venerdì 23 febbraio 2018

Haiti. Vade quo vis?

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Sono le sette di sera e il blu si è già mangiato il vermiglio delle case. Il profumo del pane abbrustolito ha appena lasciato spazio al tintinnio delle bottiglie mentre i fanali di un autobus anni sessanta fanno luce sul tram tram del sabato sera. Un timido abbraccio, un saluto. Qualcuno si trascina appresso uno zaino. Un sacco di riso, una gallina, o quella che dovrebbe somigliare a una valigia. Si parte. Haiti ti strappa il cuore, me lo avevano detto. 

Haiti profuma di Antica Roma. 
Perché lo schiavo, per essere liberato, veniva condotto per mano. Vade quo vis, gli diceva il padrone, Vai dove vuoi. E gli lasciava la mano. Per modo di dire, perché uno schiavo manomesso – così si chiamava - non era poi così libero di andare dove voleva. Era manomesso, guastato. Un asinello sciolto sorvegliato da dietro per drizzargli la strada. 
Anche tu sei un po' come quello schiavo, nemmeno tu puoi andare dove vuoi. Il tuo passaporto te lo impedisce. Nemmeno Haiti può andare dove vuole. Io, col mio bel documento rosso Borgogna, potrei andare quasi ovunque senza chiedere un visto. Tu no. Haiti mi fa pensare all’Antica Roma, non te l’ho mai detto...

Qualcuno dice che il creolo sia una lingua povera, scarna di parole. Ma io credo piuttosto sia una lingua ricca, che ti fa andare al cuore. Ti fa vedere se hai capito, se sai andare all'essenziale. Anche con le persone.
Ecco, tu me lo hai insegnato.
Da amica, ti lascio la mano. 
“Viaggi da solo?” “Non sto da solo. Sto con tutti gli haitiani che se ne vanno in Cile.” Più di centomila nel 2017, si dice.
Mi hai preso in giro, come al solito. Haiti ti strappa il cuore, me lo avevano detto. I migliori se ne vanno da qui. I migliori amici. Le teste migliori. È questa la povertà. Canada, Stati Uniti, Brasile. Qualcuno tenta persino per Guantanamo, infilandosi in una barca, sperando che La Isla Grande gli regali il lasciapassare per Miami. Caronti occasionali che regalano speranze low cost. Ma più che Caronte, il nulla osta per gli Usa è piuttosto una chimera. 
Ti sei infilato il mio bracciale al polso e sei sgusciato su, su quell’autobus anni sessanta che spruzza kompa da tutte le parti. Proprio tu te ne vai in autobus per prendere l’aereo, tu che mi hai insegnato a stare in moto come si cavalca un asinello. Tu che mi hai detto che ad andare in moto per le strade di Haiti si impara a vivere. Perché è salire almeno in tre che è la strategia per non cadere. Tu che mi hai detto che è cambiato il mio modo di stare in moto da quando sono qui. O forse sono cambiata io, mentre guadavamo pozzanghere che parevano fiumi e ci arrampicavamo per montagne talmente increspate da sembrare quelle di un presepe. Forse si dovrebbero pregiare le persone da come sanno stare in moto, mi hai detto, da come sanno incastrarsi agli altri per tenersi insieme. Bisognerebbe vederle prima insieme su una moto, le persone, e solo poi decidere se ne vale la pena. Anche questo me lo hai insegnato tu.

Tutti ti hanno detto che non è giusto.
“Non perdo un autista, con te perdo molta più gente” ti ha detto qualcuno.
È vero.
Senza di te Mare Rouge sarà più povera. 
Senza le tue storielle, i tuoi proverbi, il tuo sorriso da pubblicità da dentifricio stampato sempre sulle labbra. Senza le tue idee, la tua inventiva. Ma ognuno, in fondo, ha il suo mar Rosso da attraversare. E bisogna pur lasciarti la mano per dirti di andare. Sì, anche se quest’impresa ci sembra assurda. Ma dopotutto, ogni mar Rosso lo è. 
Che questa possa essere davvero la tua traversata.
Che possano sul serio aprirsi sentieri inaspettati per portarti altrove, verso la tua Casa. Verso chi sei. La Casa è la prima cosa che Dio promette all’Uomo, direbbe un mio amico ebreo. Perché "bet", casa, è anche la prima lettera con cui si apre la Torah. La "b", la seconda dell'alfabeto. Perché la prima, il primo passo, appartiene a Dio. E' Lui che apre il mare. E allora corri, corri verso la tua Casa promessa, amico. Perché si può essere tanto schiavi anche da uomini liberi. Chi non realizza il tesoro che ha dentro non può essere libero, diventa pesante. E allora, non può andare dove vuole.  

martedì 13 febbraio 2018

La ragazza senza un'identità - SCE Mombasa

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Il Lunedì pomeriggio dopo il nostro rientro abbiamo ricominciato con le attività al Mahali Pa Usalama, un Rescue Centre dove vengono accolti bambini e ragazzi allontani dalle famiglie,o perché vittime di abusi o perché provenienti dalla strada. 
Dopo un po’ d'incertezza sull' attività da svolgere, se proporla proprio quel giorno oppure aspettare ancora un po’, alla fine una storia (debitamente tradotta in inglese) ha dato il via alle nostre attività.

Recita così:

C’era una volta una bambina che aveva un nome, come tutti i bambini del mondo: era allegra, vivace e spensierata e andava spesso a giocare in un bel giardino verde. Un giorno lanciò la palla al di là di una siepe e quando andò a cercarla, non la trovò. Cerca qua, cerca là, la palla non c’era: la bambina era stupita e anche un po’ spaventata. Ad un tratto sentì una vocina, in alto: “E’ tua questa bella palla, piccolina?”.
La bambina guardò su e vide un ometto magro seduto a cavallo di un ramo: aveva la palla fra le mani.

– “Certo che è mia. Dammela!” disse la bambina
– “E tu, cosa mi dai in cambio?” 
– “Niente! La palla è mia!”
– “Ma adesso ce l’ho io!”
– “Non ho niente da darti!” disse la bambina
– “Si che ce l’hai: dammi il tuo nome!”.
Pensando che l’ometto scherzasse, la bambina gli disse: “Va bene, te lo do: butta la palla!”. Quello sorrise, lasciò cadere la palla, lei la prese e tornò a casa.
Ma, dopo poco, inizio’ a sentirsi strana. E più strana si senti’ quando si accorse che la salutavano senza più dire il suo nome: poi, pensandoci, si accorse che nemmeno lei lo ricordava. 

– “Mamma, come mi chiamo io?” disse allora la bambina a sua madre. 
– “Tu? Non hai nessun nome!”– disse la mamma. 
La bambina andò a guardare i suoi libri, i suoi quaderni, i suoi giochi e vide che non c’era nessun nome. 
– “Tu, scendi a fare merenda!” gridò la mamma di sotto. 
«La mamma mi ha sempre detto di non chiamare nessuno con un Tu…l’avrà fatto proprio perché io un nome non ce l’ho più…» pensò con tristezza. Allora, piangendo, la bambina prese la palla, andò al giardino e si fermò proprio sotto l’albero. L’ometto era ancora lassù, con la mano chiusa e sorrideva. 

– “Ridammi il mio nome! Ti darò la palla, se vuoi!” gridò la bambina. 
– “Tieniti la palla, piccolina, e anche il tuo nome: e un’altra volta, non darlo a nessuno, capito?”.
L’omino aprí la mano; all’improvviso la bambina ricordò di chiamarsi Antonella e si mise a saltare per la gioia! Corse a casa e la mamma le chiese: 
– “Dove sei andata, Antonella?”
– “Avevo perso una cosa importante, mamma” disse la bambina e lo disse così seria che la mamma le diede un bacio di quelli che fanno rumore.


Roberto Piumini – estratto dal libro “C’era una volta, ascolta”


Una volta terminata la lettura della storia, abbiamo chiesto ai bambini cosa avevano ascoltato … timidamente prima a voce molto bassa, poi con più coraggio abbiamo ripercorso insieme tutti i passaggi della storia. E allora era arrivato il momento di chiedersi: "ma un nome è davvero così importante?", "sì, certo!"; "a te piace il tuo nome?", "si mi piace molto" è la risposta di tutti. "Allora siamo tutti d’accordo che il nostro nome è bello e importante …. ma perché?"; un po’ di silenzio, poi qualcuno dice: "il nostro nome serve per essere chiamati, per non essere solo un TU". "Vero, verissimo … quindi cosa potremmo dire, che il nostro nome è bello e importante ed è prezioso per ognuno di noi perché..."; e una delle ragazze più grandi aiuta tutti dicendo "perché ci fa essere delle PERSONE, ci dà un' IDENTITA'!". 

WOW, che bello sentire questi pensieri uscire dalla mente dei bambini e vederli capire e realizzare che sì, avere un nome e’ più che importante: è un DIRITTO di ogni bambino. Così, come attività finale, ognuno di loro ha colorato e decorato il proprio nome, stampato in lettere doppie,con cura e creatività, cercando di renderlo il più bello possibile!




Torniamo a casa contente e soddisfatte dell'attività e lasciamo trascorrere i giorni della settimana che ci vedono impegnate in ufficio. Giovedì torniamo al Mahali e durante la mattinata aiutiamo nelle lezioni scolastiche della mattina che ci inglobano completamente, perché i più piccoli stanno davvero lottando contro addizioni e sottrazioni! Le ragazze più grandi compaiono ogni tanto, non sono in classe perché stanno aiutando in cucina. Così per tutta la mattina non mi accorgo che manca Jo., la ragazza più grande del centro, colonna portante e guida per i più piccoli, aiuto per le mamas e responsabile della custodia delle chiavi: una ragazza sveglia, brava, curiosa e sempre disponibile a giocare con noi e ad aiutarci con le traduzioni in kiswahili."Jo. dov'è?" chiedo ingenuamente alla mama all'ora del pranzo; "Jo. non c'è. E' andata via!". 



"COME??????" pensa la mia testa "non è possibile, non abbiamo nemmeno potuto salutarla, non si parlava che avesse dovuto andarsene a breve…come mai? E poi non abbiamo nemmeno potuto consegnarle il lavoro del suo nome…si era impegnata così tanto!!". Tutti questi pensieri si manifestano in un: "AH, davvero? Come mai?". La mama mi risponde che nessuno lo sapeva, neanche Jo., la Sister le ha detto la sera per il giorno dopo che sarebbe dovuta tornare a casa e lei ha fatto le valigie e se ne è andata. Le domande nella mia testa arrivano ad una velocità estrema…perché se ne è dovuta andare proprio adesso? Ma è stata reinserita in famiglia? E' da sola? E' in un altro centro? Sta bene? Non resisto e cerco di capirne di più andando a chiedere alla consulente del centro. E così ecco la risposta: Jo. è dovuta tornare a Nairobi per cercare di avere i suoi documenti d'identità

Quando Jo. è arrivata al centro nessuno sapeva da dove provenisse e come si chiamasse. Così all'inizio lei ha detto di chiamarsi con un altro nome e di provenire dal Sud Africa, ma poi la suora ha chiesto di lei al governo del Sud Africa e della sua identità non c'era traccia … era ovvio che non provenisse da lì e che quello non fosse il suo vero nome.

"Ma come, penso io, lei, Jo., la ragazza così brava e affidabile che abbiamo conosciuto che mente sulla sua identità e sulla sua origine?!". Forse un motivo per mentire lo aveva … 

Scopriamo che investigando e facendole molte domande mirate la suora ha capito che Jo. arrivava da Nairobi, da una famiglia molto povera che viveva in strada in una delle baraccopoli di Nairobi. Ora Jo. è dovuta tornare là, a Nairobi, per cercare di ottenere un documento d'identità che le permetta di affrontare gli esami scolastici (senza documento d' identità ti viene negato l'accesso) e trovare qualcuno che le sponsorizzi gli studi e le permetta dunque di tornare a scuola.
E qui un'ultima domanda mi sorge spontanea: "ma Jo. è da sola o c'è qualcuno che la aiuta in tutto questo?". "No, è da sola".

OK, ora io mi immagino Jo., una ragazza di 13/14 anni, che porta sul corpo i segni delle violenze subite e probabilmente nel cuore il macigno di tutto quello che ha passato, da sola, nella baraccopoli, per strada, con una famiglia che non ha niente, nel tentativo di procurarsi dei documenti e un benefattore.
Vorrei correre a Nairobi per aiutarla, cercarla ovunque, chiamarla al telefono, dire alla suora di andarla a riprendere e aiutarla in tutto questo perché da sola non so se ce la farà … ma ovviamente tutto questo è impossibile.
Proprio in quel momento mi torna in mente la storia che abbiamo letto tre giorni prima insieme, sull'importanza di avere un nome, di avere un'identità e mi viene un groppo alla gola … certo che la vita a volte è proprio strana! Chissà cosa avrà pensato Jo. mentre ascoltava quella storia e chissà se potrà esserle d'aiuto nella ricerca della sua identità … io ora posso solo sperare che sia così, pregare per lei e augurarle da lontano buona fortuna!

Chiara Galla  

lunedì 12 febbraio 2018

Il dono del tempo

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Non c’è nulla da fare.
Per quanto io credessi di essermi preparata psicologicamente ai ritmi lenti dell’Africa, e nonostante la mia precedente esperienza in Madagascar, non posso negare che, ancora una volta, il “pole pole” (cioè “piano piano”) continuo mi stia mettendo a dura prova.

Le mie origini campagnole a nulla servono dopo aver trascorso gli anni dell’università a Milano, caotica e frenetica città sempre di corsa, dove tutti sembrano avere molto da fare e soprattutto paiono essere in ritardo perenne.

Quando in quegli anni vivevo la città, ricordo che mi stupiva sempre questa fretta quasi spasmodica, che impediva di rispondere ad un turista in cerca di informazioni, che faceva scontrare con i senza dimora che stavano a bordo della strada a chiedere l’elemosina, che obbligava a spingere per prendere la prima metro in arrivo perchè la successiva ( un minuto e mezzo dopo) avrebbe fatto arrivare troppo tardi. Ma troppo tardi per cosa?

Mi chiedevo sempre se quel minuto e mezzo di chiacchiere, di attenzione al vicino, di godersi la vita intorno fossero sacrificati per qualcosa di migliore. Oppure no? Oppure si era sempre solo di corsa e quei minuti tolti alla vita erano usati per correre di nuovo, inseguendo solo il tempo?

Eppure qualcosa deve essermi rimasto dentro, deve essermisi appiccicato addosso.

Perchè grande è stato il mio stupore stavolta quando, sul volo Zurigo-Nairobi, ho incontrato Ben.



Un ragazzo Keniano, che appena si è seduto ha avuto voglia di chiacchierare con me che ero la sua vicina di posto. Poverino. Il mio inglese sgangherato, il mio sonno e la mia preoccupazione non lo hanno fatto desistere. E per la prima mezz’ora ci siamo un pò raccontati. 

Nessuno dei due aveva cose più importanti da fare. Nessuna fretta. Nessun messaggio da mandare, nessuna chat da controllare, nessuna mail da inviare. Solo tempo per le chiacchiere. Piacevole tempo speso a conoscersi.

Poi siamo partiti, io son crollata, e lui mi ha svegliata quando è arrivato il pranzo. Ma appunto, poverino, il nostro Ben non immaginava l’imbranataggine della sottoscritta. Non trovavo il tavolino, nascosto nel bracciolo del mio sedile. Me lo ha indicato, ma ovviamente non  sono riuscita a sistemarlo da sola. 
Ha fatto lui, con pazienza, ridendo un pò di me. E poi ad addormentarsi è stato lui, e il l’ho svegliato per la cena. Ci siamo scambiati un cioccolatino e poche altre parole.

Atterrati a Nairobi ho attaccato di nuovo a stressarlo: avevo soldi sul mio telefono, ma non riuscivo ad attivare la promozione per internet, necessaria per usare l’app per chiamare un taxi che dall’aeroporto mi portasse a casa.
Di nuovo, ho ripreso con il mio inglese pessimo a riempirlo di domande e praticamente gli ho piazzato in mano il mio telefono sperando che lui risolvesse in qualche modo la situazione.

Mi sono immaginata a Milano, a chiedere ad un uomo d’affari appena atterrato di guardare il mio telefono invece che il suo, di aiutarmi per un pò invece che chiamare a casa, rispondere ad importanti messaggi di lavoro o sprofondare nei social. Mi sentivo proprio una zanzara fastidiosa nelle sue orecchie.

E invece no. Di nuovo, con pazienza e con il sorriso, ha preso il mio telefono, mi ha attivato non so come un’ora di internet gratis, e ha fatto tutto quello che mi serviva per poter tornare a casa al sicuro.
Mi ha persino aspettata, fuori dal controllo documenti, per assicurarsi che io non avessi più bisogno di aiuto. L’ho congedato con un pò di imbarazzo, perchè mi sembrava di avergli già rubato troppo tempo.

Sento il bisogno, ora, di ringraziarlo per il tempo che spontaneamente mi ha donato, gratuitamente, senza fretta. E per avermi ricordato, appena atterrata in Kenya, l’importanza di rallentare, di mettere da parte la fretta e di riportare al centro le relazioni.



Ripensando a questo incontro dopo una giornata un pò difficile in cui mi sembra di aver “fatto” troppo poco, torno a respirare, a godere delle piccole cose, a voler stare semplicemente con i ragazzi a condividere i lavori nei campi e con gli animali, a cucinare chapati e a confrontare i nostri mondi e i nostri sogni così diversi ma poi, infondo, anche così simili.





E allora non mi sembra più tempo sprecato fermarmi sulla strada verso casa a chiacchierare con i bimbi che escono dalla scuola del quartiere carcerario di Kamiti, che corrono davanti a me e poi si girano per scrutarmi, che si spintonano e strattonano, che si nascondono dentro un cespuglio per farmi uno scherzo e che mi salutano insistentemente ripetendo come una cantilena tutti i saluti che conoscono in inglese e ridendo a crepapelle.




Anche questo è tempo ben speso, 
è tempo che arricchisce, 
ma ogni tanto me ne dimentico.

sabato 10 febbraio 2018

Acqua benedetta: quando il cielo piange … troppo

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Ondata di piena travolge Tiquipaya. La Bolivia, una vita tra il sole e la pioggia.


Quando siamo arrivate a Cochabamba era piena estate. Venivamo dalle prime settimane fredde e umide dell’autunno padano ed eravamo contentissime! Sole, caldo e clima secco: non c’era nemmeno quell’afa che opprime gli agosto di Milano. Siamo però oltre i 2500 m di altezza: maniche lunghe, cappellino e ricerca incessante dell’ombra sono diventati presto d’obbligo, pena scottature e mal di testa.

Di colpo tuttavia, all’inizio di dicembre, l’estate finisce, il cielo si copre di nuvole e inizia la pioggia.


“Sta piovendo” diciamo con aria mogia entrando in ufficio. “Sì, sta piovendo! Hai visto che bello?!”, ci rispondono.

Eh sì, qui l’acqua è una benedizione. Si prega perché piova e quando il cielo si apre e bagna valli e montagne si ringrazia la Madre Terra. In un paese che può soffrire di lunghi periodi di siccità, si attende con ansia l’arrivo della stagione delle piogge.


Quando torniamo dall’Italia, dopo un mese, sta ancora piovendo. Questa volta però è strano: sta piovendo troppo. Gli acquazzoni dovrebbero essere quasi terminati e invece continuano per giorni, senza interruzioni.



Presto torrenti e fiumiciattoli che avevamo visto solo in secca si colmano e alcune zone vicino a Cochabamba vengono allagate: Vinto, Tiquipaya, Colcapirhua, Omereque … piccoli comuni dove l’acqua dei ríos si accumula e trasborda. Si accumulano spazzatura e tronchi d’albero che tappano i passaggi, si incastrano sotto ponti troppo bassi, e gli argini non reggono più.


Cumuli di macerie,
Tiquipaya, 7 febbraio 2018

Assieme a Cochabamba tra il 3 e il 4 febbraio hanno sofferto anche i dipartimenti di Potosí, Tarija, Beni e La Paz, con oltre 10.300 famiglie colpite. "Se prevé un segundo golpe de agua previsto para la próxima semana. Es probable que haya una nueva inondación en el trascurso de siete días, pero no será como la anterior semana, será menor," ha commentato il Ministro della Difesa Javier Zavaleta.


Alle 5 di sera di mertedì 6, tuttavia, un’ondata di piena è scesa lungo il río Taquiña, travolgendo il municipio di Tiquipaya, già toccato dalle precedenti esondazioni. Molti sono tuttora i dispersi, mentre ad oggi si contano quattro morti. Di molte case si vede solo il tetto o il primo piano, mentre alcune sono state spazzate via dall’acqua.




Case sommerse dalla piena
Tiquipaya


C’è lodo, fango, ovunque. Quando arriviamo il giorno dopo per vedere di cosa possano aver bisogno le persone le ruspe stanno spostando montagne di detriti e la gente si stringe lungo le pareti delle case salve, senza dire niente. Alcuni spalano, le gambe affondate nel fango. Alcuni trasportano i mobili ancora intatti nei giardini delle case più vicine.




Recupero di mobili dalla piena
Tiquipaya


Una strada coperta di terra e acqua segna quello che è successo: da una parte macerie, fantasmi di case e di abitazioni, dall’altra edifici che sono stati appena accarezzati dall’ondata. Pochi metri e cambia tutto. Pochi minuti e riesci a metterti in salvo o no.




Strada sommersa dal fango
Tiquipaya


Un bambino che si è attardato a scappare per salvare il suo cane risulta ancora disperso.
Basta davvero poco, abitare in una zona di una città piuttosto che in un’altra e il tuo mondo crolla o rimane in piedi.


Nella notte seguente la vicina Ciudad del Niño, che accoglie bambini che non possono stare con le proprie famiglie e che sono soli, è stata evacuata: bambini, volontari e operatori hanno dormito al Seminario San Luís, in una zona più sicura.


Si sono organizzate le prime donazioni.


E adesso … aspettiamo che smetta di piovere. Spaliamo. E poi preghiamo per poter ricostruire.




Onda di fango portata dal río Taquiña



Chiara


Fonti:
Municpios esperan que baje el nivel de agua para evaluar los daños, Los Tiempos, 5 febbraio 2018
Río de lodo en Tiquipaya se lleva un puente, derriba casas y deja heridos, Opinión, 7 febbraio 2018

giovedì 8 febbraio 2018

Art. 205 del codice penale: in bilico tra riforma e (ri)elezioni

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Modifica del codice penale: un passo indietro per ricandidarsi?


Eccoci di nuovo qua! Siamo arrivate a Cochabamba la scorsa settimana e correvamo il rischio di non riuscire ad uscire dall'aeroporto per la minaccia di scioperi e proteste.
Alla fine è andato tutto bene, neanche l'ombra di un bloqueo in giro!

Ma cos'era successo?

Il 23 novembre il senato aveva approvato una riforma che andava a modificare oltre 650 articoli del codice penale, toccando diversi settori. La modifica più eclatante aveva riguardato l’art. 205, che aveva subito suscitato proteste e scioperi da parte del personale medico: si prevedeva infatti l'introduzione di nuove sanzioni per chi, nell’esercizio della sua professione, avesse causato danno alla salute o all’integrità fisica di un’altra persona per negligenza, imperizia o inosservanza dei protocolli. In caso di danno per uno di questi motivi si prevedevano forti pene pecuniarie e, in alcuni casi, fino a sei anni di carcere. Secondo i medici, che sono stati per molti giorni protagonisti di bloqueos in tutto il paese, questo articolo violerebbe in parte la Costituzione, limiterebbe il diritto al lavoro e non consentirebbe un’effettiva riparazione del danno da parte degli stessi qualora venissero privati della loro libertà.

Questo in un paese dove la sanità è per molti inaccessibile e manca un sistema capillare di prevenzione.


Sciopero dei medici: blocco delle strade del centro di Cochabamba.
- Dicembre 2017 -

Quando avevamo lasciato la Bolivia c'era qualche bloqueo in giro, ma alcuni pensavano che le richieste di contrattazione con il governo non sarebbero durate ancora a lungo: la classe medica è comunque un’élite rispetto alla maggior parte del popolo, il vero cuore e propulsore delle proteste in strada. Lo sciopero dei medici avrebbe potuto inoltre portare a uno scontento tra la popolazione, che non trovava più dottori e infermieri negli ospedali.


Cartelli per lo sciopero dei medici negli ospedali
- Ospedale di Quillacollo, periferia di Cochabamba -


"ESTAMOS EN HUELGA GENERAL INDEFINIDA EN TODO EL PAIS"


"NO AL ARTICULO 205"


Questo si leggeva all'ingresso di molte strutture sanitarie a partire da dicembre."Siamo in sciopero generale indeterminato in tutto il paese". "NO all'articolo 2015". 

Si rispondeva solo alle emergenze.

All’inizio di gennaio sono però scese in piazza anche altre categorie. Camionisti - contro la modifica dell'art. 137, con cui si aumentavano le pene per l'omicidio colposo con mezzo di trasporto -, giornalisti - contro gli art. 309, 310 e 311, lamentando una limitazione della libertà di stampa e di espressione -, commercianti, ambientalisti e altri. Anche dei gruppi religiosi hanno contestato questa riforma, in particolare protestando contro l'art. 157, che ampliava la possibilità di abortire legalmente, e l'art. 88, rispetto al quale anche la Conferenza Episcopale Boliviana ha preso una posizione.

Nella nuova formulazione l'art.88, articolo contro il traffico di essere umani, inasprirebbe le pene - includendo la possibilità di incarcerazione da sette a dodici anni - per chi "trasporti, trasferisca, privi di libertà, ospiti o riceva persone" per una serie di finalità. Tra queste vi è anche il "reclutamento di persone per la loro partecipazione a conflitti armati o in organizzazioni religiose e di culto". In questa sua parte tale articolo è stato considerato dalla Conferenza Episcopale una minaccia contro la libertà religiosa, nonché contro le attività missionarie. 


Sciopero generale contro la riforma, centro di Cochabamba
- Gennaio 2018 -


Giovedì 11 gennaio, in occasione del passaggio del Rally Dakar a La Paz, coloro che si opponevano a questa riforma hanno manifestato assieme ad altri gruppi. Tra questi hanno preso parte alle proteste anche quelli contrari alla recente sentenza del Tribunal Constitucional che stabilisce la possibilità per il Presidente Evo Morales di ricandidarsi al suo quarto mandato.

Secondo la Costituzione un presidente potrebbe ricandidarsi per la stessa nomina per non più di due mandati. Già in passato si era già fatta eccezione a questa norma, essendo attualmente Evo Morales presidente per la terza volta. Questa nuova sentenza del 28 novembre 2017, tuttavia, rimuove ogni limitazione alla possibilità di ripresentarsi alle elezioni.

Questo accade nonostante l'esito del referendum del 21 febbraio 2016: il MAS - Movimiento Al Socialismo -, partito di Evo, aveva infatti indetto allora un referendum in cui si chiedeva alla popolazione se fosse favorevole o contraria alla modifica della Costituzione, per permettere ricandidature oltre i due mandati. Avevano vinto i NO, ma la sentenza del Tribunal Constitucional va oggi contro tale manifestazione di volontà popolare.

All'inizio della scorsa settimana il governo ha deciso di riconsiderare la riforma del codice penale, motivo per cui el paro general di martedì 23 era stato sospeso. Mercoledì 24 alle 4.00 di mattina, dopo 11 ore di dibattito la Camera dei Deputati ha approvato a Legge 001 che abroga la riforma del codice. Nel pomeriggio anche la Camera del Senato ha votato all'unanimità lo stesso progetto di legge e lo ha rimesso all'Esecutivo perché lo promulghi a sua volta. 

La riforma del codice penale, che tanto ha suscitato clamori, sembra quindi essere giunta al termine. Alcuni deputati hanno sostenuto che il motivo di tale manovra sarebbe in realtà tentare di smorzare un clima di tensione al quale si stavano aggiungendo gli oppositori alla rielezione del presidente Evo Morales. 

Se adesso potrebbero calmarsi le acque, non si sa invece cosa accadrà tra il 2018 e il 2019, anno di nuove elezioni. Intanto martedì 30 gennaio i rappresentanti dei Comitati Civici di tutto il paese hanno deciso di indire un paro nacional previsto per il prossimo 21 febbraio, anniversario del referendum del 2016, per protestare contro la sentenza del Tribunal.

A noi non rimane che prendere un bel respiro e stare a vedere: la Bolivia è imprevedibile!

Chiara


Fonti:
ALP abroga Código Penal en bochornosas sesiones, Los Tiempos, 25 gennaio 2018
Leyes justas al servicio del bien común, Comunicato della Segreteria Generale della Conferenza Episcopale Boliviana, La Paz, 9 gennaio 2018





mercoledì 7 febbraio 2018

"Quando ritornerai a dirmi addio ...

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ti regalerò un segreto” disse la volpe al piccolo principe.


Dobbiamo imparare a dire addio. A noi non piace dire addio. Spesso lo storpiamo in “arrivederci”. Eppure, a volte, chi può dire se davvero ci rivedremo?!

Rivedersi

Era questo il dubbio che avevo. “Chissà se rivedremo tutti i bambini e le ragazze che abbiamo conosciuto!?” pensavo nelle due settimane trascorse in Italia. Poi, siamo tornate, di nuovo a Mombasa – tutto un altro mondo! Ed è stato tutto un rivedersi. In quanti – colleghi, amici, proprietari di casa, persino le guardie – son stati contenti di rivederci. E noi con loro: è sempre bello rivedersi! Tanto quanto è bello, ora, sapere che abbiamo un po’ di tempo in più per restare. 

Restare 

Non si può restare nel centro d’accoglienza. Lo dice la parola. Così, giorno dopo giorno, è tutto un gran via-vai. Qualcuno torna a casa, in famiglia; qualcuno si trasferisce in altri centri; qualcun altro arriva, qualcuno ancora arriverà. Bisogna star pronti: non sai mai chi ritroverai, chi non incontrerai e chi conoscerai. Bisogna aver l’animo pronto, perché prima o poi ciascuno deve andare …  

Andare

Dovevamo andare! Sapevamo che ci stavano aspettando già dal giorno prima. E anche noi volevamo rivederli al più presto. Non sapevamo cosa aspettarci. I dubbi non mancavano e, tra i pensieri, uno dopo l’altro affioravano: “pensa se domani andando al centro scopriamo che S. è tornato a casa” ho detto a Chiara.


Il rescue center "Mahali Pa Usalama"

“Domani S. torna a casa. È un po’ triste. Ti va di parlarci un po'?”


<colpo>

Io con S. ci parlo, volentieri. Prima però fammi masticare, ingoiare e digerire questo misto di emozioni. 

<faccio spazio ai pensieri>

Caspita! La vita a volte è proprio sorprendente … La provvidenza è fenomenale! Che strano, da un lato sono contenta di esser qui oggi, dall'altro, per quanto avessi supposto la possibilità che si verificasse tutto ciò ... non è di certo facile ...

<ritorno nel mondo>


Attività creativa all'ombra del grande albero


“S. che succede?” dico mentre mi siedo accanto a lui. Parole e lacrime. Non riesco a capire. “Cosa dici? Non riesco a sentire bene” aggiungo mentre pian piano ci facciamo un po’ più vicini. “Se vado a casa non vedrò più i miei amici … non potrò più giocare con loro, non vi rivedrò più.” Ha ragione. È vero. Cosa posso digli io? Come posso trasformare questa tristezza perché possa tornare a casa felicemente e con il suo solito sorriso?

Sorriso

Basterebbe questa parola per descrivere S. probabilmente. Un nanerottollo paffutello, (quasi) sempre sorridente, con un volto simpatico e un culotto pronunciato che ama muovere a ritmo di musica per danzare e divertirsi. Credo si sia legato a me durante una giornata in piscina (gentilmente offerta da un misterioso donatore che, durante le vacanze di dicembre, ha scelto di rendere speciale una giornata di questi bambini). Quel giorno S. era molto felice. Tanto quanto, poi, era spaventato. Non voleva proprio saperne di entrare in acqua. Poi, la svolta. Non si sa bene come e perché, ma ad un certo punto S. mi ha detto “carry me”. Così, avvinghiato come un polpo, fin quasi a strozzarmi, si è lasciato trasportare in acqua e, pian piano, passo dopo passo, a fine giornata S. sapeva camminare in piscina, da solo, insieme a tutti i suoi amici

Un polpo in piscina!

Amici

È sorprendente sentire S. chiamare amici gli altri bambini del centro. Loro che si affezionano velocemente, tanto quanto velocemente devono salutarsi. Che bello, è sorprendente questa pura e semplice affezione. Però, ora, li deve salutare. Come posso abbracciare la sua tristezza? Cosa dire ad un bambino? Tento di mettere insieme qualche parola, prendendo spunto dalla mia esperienza, provando a dirgli che anch’io ora sono qui e i miei amici sono lontani … Poi, mi sovviene un dolce ricordo: “gli amici son come le stelle.”

Stelle

“S. hai ragione, sai, andando a casa, dovrai salutare gli amici che hai incontrato qui. Ma non esser triste, perché son certa che a casa incontrerai dei nuovi amici e anche con loro ti divertirai” annuisce. “Vedi, nella vita si incontrano sempre persone nuove. A volte, poi, bisogna salutarle. Guarda che bello, oggi ci possiamo salutare. Se fossimo venute domani, non oggi, non ci saremmo salutati” proseguo. “Non devi aver paura, incontrerai nuovi amici e poi, sai cosa puoi fare quando sarai a casa?” scuote la testa. “Ogni tanto, la sera, alza gli occhi verso il cielo. Nel cielo ci sono le stelle. Alcune sono più vicine e luminose, altre son lontane, altre qualche volta stanno dietro le nuvole e non si vedono, poi magari riappaiono. Gli amici sono proprio come le stelle!” sorride. Il suo sguardo è cambiato. “Guarda in alto S., cercando le stelle nel cielo dei tuoi amici ti potrai ricordare!” 

Ricordare

Vorrei ricordare ogni istante, ogni emozione, ogni volto incontrato e ogni storia ascoltata. Vorrei ricordarmi di S. con il suo sorriso e gli occhi luminosi come le stelle; di M. che non ho salutato e chissà ora dove è andato; di A. che mi ha stretto in un abbraccio sorridente prima di tornare a casa; di S. che è tornata a casa ed è già scappata; di B. che nient’altro chiedeva se non di esser amata. Vorrei saper ricordare quel segreto che ciascuno mi ha regalato nel momento in cui mi ha salutato. Per imparare a vedere gioia e meraviglia intorno a me, come sempre fanno gli occhi dei bambini … 


Ora, anch'io, la sera, ogni tanto, guardo le stelle. E vi sento più vicini. 
Ciao amici! Un caldo abbraccio da Mombasa, Greta

lunedì 5 febbraio 2018

NUDO

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Racconti di permessi di soggiorno


Negli ultimi giorni mi è capitato spesso di dover raccontare, il più delle volte con piacere altre con fatica, l’esperienza in Moldova di questi primi mesi.
L’episodio più ricorrente, l’anedotto che ha scalato la top ten è stato sicuramente quello riguardante la lunga trafila per il permesso di soggiorno. Non si è trattato certo della mia prima richiesta di permesso di soggiorno. Solo al  compimento dei  18 anni infatti, dopo essere nata in Italia sono riuscita ad ottenere la cittadinanza, con tanto di festeggiamenti e squilli di tromba. Pur non essendo la prima volta l'episodio mi ha dato davvero da pensare. Negli ultimi due anni e mezzo di lavoro accanto a persone richiedenti asilo il tema del permesso di soggiorno è stato al centro di tutto, perché puoi organizzare l’orto sinergico più rigoglioso del mondo, il laboratorio di falegnameria creativa e pure il corso di alfabetizzazione più interattivo e all’avanguardia ma se ti rinnegano la richiesta, poche sono le vie di uscita.

Ma andiamo con ordine:
Dopo qualche settimana di soggiorno io e la mia collega di servizio civile siamo state sollecitate dall’associazione Moldava “ Misiunea Sociala Diaconia” in cui prestiamo servizio a presentare domanda per il permesso di soggiorno.
Oltre a tutta una serie di documenti, la stipulazione di una polizza assicurativa, il notaio, il casellario giudiziario vidimato, il gruppo sanguigno…
 La cosa che più mi ha stupita è stato il numero di visite mediche a cui ci siamo dovute sottoporre. Nell’ ordine rx torace, marcatori e test Hiv, visita dal geriartra e visita ginecologica.
Capite bene il disagio di sottoporsi a tutti questi accertamenti senza capire bene la lingua, perché sì il rumeno è facile se poi hai pure fatto latino al liceo è una passeggiata, dicevano. Ma quando ti trovi a dover spiegare ad un medico incredulo perchè nella tua vita tu non abbia mai fatto una radiografia al torace o a far fronte allo sguardo incuriosito della dottoressa che mai nella sua vita ha visitato una persona di colore, allora la storia cambia.
Seduta sul lettino del medico  in deshabillè al piano terra di un ambulatorio di un ospedale di  Chisinau, con le tende aperte e le teste dei passanti così vicine da poterne scorgere i volti e le espressioni mi sono ricordata…
Giardino interno ospedale di Chisinau


Mi sono ricordata la sensazione prima delle file in Questura per il rinnovo del permesso di soggiorno in Italia, poi di tutte quelle volte che  ho accompagnato i ragazzi del centro di accoglienza in cui lavoravo a fare le vaccinazioni, rx, mantoux, esami del sangue e visite mediche. Chiaro  nei centri più virtuosi c’è il mediatore che spiega prima, l’attenzione e il sorriso dell’operatore, ma la sensazione di spaesamento data dal  non capire che cosa stiano realmente dicendo le persone accanto a te mentre tu sei nudo è pesante.
È ancora più pesante perché ad essere nudo sei solo tu, toccato, controllato e scrutato perché diciamocelo quello che interessa è scoprire se sei o non sei un untore. 

Reggersi in piedi, spogliati, nudi per essere riconosciuti e poi accettati è un qualcosa che fatico a digerire.  Si potrebbe discutere sul fatto che ci siano interessi più alti, il bene comune, discutere sul fatto che non sia la procedura ad essere sbagliata ma il metodo e la freddezza con cui viene applicata.. Ma quando sei là nudo mentre l’altro è vestito la prospettiva cambia.
Il senso di miseria che ti si attacca addosso in queste situazioni quando devi rimbalzare da un ufficio all’altro, da un timbro ad un altro timbro che è uguale a quello di prima ma è necessario per avere il timbro successivo, da un ambulatorio all’altro è un po’ come lo sporco sotto il tappeto. Appena prendi il documento butti tutto lo schifo sotto il tappeto ma poi al primo rinnovo, all’ulteriore richiesta di accertamenti tutto torna in superficie. Lo sporco riemerge perché non importa quanto tu abbia studiato ti sia impegnato, abbia imparato la consecutio temporum meglio di qualsiasi altro funzionario che ti siede davanti, la tua è sempre una richiesta e per ottenerla è bene che inizi a spogliarti mentre io ti guardo.

In un paese in cui un fetta impressionante di popolazione emigra all’estero, e vanta il primato più alto tra i paesi europei in materia di emigrazione questo tema ricorre e scandisce le vite di ciascuna delle persone che  ho incontrato. Questa nudità, quest’esame continuo lo vive più di un  quarto della popolazione moldava costretta alla dispora.
In Repubblica di Moldova tutti hanno un parente stretto che vive in un altro stato e che sostiene la famiglia in patria. Legami famigliari costretti a diventare elastici, a deformarsi e a tendersi da una frontiera all’altra.
Ed eccoci, tutto sembra tornare come un circolo vizioso dalla mia storia personale a quella lavorativa da una emigrazione ad un’altra, da un permesso di soggiorno all’altro, un fil rouge che mi accompagna. 

Faustina Yeboah