara di quanto questo viaggio sarebbe durato. I primi dubbi sull'effettiva durata del viaggio mi sorgono al mattino, quando vedo i miei compagni di viaggio in macchina arrivare pieni di buste con frutta, biscotti, bottiglie di succhi e acqua per un esercito. Pero', ho pensato, hanno portato il pranzo al sacco!
e invece no!

4 ore alla frontiera. Questo è il tempo che abbiamo aspettato per un controllo dei passaporti per entrare in Europa per un totale di 6 ore e mezza di viaggio. Europa, che geograficamente è qua, vicina, non e in un altro continente o a miliardi di km di distanza, ma proprio a due passi.
Vedevo la fila delle macchine con i passaporti europei che scorreva velocemente in entrata e in uscita mentre la nostra restava ferma.
Chiedo informazioni ai miei compagni di viaggio, tutti moldavi. Alcuni di loro hanno il passaporto rumeno spiegano, ma altri no quindi dobbiamo per forza metterci in coda nella fila dei passaporti misti.
La cosa mi incuriosisce un po... come fa un moldavo ad avere la cittadinanza rumena? saranno mica nati là? invece scopro che molte persone in moldova fanno richiesta per un passaporto rumeno… basta avere avuto una nonna o un nonno o un lontano parente che è nato o ha vissuto in romania. Mi spiegano che è molto più conveniente per i viaggi, per trovare lavoro e per altre tante cose ...
La cosa mi ha fatto molto pensare. Mi ha fatto riflettere sull identita’ di questo paese e questo popolo. chi sono i moldavi ?  e chi sono i rumeni? sono due popoli distinti o sono vermamente fratelli come molte persone sostengono?
I moldavi e i rumeni condividono la stessa lingua, quasi praticamente la stessa bandiera e, addirittura , la regione più a est della Romania si chiama Moldova, proprio come lo stato con cui confina.
A me per il momento sembra che l’ unica cosa che li separa sia una frontiera, un muro. non so se gli intenti di riunificazione riusciranno mai, la questione e' molto piu complessa, ma nel frattempo la popolazione, la lingua e la tradizione rimangono le stesse, come anche i passaporti.
Dalla Moldova (per ora) è tutto ... la revedere !
Clara 💕


giovedì 28 marzo 2019

Keluarga Besar, la mia nuova grande famiglia

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Oramai sono passati due mesi dal mio arrivo a Gunung Sitoli. Finalmente mi ritrovo su questa pagina bianca a condividere i miei pensieri, il mio ruolo, le mie impressioni e a ricordare il primo giorno in cui sono arrivata qui, alla Wisma Alma, la casa delle sorelle Alma.
Il primo giorno Rena mi ha presa per mano e mi ha portata a conoscere i bambini. Tutti parlavano, chiedevano, cercavano un contatto fisico, di tenermi una mano, mi prendevano in giro. Successivamente, dopo essermi seduta accanto a Nenek (nonna), che parla solo la lingua locale, Li Niha, (ancora adesso non mi spiego come abbiamo fatto a parlare per cosi tanto tempo), sono arrivati i bambini. Samson ha appoggiato la sua testa sulle mie gambe, Lestari mi ha chiesto sette volte se avevo mangiato il tofu che mi avevano preparato, Rena mi guardava e sorrideva dolcemente. Lestari mi spiegava, perdipiù che problema ha, Rena invece si definiva semplicemente stupida, bodoh. Alcuni erano cosi svelti nello spiegarsi, veloci e si autodefinivano intelligenti. Mattias, ricordo, mi aveva chiesto se avevo l'abitudine di pregare e sopratutto se prego per i cari che non ci sono più. I bambini, sin da subito, hanno voluto dirmi qualcosa di loro, ma non di personale, volevano farsi conoscere. Lanciavano piccoli messaggi per farlo, volevano anche conoscermi, ma sopratutto volevano farsi conoscere.
Nessuno Selamat Datang ufficiale ed entrare in punta di piedi mi ha permesso di scivolare con delicatezza in questa piccola comunità cosi libera, fluida e caotica, una comunità che mi piace pensare come alla mia nuova grande famiglia.
Ognuno, qui, ha il suo ruolo. A ogni bambino ne viene affidato un altro, in modo tale che tutti crescano proteggendosi e prendendosi cura l'uno dell'altro. Il ritmo giornaliero e' quello di una qualsiasi famiglia. Ci si sveglia, si fa colazione, si va a scuola, si rientra, si pranza, si fa il sonnellino pomeridiano, si gioca o si fanno i compiti. Ognuno ha il suo ruolo, i suoi tempi, i suoi spazi, ma si condivide tutto. Per fortuna riesco a parlare, riesco a comunicare con facilita', per cui sin da subito ho sentito l’esigenza di avere anche io un ruolo, ma non come volontaria, non come lavoratrice o educatrice, ma come sorella. E’ questo quello che penso ora di questa comunità nella quale svolgo parte del mio servizio civile e vivo, penso sia la mia famiglia a Gunung Sitoli. In fondo qui siamo tutti diversi l’uno dall'altro, ognuno con le proprie diversità in un certo senso, ma insieme ci conosciamo e ci sentiamo una famiglia normale e ognuno di noi fa quello che può quotidianamente per farci stare bene tutti. Io con loro studio inglese, impariamo a usare il computer, cuciniamo, parliamo, giochiamo, alle volte in modo improvvisato, alle volte in modo più strutturato. Il sabato due volte al mese andiamo al mare e questo sabato, dato che ci sono le giostre sul lungo mare, andremo a divertirci. Il tempo scorre, giornate scandite dai doveri quotidiani e dai piaceri che riusciamo a ritagliarci tra una lezione d'inglese, I compiti, il doposcuola e le attività in giardino.
In tutto, qui, abitano 37 bambini, di un eta’ compresa tra i 4 e i 19 anni. C’e’ chi va all'asilo, chi alle medie e chi alle scuole superiori. C’e’ chi già’ lavora, perché non ha potuto frequentare la scuola, chi frequenta un corso professionale per diventare estetista; c’e’, poi, chi proprio vive su un piano diverso del nostro stesso mondo e con cui e’ sempre bello interagire, giocare e conoscersi in qualche modo. Inoltre vi sono 3 educatrici, Risna, Lyn e Linda e tre suore, Sintha, Vero e Lys. Qualche aiutante esterno e poi ci sono io, che mi sento parte di tutto questo, accolta e protetta. E’ cosi che lavoro qui, come una sorella, e cosi che ci si sente, in questa Keluarga Besar.

A presto!

Andrea




 



martedì 5 marzo 2019

Un mese a Mombasa

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Oggi è un mese che LeDis sono a Mombasa, in Kenya, per trascorrere l'anno di Servizio Civile all'estero.
Giorgia, la mia compagna di viaggio ed io ci siamo ritrovate dal freddo pungente di Milano al caldo africano, con una media di 33/35 gradi al giorno. Un vero trauma!!!







Inoltre, siamo state accolte dalla cucina kenyana che sta quasi diventando una droga: samoza, riso al cocco, chapati, pilau...una vera bontà!



Ritornare qui dopo sei mesi dal cantiere estivo ha suscitato in me strane sensazioni ed emozioni: rivedere i luoghi e incontrare nuovamente le persone conosciute in agosto mi ha fatto pensare "Cavolo Greta conosci una piccolissima parte di mondo che sta all'equatore, conosci persone e sai muoverti qui, è fantastico!"
E mi sono anche detta che nulla accade per caso, un motivo per cui io sia riuscita a tornare in questa città a distanza di pochi mesi ci sarà e non vedo l'ora di scoprirlo, di vivere a pieno l'anno che mi aspetta qui.


Ma come è questa Mombasa?

Mombasa è la seconda città più grande del Kenya e già in un mese ho notato le mille sfaccettature con cui si presenta. Si passa da quartieri ricchi con ville e strade pulite a baraccopoli e discarica aperta all'angolo della strada. E' una città caotica, sembra non si fermi, nemmeno durante la notte: la musica, insieme ai clacson, è uno dei sottofondi principali. 
L'intreccio e la convivenza di tantissime religioni  nello stesso posto mi ha un po' stupita: musulmani, cattolici, buddisti, indù convivono a Mombasa.
Lungo la strada le persone lavorano vendendo frutta, verdura, cassava fritta, cibo di ogni genere, vestiti, poltrone,
divani, bare, letti e tanto altro.



I conductor dei matatu (pullmino-taxi con 14 posti) urlano dal finestrino per cercare passeggeri da trasportare, con un costo molto basso. I driver dei tuk tuk (una specie di Apecar-taxi con 3 posti) girovagano per la città alla ricerca di passeggeri più benestanti.








Quelli meno fortunati trainano pesantissimi carretti di legno sotto al sole, a piedi nudi, sull'asfalto cuocente; altri conducono una bicicletta carica di sacchi e cassette contenenti cipolle, banane o verze. Quelli meno fortunati ancora un lavoro non ce l'hanno.





Durante questo mese di osservazione della città, delle persone che la vivono e del modo in cui la vivono mi sono dovuta mordere la lingua già un'infinità di volte, ho dovuto trattenere le lacrime e le parole contando fino a 10. Di certo il contesto non è semplice, ma è comunque una gioia vedere nelle persone e nei bambini quel sorriso smagliante e dico "Wow".

WOW




martedì 26 febbraio 2019

Guardati con i miei occhi

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Ciao pagina bianca, finalmente io e te.
È stato faticoso in queste settimane pensare, fermarsi, riflettere, ritagliarsi tempo ma eccomi qui.

3 settimane calde, intense intensissime, stancanti, di scoperta, di sconforto, di adattamento, di conoscenza, di vita piena, di qualche lacrima, di ammirazione, di luce e di terra; voi ormai siete trascorse e ora rimaniamo io e i miei pensieri colorati che vagano senza una meta tra la mia testa, il mio cuore e il mio stomaco e poi ci sono anche i pensieri meno colorati, quelli che voglio poter stringere e abbracciare solo io.

Oggi, cara pagina bianca, vorrei riempirti di amore, non quello nel senso banale e commerciale del termine ma quell’amore per la vita che mi stanno trasmettendo al MPU i bambini, le bambine e le ragazze con cui sto passando la maggior parte delle mie giornate.

Sono persone che sono state allontanate dalle loro famiglie perché hanno subito abusi o violenze e io, cara pagina, ogni volta che li guardo e penso a quello che hanno vissuto vorrei piangere e prendere a pugni qualcosa perché in nessun mondo nessun essere umano di 8 anni merita di essere abusato dal proprio padre o a 2 lasciato morire di fame o a 11 anni essere picchiata fino a essere sfregiata.
Per me non è giusto, ma neanche un pò! E io per esprimere questa ingiustizia ho sempre pensato che il pianto fosse una giusta reazione..poi, carissima pagina, mentre io guardo loro e trattengo le lacrime, ci sono loro che guardano me e allora mi scoppia il Big Bang dentro, dappertutto.
Sono sguardi che io non riesco ancora a reggere, sono sguardi forti, decisi, sono sguardi dolci, accoglienti, sguardi pieni di dignità e amore per la vita..nonostante tutto.

Loro una famiglia che li sostiene, li valorizza, li educa, li ama non ce l’hanno.
Le possibilità per sviluppare la propria identità e intimità non le hanno, non hanno nessuno a cui mostrare i proprio successi o con cui piangere per gli insuccessi, non hanno soldi e non hanno un futuro certo..tu, cara pagina, ce la faresti?
Io no.
Loro si.
Loro ogni giorno mi insegnano che è giusto e possibile dare fiducia a nuove persone, è giusto darsi una seconda possibilità, è giusto abbracciare e sorridere quando si è contenti e piangere quando si deve.
Loro mi stanno insegnando tanto e io vorrei farli conoscere a tutti, vorrei scrivere tutti i loro nomi e mostrare le foto a questo mondo ingiusto perché si, la maggior parte di loro ce la stanno facendo.

Cara pagina, il mio scopo per questo anno è fare in modo che loro si possano guardare con gli stessi occhi con cui li vedo io.
Per ora, mia cara pagina non più bianca, mi limito ad abbracciarli stretti stretti, forte forte per fargli capire ogni giorno di più che sono speciali, per loro, per me, per noi e per il futuro che li aspetta.
Speriamo sia un buon inizio.

A presto,
Giorgia.

mercoledì 6 febbraio 2019

-5 e si parte

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30.01.2019
Ciao a tutti !
Mi chiamo Clara e da oggi inizia la mia avventura da blogger.  Vedo che ci sono tante aspettative per i miei futuri racconti ... spero di essere all'altezza (ma soprattutto costante...).

Ma veniamo al dunque ! Mancano solo 5 giorni alla partenza  per il mio SCE! Come ogni fase pre-viaggio, sono in fibrillazione e non la smetto di correre da una parte dall'altra della casa a prendere cose da mettere in valigia e a creare liste assurde di prodotti da comprare (ma ci sarà il mio shampo preferito al profumo di gelsi lì? ma devo prendere altre paia di calzini? magari mi porto dietro un po' di pasta, non si sa mai...).

Accanto a questa iperattività fisica stanno prendendo forma nella mia testa tanti pensieri e sentimenti contrastanti. Due settimane fa, all'inizio della formazione, ero spaurita e confusa. Vedevo gli altri sce pronti a partire per mete diverse, sotto alcuni punti di vista più "appetibili" per un anno di servizio civile (Kenya, Nicaragua e Libano), ma soprattutto li vedevo partire in coppia, trio o addirittura quartetto. Invece io quest'anno partirò da sola e all'inizio, vedendo soprattuto come gli altri iniziavano a  fare gruppetto mi sono sentita un po' indietro rispetto alle dinamiche relazionali, un po' menomata a partire senza compagno o compagna.
 Nel corso dei giorni ho poi scoperto delle cose che mi hanno fatta rallegrare ancora di più. Anzitutto, ho scoperto che in realtà una compagna di viaggio, almeno per un pezzo di strada la avrò e questo mi ha dato più sicurezza. Poi, entranto nel vivo della descrizione dei progetti e della formazione, scoprendo più cose la confusione ha lasciato posto alla curiosità e alla voglia di immergermi subito in questa nuova esperienza. 

In tutto questo scrivere scrivere mi sono dimenticata di presentare la mia meta!
(rullo di tamburi)

LA MOLDOVA


Magari i più assidui lettori del blog o gli amanti della geografia sapranno dov'è situata la Moldova, o almeno sapranno che esiste. Almeno, perchè fin'ora nel 90% delle conversazioni in cui  ho pronunciato le  parole "vado un anno in Moldova" ho ricevuto come risposte sguardi confusi e domande come "ma esiste veramente?". Quando parlo della Moldova a volte ho la sensazione di riferirmi al fittizio stato di Genovia del film Pretty Princess. Del resto sono entrambi stati piccolini in europa sconosciutì a molta gente.
In ogni caso,  sia per coloro che sono più o meno ferrati in materia, vi mostro dove andrò a passare un'anno della mia vita:


Mi sembra di aver detto abbastanza, anche troppo per un primo post. 
Per oggi è tutto, la revedere 😃

Clara

mercoledì 30 gennaio 2019

L’Africa, un sogno che si realizza. Diamo il VIA, SCE 2019 è iniziato!

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Sono Greta, ho 25 anni e sto finalmente per realizzare un sogno, il sogno.
Avete presente quando vi chiedono “Quale è il tuo sogno nel cassetto?” oppure “Il sogno della vita?”.
Ecco, il mio è questo: l’Africa. Tra quattro giorni la mia vita si sposterà in Kenya, a Mombasa, per un intero anno di Servizio Civile Estero con Caritas Ambrosiana.
Ma chi è Greta?
Sono una ragazza molto semplice, cresciuta in oratorio e studio Scienze dell’Educazione all’Università Bicocca di Milano.
Ho iniziato ad affiancarmi al volontariato molto presto in vari settori. Oltre che tutte le attività oratoriane, ho speso parte del mio tempo in una casa residenziale per disabili, successivamente in casa di riposo per anziani; poi ho iniziato ad insegnare italiano a stranieri e, ormai da tre anni, sono soccorritrice sui mezzi per l’Emergenza Sanitaria.

Ovunque vada, chi mi conosce, mi definisce “colorata”, forse per il mio modo di vestire (ogni capo di un colore diverso) che mai si abbina o forse per il mio sorriso “smagliante e luminoso” che trasmette colore.
Un giorno una bambina ha fatto il mio ritratto dicendomi “La tua faccia è rosa, ma ricorda un arcobaleno. Tu mi ricordi i colori!”.





Crescendo in oratorio ho avuto la fortuna di incontrare la simpaticissima Suor Amata che, piano piano, mi ha fatto conoscere l’Africa e più precisamente il Congo, le sue abitudine, la sua cultura, le danze e le canzoni, i cibi e gli odori, suscitando in me una grande curiosità di partire e vedere con i miei occhi quella terra, di sentire con il mio naso quegli odori e di trasmettere con il mio sorriso quello che esattamente lei ha trasmesso a me. Il mio sogno.




L’estate scorsa grazie ai Cantieri della Solidarietà organizzati da Caritas Ambrosiana e ho trascorso le mie tre settimane di vacanza in Kenya, sempre a Mombasa, a servizio di bambini e ragazzi. Al mio rientro la sensazione era molto strana: non riuscivo ad orientarmi, sentivo che tre settimane non erano state sufficienti e che avrei preteso di più da me stessa e che avrei voluto più tempo per farlo. 






E per questo, grazie a Suor Amata, agli incontri fatti nella mia vita e al Cantiere a Mombasa ho deciso di candidarmi per il Servizio Civile Estero nella mia Africa.
Diamo il VIA, SCE 2019 è iniziato!
Sensazioni a riguardo? Me la sto facendo sotto!!!!!!
Scherzi a parte, sono super mega gasata e carica, non vedo l’ora di partire e di vivere al massimo questo anno, il mio anno. Allo stesso tempo si intrecciano sensazioni di paura e preoccupazione data l’esperienza delicata che mi aspetta in un contesto per niente semplice.







In bocca al lupo a me e a tutto il gruppo SCE2019!
Ci vediamo, o meglio, sentiamo da Mombasa!
Greta