sabato 3 novembre 2018

“Li odio tutti, sono delle bestie, senza offese per gli animali che sono molto più civili e puliti”.

L’ultima settimana al campo si percepivano strappi strani fra la notte e il giorno. Di giorno capitava di sedersi vicino a un ragazzo qualunque e di sentirsi raccontare dei fratelli morti a scuola in un attentato, del papà minacciato dai talebani, della mamma con i fratellini piccoli di cui non si hanno più notizie, delle botte che avevano ricevuto il giorno prima, o la settimana prima, solo per aver tentato di oltrepassare un confine. Storie raccontate sempre con una voce calma, quasi leggera, in cui la sofferenza trapelava appena da qualche accenno. Non hanno mai chiesto il mio aiuto o la mia pietà. 
Poi alla sera noi volontari tornavamo a casa, si accendeva il cellulare, e si iniziavano a controllare le notizie provenienti dall’Italia. Nel nostro Paese erano i giorni del caso Diciotti. Una sera ho iniziato a scorrere i commenti sotto le notizie principali. Non avrei mai dovuto farlo. Non c’era solo l’affermazione che ho riportato in apertura: c’era una marea di offese, di insulti, di epiteti animaleschi con cui si aggredivano tutti i clandestini. Solo che non erano più dei semplici, generici migranti che sentivo attaccati: erano quei migranti. Quel ragazzo educato e triste, che non sapeva più nulla di sua mamma. Quello che mi offriva sempre la sedia quando entravo in una stanza. Quello con un sorriso smagliante, che era un asso della pallavolo. Quello che, una volta che mi ero fatta un leggero graffio alle ginocchia, è corso in camera a recuperare una salvietta per me. Quel ragazzo ventenne, rispettoso, dal cuore buono, che ogni volta che partiva chiedeva di pregare per lui il nostro Dio, perché avrebbe fatto lo stesso col suo. Quelli che, al di là dei gesti di cura, di bontà e di intelligenza che possono aver avuto per noi, al di là di tutti i loro meriti, erano comunque, con ogni evidenza, degli esseri umani, con tutto il bagaglio che questa affermazione comporta. Loro. Degli animali. Degli oggetti di puro disprezzo, buoni solo per buttarci addosso la polvere delle nostre scarpe. Delle cose che possono morire in silenzio, perché, per qualche motivo, valgono meno di noi.
Quando ho letto quelle notizie, così a bruciapelo, così poco tempo dopo aver parlato direttamente con loro, ho sentito salirmi in gola un magone furioso, una rabbia, un bisogno disperato di difenderli almeno dagli insulti e dagli sfottò che non avevano fatto nulla per meritare, di mostrare chi stavano coinvolgendo in quella bile indiscriminata. Se solo potessimo metterli insieme ad un tavolo, l’italiano e l’afghano, uno di fronte all’altro. Se facessero una sola partita di pallavolo insieme, forse si ricorderebbero che l’altro è un uomo, che sa sorridere, che sa persino voler bene a qualcuno.
Stando in Italia viene quasi spontaneo collocare, mese dopo mese, sempre più postille, eccezioni, limitazioni, “se” e “ma” alla questione accoglienza. Per quanto uno sia vaccinato contro il razzismo, aperto all’incontro con l’altro, culturalmente sensibile al mondo, è come se il fluire costante delle notizie rischiasse a volte di spingerci ad essere gradualmente sempre più cauti, più trattenuti dalla complessità insita nella questione. E la questione, senz’altro, è complessa. Ma se Krnjača mi è servito, con questa immersione tra figure umane, di contatto diretto fra occhi e linguaggi, è stato soprattutto a dare una sterzata improvvisa al discorso, un controbilanciamento nella direzione opposta: no, alla fine non è così complesso. Questi ragazzi partono da un Paese ancora in guerra, che solo per sfregio si può considerare pacificato, dalla morte, dagli attentati, dall’insicurezza, dalla chiusura delle loro scuole, dalla povertà; e per poterlo fare sono costretti ad attraversare dieci frontiere, mettendoci anni, spendendo i loro risparmi, consegnandosi nelle mani di criminali, rischiando di essere picchiati, truffati, respinti, e anche di morire. Non c’è davvero nulla di complesso in questo. Questo, semplicemente, è ingiusto. Complesso può essere organizzare l’accoglienza, immaginare un sistema che produca integrazione; più complesso ancora, sradicare le cause di un esodo di massa, come quello che sta avvenendo fra i giovani di Iran e Afghanistan. Ma difficile non è sentire che quel centinaio di ragazzi, che mentre scrivo sono ancora lì a consumare il loro tempo nel nulla, non dovrebbero essere lì, non dovrebbero essere percepiti come dei criminali a prescindere, e dovrebbero avere, molto più della mia compassione, il diritto ad un percorso diverso.

Ilaria De Regis

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