domenica 19 agosto 2018

Serbia: NELLA BOLLA DI SAPONE

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Come una bolla di sapone. Dopo una settimana di lavoro, adesso che abbiamo avuto del tempo per fermarci e mettere in ordine domande e pensieri, il campo di Bogovadja ci appare proprio così: come una bolla isolata dal resto del mondo, dove anche il tempo scorre in modo diverso. Infatti, a dominare lo scorrere del tempo è l’attesa
Qui tutti attendono qualcosa, chi un visto, chi l’esito di un processo, chi l’occasione giusta per passare una frontiera, e così via. Ma tutti attendono, con la vita che nel frattempo è come congelata, in “pausa”, con la speranza di poter premere “play” prima o poi, magari in Europa.
A Bogovadja si incrociano tanti sguardi e si ascoltano tante storie: c’è qualcuno che cerca di raggiungere il papà, qualcun altro che vuole andare da suo fratello e altri ancora che viaggiano con tutta la famiglia. Tutti fermi ad aspettare.

E’ questa miscela di desideri e storie immersa in un luogo disperso nei boschi della Serbia dove il tempo sembra bloccato a lasciare addosso una sensazione di inquietudine a chiunque passi da Bogovadja, anche soltanto per qualche ora. Perché il campo è bello, immerso nel verde, spazioso, dove i bambini possono giocare, ma… Ma qualcosa non torna. Ogni giornata è identica a quella precedente, scandita dall’attesa.
Tutti fermi ad aspettare.

Intanto c’è persino chi nasce, chi compie gli anni e tra un po’ andrà all’asilo, ma intorno… Tutti fermi ad aspettare.
E ogni volta che una frontiera si chiude, o un visto viene negato, a Bogovadja il tempo rallenta.
Ed è qui che poco a poco iniziamo a intuire il perché del piccolo servizio che ci è chiesto. Perchè le giornate di Dina non saranno tutte uguali se domani potrà fare un nuovo braccialetto con le perline, e quelle di Noman saranno un po’ diverse se settimana prossima potrà giocare il torneo di pallavolo con i suoi compagni… E’ così che, ogni tanto, a Bogovadja il tempo ricomincia a scorrere, anche se per poco.

Claudia, Fabio, Francesco, Giulia, Silvia

(Serbia3)

martedì 14 agosto 2018

I Viaggi

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I viaggi non sono stati mai facili come oggi. Paesi prima lontani ed irragiungibili sono ora vicinissimi; culture sconosciute e tenebrose diventano limpide e celebri. In poche ore possiamo attraversare oceani e continenti interi rimanendo seduti sul sedile di un aereo, di un treno o di una automobile. La fatica e gli investimenti di denaro e di tempo che i nostri antenati impiegavano per compiere brevi tratti, vengono oggi drasticamente diminuiti. Possiamo andare dovunque: Australia, Sud Africa, Cile, Stati Uniti, Cuba, Iran, Afghanistan, India; basta semplicemente puntare il dito su un mappamondo roteante ed in breve tempo, con una spesa variabile, possiamo essere nel paese indicato. Non abbiamo ancora la capacità di teletrasportarci ma poco ci manca.


C’è chi viaggia per lavoro, chi per divertimento e chi per turismo; c’è chi sceglie l’aereo, chi la nave, chi il treno e chi, più tradizionalmente, sceglie un’automobile, magari quella degli altri, come due ragazzi conosciuti nella nostra breve visita a Belgrado, partiti da Verona con il sogno di raggiungere il Nepal in autostop. Un viaggio lunghissimo, pieno di insidie ma anche di incontri irresistibili e di posti magnifici da visitare e vivere. Slovenia, Croazia, Bosnia ed Erzegovina, Serbia, Bulgaria, Turchia, Georgia, Armenia, Azerbajgian, Iran, Afghanistan, Pakistan, India e, infine, il tanto agognato Nepal. Un itinerario affascinante da compiere in circa 4 o 5 mesi. Un sogno, il loro, decisamente a portata di mano: basta avere voglia, costanza e tenacia. Un sogno che potrebbe incontrare un intralcio nella burocrazia pakistana che, per rilasciare un visto d’ingresso nel paese, richiederebbe un invito da parte di una persona residente all’interno del paese. Una problematica non da poco, incomprensibile per chi come noi è abituato a viaggiare senza alcun tipo di ostacoli. Non temete, sembrerebbe che questa insidia possa essere aggirata per mezzo dell’intervento della nostra ambasciata, abbastanza influente nella zona.
Anche scegliendo l’autostop, quindi, possiamo visitare centinaia di culture e paesi diversi, potendo così viaggiare per conoscere il mondo nelle sue mille sfaccettature.

Eppure, la realtà del campo profughi di Bogovada ci ha insegnato che non è sempre così semplice. Meglio, è facile per noi, occidentali, viaggiare verso le terre del medio oriente mentre non è certamente semplice per le popolazioni medio – orientali viaggiare verso l’Europa. Nel campo ci sono circa 160 persone: la maggior parte di loro sono iraniani ed afghani; ci sono famiglie, single – men ed anche minori non accompagnati. Ognuno di loro ha deciso di viaggiare verso occidente. Gli iraniani, mediamente più ricchi, grazie ai favori del governo serbo nei loro confronti (non viene richiesto alcun visto d’ingresso), hanno optato per un biglietto aereo diretto verso Belgrado; gli afghani, più poveri, hanno invece attraversato gli stessi territori dei nostri amici autostoppisti, più o meno con le stesse modalità, con la differenza di essere fermati, trattenuti, in ogni singolo territorio da loro attraversato. Tempo del percorso fino in Serbia? Dai 7 ai 12 mesi.
Sono due viaggi difficili ed impervi che richiedono molta pazienza e un ingente investimento economico da parte delle famiglie che partono o che foraggiano il viaggio. Oggi, chi in aereo, chi a piedi, si sono ritrovati insieme nella tappa Serba, forse l’ultima fermata prima del sogno Europa. Il loro sogno, il sogno di garantire a sé stessi o ai loro figli un futuro più dignitoso e sereno, ora è stato bloccato, reso quasi impossibile da quelle frontiere, cioè da quelle linee immaginarie che dividono diversi territori ma che così come sono concepite, creano disparità e sofferenza.

Questo breve testo è il risultato di una riflessione, più lunga e dibattuta, sorta all’interno del nostro gruppo di volontari, l’ultimo giorno, appena prima di prendere il nostro aereo che facilmente ci avrebbe riportato in Italia. Riflessione che vi lasciamo in eredità: perché noi si e loro no?


Serbia 2
Filippo, Giovanna, Stefania, Margherita, Federico


domenica 12 agosto 2018

🇬🇪 Confessione di 3 cantieristi 🇬🇪

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12 Agosto 2018, ultimo giorno di cantiere in Georgia

Come è giusto, è il momento di fare le presentazioni:

Fabrizio



31 anni. Residente a Londra.

Paola



 24 anni. Residente a Milano.

Antonello



29 anni. Residente a Milano.


Il cantiere è stato scandito da quotidiani momenti di riflessione sul lavoro fatto, sugli incontri che abbiamo avuto e sulla giornata passata, sempre declinando il tutto sul tema dell' "Accogliere, Integrare, Proteggere, Promuovere".

Ogni giorno bisogna considerare sempre il fatto che, teoricamente, ci aspettiamo di essere noi ad accogliere (i beneficiari della casa di accoglienza, i bambini dell'oratorio estivo...), ma in realtà siamo noi ad essere accolti.
Dunque la domanda ci sorge spontanea: chi accoglie chi? Tutto si esaurisce nel cantiere?
Basta scavare un poco nel vissuto di ognuno di noi per accorgerci che le cose sono un po' più complicate di quanto non sembrino:

  • Fabrizio. 31 anni. Residente a Londra. Nato in Italia. Italiano. Immigrato
  • Paola. 24 anni. Residente a Milano. Nata in Colombia. Italiana. Considerata immigrata
  • Antonello. 29 anni. Residente a Milano. Nato a Milano. Italiano. Figlio di meridionali immigrati


In misura diversa, e in tempi diversi, la nostra storia ripercorre la corsa all'identificazione dello straniero: dai picchetti e i manifesti "non si affitta a meridionali", alla necessità della definizione di una identità italiana, fino alle ultime pulsioni scatenate dalla Brexit.

In sintesi, definire chi sia straniero e chi no, capire in che modo accogliere chi parte, chi arriva e chi si sente straniero e isolato nella propria nazione, sono questioni molto complesse. 

Citando don Tonino Bello "Non spetta a me farlo, spetta alle istituzioni: però io ho posto un segno di condivisione che alla gente deve indicare traiettorie nuove; che deve insinuare qualche scrupolo, come un sassolino della scarpa".

Questo può forse bastare, accorgersi che nel nostro piccolo possiamo fare qualcosa.

Antonello, Fabrizio, Paola.

PS come tutti avranno notato, il post è scritto in font Georgia. Micascemi noi.

martedì 7 agosto 2018

VICINI MA LONTANI: WI - FI GRATUITO MA ACQUA DAI POZZI

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Prima settimana
Dopo una breve visita a Chisinau, ci siamo diretti al nostro primo villaggio, Volovița. Parola chiave: ADATTAMENTO! Doccia sotto le stelle e bagni da urlo... e che urlo! Però la tecnologia avanza... scuola con Wi-Fi ma acqua presa dai pozzi, lavagne multimediali ma strade sterrate, bambini con l'overboard ma bagni senza fognature.
Siamo stati catapultati in una realtà contraddittoria dove i bambini hanno gli ultimi modelli dei telefoni, ma vestiti e scarpe vecchi e rovinati.
Cellulari di ultima generazione, certo, ma necessari per mantenere i contatti con i genitori "ahi noi" troppo lontani, che spesso si trovano in Italia o in Russia per lavoro.
Ma sospendiamo il giudizio e dedichiamoci ai ragazzi!
La nostra tabăra con i bambini é stata ricca di sorrisi, gioia e divertimento... ma che fatica!
Abbiamo organizzato attività come "jocul mare, "atelier de creație" e soprattutto la mitica "scenetta" (da pronunciarsi: sssssciennèèètttta) insieme ai nostri compagni moldavi.


L'incontro con i nostri coetanei è stato molto intenso e ci ha fatto prendere coscienza su diverse tematiche. Ascoltiamo tutti la stessa musica (la Trap russa però no), abbiamo gli stessi idoli, e condividiamo gli stessi sogni: viaggiare, scoprire, realizzarsi...
Sono ragazzi che crescono con la consapevolezza che nel loro paese non ci sia futuro per loro e che quindi si sacrificano quotidianamente per crearsi, per vivere come vorrebbero, per sentirsi ed essere liberi.


To be continued alla prossima tabăra...

domenica 5 agosto 2018

Tempo di ricordarsi

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Il Tempo.
Il tempo corre veloce, tra studio, lavoro, hobby, scadenze, competizioni costanti in un mondo, quello che viviamo noi in Italia, che sembra non voglia mai fermarsi. Il tasto pausa talvolta sembra non esistere.
Il Tempo.
Il tempo cammina lento a Bogovadja per gli ospiti del campo di transito. Un tempo scandito dai pasti, dalle sigarette, dai tentativi di pensare ad altro che non sia il futuro, forse nemmeno il passato, magari partecipando a qualche attività che stiamo proponendo noi volontari assieme agli operatori.
Il Tempo.
Senza vie di mezzo si passa dall'assenza alla totalità del Tempo, da una società a un'altra. Così, senza vie di mezzo, si passa da un mondo a un altro: da un mondo di possibilità, opportunità, scelte a uno in cui la scelta è una: andarsene, lasciare tutto e affidarsi. "Tutti i musulmani inseriscono Dio all'interno delle frasi" mi dice J., padre solo, con suo figlio dodicenne.
Affidarsi. Speranza.
In un mondo in cui le nostre vite sono precisamente calcolate e pianificate al dettaglio, con progetti a lunga, lunghissima data , affidarsi è ormai qualcosa di antico, lasciato ai ricordi di qualche anziano. Il tempo vuoto è un diamante raro.
Al campo il tempo è una lenta tortura. È l'appiattimento, è l'incertezza, la stanchezza, ti ruba più energie di una giornata di duro lavoro.
Il tempo.
Contrasti:in  un mondo che sembra globalizzarsi sempre più, che sembra sempre più essere Uno, esistono mondi così vicini, ma troppo lontani.
Speranza.
Ci sveglieremo forse un giorno e se avremo un pò di tempo, ci ricorderemo di restare umani. Di essere umani, tutti.
Serbia2

sabato 4 agosto 2018

🇬🇪 Un cantiere per salvare il mondo? 🇬🇪

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No.
O meglio... quando ci hanno confermato la partenza per il cantiere destinazione Georgia, abbiamo avuto la tentazione di pensare di salvare il mondo, o, quanto meno, il sud del Caucaso! 😅

Noi siamo in una casa d'accoglienza per persone con problemi d'alcolismo e le nostre giornate  sono caratterizzate da differenti attività: dalle pulizie domestiche, preparazione pasti, lavaggio, fino a lavori di manutenzione della casa.

La realtà che ora stiamo vivendo ci fa capire che noi non siamo venuti a salvare qualcuno ma è il nostro essere qui con l' Altro che rende preziosa la nostra esperienza. 

La salvezza è salvarCI con l'Altro

Ma per farlo occorre levare tutti i pregiudizi/filtri che ognuno di noi ha.
... un po' come levare la vernice vecchia da una inferriata arrugginita.



 << Per incontrare davvero l'altro è necessario esser capaci di scrostare quella vernice indelebile con cui abbiamo dipinto i nostri sentimenti. >>

Antonello, Paola e Fabrizio

giovedì 2 agosto 2018

🇬🇪 Flashmob alternativo 🇬🇪

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.... Ci vorreppe Beppe che ci desse un la..un b, un c ( frase di Fabrizio)

Che cos'è il FLASHMOB Per il gruppo Georgia?

  • Gente che non si conosce 
  • Gente che si trova a chilometri di distanza
  • Gente che non parla la stessa lingua
  • Gente che non sente la musica  ( immaginate di sentire questa canzone
MA... 

Gente che balla in tempi diversi, in luoghi diversi, lo stesso ballo!
Date un'occhiata al video


Questo è solo il nostro piccolo contributo, con l'aiuto dei nostri amici georgiani,per la realizzazione di un flahmob video che possa farvi sorridere!
Noi stiamo condividendo il nostro viaggio!
#sharejourney

Antonello, Fabrizio e Paola
(Se il tag non dovesse funzionare, noi siamo il Cantiere Georgia 💪🏼🇬🇪)

mercoledì 1 agosto 2018

Bogovadja refugee camp_week 2

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Tornare a casa è un miscuglio tumultuoso di emozioni, immagini e pensieri.
Il tempo al campo ci ha donato nuove consapevolezze dettate dall'aver vissuto una situazione estrema e assolutamente fuori dalla nostra logica.
Forse, adesso, il rischio potrebbe essere quello di  chiuderci al mondo in cui viviamo perché troppo ingiusto ai nostri occhi. Invece non vogliamo rassegnarci al fatto che nulla possa cambiare o vivere nella disillusione del "per quanto mi possa impegnare le cose non possono migliorare grazie a me". Vogliamo che la rabbia del vedere negata una casa e una vita degna a migliaia di persone imprigionate in campi profughi si trasformi per noi in volontà di testimoniare, raccontare, dire la verità.
Desideriamo che la mancata possibilità di andare in una scuola aperta all'integrazione si trasformi in incoraggiamento ad educare i giovani di oggi alla bellezza dell'incontro, che la tristezza suscitata dalla storia di solitudine di V. diventi  un incentivo alla valorizzazione delle relazioni profonde che spesso diamo per scontate.
Vogliamo che il mettersi in viaggio con qualche sacchetto e nulla di più sia esempio per noi a cui sembra di non avere mai abbastanza, che l'attesa perenne in cui vivono i profughi nel campo di Bogovadja sia stimolo a sviluppare l'arte della pazienza quando la frenesia della nostra quotidianità tende a farci volete tutto e subito.
Vogliamo, ancora, che il dolore di chi vede costruire un muro invalicabile davanti al proprio futuro si trasformi per noi in impegno costante e implacabile nella difesa di un mondo che mai vede l'altro come ostacolo e sempre si propone di promuovere accoglienza e solidarietà.
Con forza e cuore vogliamo che la morte di una piccola bimba al campo sia un urlo capace di scuotere in profondità le coscienze di chi con troppa facilità trova nella vulnerabilità dei migranti un trampolino di lancio per accuse, razzismo e individuazione di un capro espiatorio.
La politica è troppo egoista quando pensa di risolvere i problemi di pochi. È insieme all'umanità che si va avanti.


Martina, Milena, Sofia, Matteo
(Serbia 1)

martedì 24 luglio 2018

Bogovadja refugee camp_Week 1

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«Il campo è come un magnete. Ti tiene sempre incatenato a sé. Per un po’ va bene ma poi diventa troppo. Io sono qui da nove mesi. Alcuni da un anno e mezzo, due anni. Sono impazziti. Io provo ad andarmene ma poi il magnete mi riattrae sempre indietro. Spero un giorno di voltargli finalmente le spalle così che questa calamita smetta di attrarmi»

Queste sono le parole sincere e dirette di N. (15 anni, Afghanistan). Le condividiamo sul pullmino che ci porta alla fermata del bus per Belgrado. Noi andremo a passare il weekend nella capitale serba, N. e tutti gli altri volti incontrati no, non possono. Un weekend fuoriporta, una nuova città europea da visitare, una cosa tanto banale quanto scontata per noi, abituati a prendere l’aereo e viaggiare in giro per l’Europa e per il mondo in totale libertà. Ci è sempre piaciuta tanto questa libertà. 
Adesso, invece, ne sentiamo tutto il peso.

Sabato rientreremo a casa, nelle nostre città. Quante persone che vivono nel campo vorrebbero salire sul nostro aereo e venire in Italia… Eppure, non hanno questa possibilità, questa libertà. La forza magnetica del campo è troppo forte. Se sei un profugo, l’unica possibilità che hai è rischiare ed andare al game sul confine. È un gioco: qualcuno vince, qualcuno perde. Tu speri di essere tra i più unici che rari, riuscire a varcare quella fottuta frontiera e vincere. Un gioco pericoloso, che mette a rischio la tua vita con un’altissima percentuale di “sconfitta”. Ne sei consapevole perché ci hai già provato quattro, cinque, infinite volte. E alla fine ritorni sempre qui, in questo posto che non è un inferno ma non è neanche un paradiso. È un limbo. Un nulla a metà fra la vita che hai lasciato nel tuo paese, fra le certezze che avevi costruito e conquistato, la gente che parla la tua lingua e coltiva le tue tradizioni e un futuro di cui non sai nulla, che puoi solo immaginare nell’attesa perenne che riempie le tue giornate. Forse, non vuoi neanche pensare al domani, forse l’unica cosa che ti permette di non impazzire è concentrarti sul qui ed ora. E noi quattro veniamo qui, condividiamo due settimane con te, pianifichiamo tutto momento per momento. Noi possiamo farlo (e forse non riusciamo a non farlo), a noi non pesa pensare al domani.

Siamo arrivati nel campo di Bogovadja con bagagli carichi di idee, proposte, materiali per cercare di dare un senso a questo tempo, accoglienza a queste persone. Eppure, siamo noi ad essere stati accolti da voi. Forse non è facile accettare la nostra presenza al campo. Invece ci avete accolti. Avete ascoltato le nostre proposte, avete risposto al nostro entusiasmo lasciandoci a bocca aperta. Ci aspettavamo di essere noi a dare, accogliere, insegnare qualcosa. In realtà, siete voi a sorprenderci e dare a noi molto di più. Ci lasciate tanto su cui riflettere: a casa inizierà la vera sfida dell’accogliere. Sarà allora che dovremo rielaborare tutte queste domande assordanti che ci stanno puntellando il cervello, che dovremo rispondere a questo senso di ingiustizia, di rancore che sta maturando in noi nello scoprire che un quindicenne che parla sette lingue non può andare a scuola perché non ci sono i soldi per pagare l’autobus, che una ragazza iraniana colta e laureata deve passare le sue giornate a giocare a pallavolo, che una famiglia con sette bambini non possiede neanche una valigia ed è costretta a trasportare le sue cose in sacchi per la spazzatura e che, ancora, un ragazzo palestinese non ha potuto mai vedere la sua terra d’origine e chissà se mai la vedrà. L’ingiustizia è tanta da nausearci e impedirci di dormire.

A tutti noi la scelta di non voltare la faccia da un’altra parte e di lasciarci trasformare dai padri, dalle madri, dai figli migranti che abbiamo incontrato: se cambiamo noi cambia anche il mondo.

Matteo, Martina, Milena, Sofia
(Serbia 1)

mercoledì 4 luglio 2018

UN MISMO SENTIR... Road to Cochabamba!

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Sulle note di questa splendida canzone abbiamo conosciuto Marianna, coordinatrice del cantiere 2018 in Bolivia, paese che accoglierà noi 4 cantieristi, nel mese di Agosto. Sin da subito la goliardia di Marianna è stata travolgente, aumentando così la nostra voglia e entusiasmo di partire. 
Siamo certi che Chiara non sarà da meno 😉


Grazie a questi due giorni “preparatori” di formazione residenziale, abbiamo avuto la possibilità di conoscere meglio la Bolivia e ri-scoprire le potenzialità di ognuno di noi e del gruppo.
Dietro ai tanti colori vivaci e alle musiche allegre di questo popolo, incontreremo realtà difficili con cui confrontarci: povertà, droga e corruzione. La voglia di incontrare la Bolivia è tanta! Positività, curiosità, spirito di adattamento, intraprendenza e spensieratezza saranno sicuramente nel nostro bagaglio.

Siamo molto diversi tra noi per età, esperienze e sesso (solo un maschio 😝) ma speriamo che queste differenze possano essere forza e sostegno:
  • L’instancabile e simpatico Gianluca, con i suoi capelli biondi e discreta altezza spiccherà tra i piccoli latinos;
  • La giovane e fresca Francesca con la sua sensibilità porterà momenti di riflessività e condivisione;
  • La raffinata Alba ci aiuterà ad immortalare preziosi momenti e a guidarci con la sua serenità;
  • Infine la ferma Giorgia con la sua affidabilità, riuscirà a tenere unito e stabile i gruppo.

Un mismo sentir, una misma meta, un mismo amor, vamos a ganar!!! 😎🤙👣

martedì 3 luglio 2018

All'arrembaggio PirHaiti!

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Abbiamo iniziato quest'avventura basandoci più sulla nostra curiosità che sulla nostra conoscenza, e in queste giornate, confrontandoci con chi prima di noi ha vissuto la realtà di Haiti, siamo diventati ancora più certi della scelta compiuta.

All'arrembaggio PirHaiti!

sabato 30 giugno 2018

Chisinau-Sarajevo

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L’inizio vero e proprio del viaggio è rappresentato dalla preparazione dello zaino, è il momento in cui ti trovi a decidere che cosa portare, cosa lasciare, cosa reputare indispensabile e cosa superfluo. E mentre si consuma il rituale del bagaglio si materializzano le aspettative, le paure e l’attesa per la partenza diventa quasi insopportabile. La meta è certa, è Sarajevo, il tragitto quindi Chisinau-Vienna-Sarajevo.

Non parto sola, i compagni di viaggio sono piuttosto insoliti, otto adolescenti moldavi provenienti da Chisinau (capitale della Repubblica Moldova) e dai villaggi limitrofi. Sono i volontari dell’associazione in cui lavoro, volontari che nel corso dei mesi si sono fatti il mazzo con dedizione e devozione, al punto che spesso con la collega di servizio civile ci siamo trovate a sollecitarli  ad andare a casa alla fine delle attività, accompagnandoli letteralmente alla porta. Il viaggio  per i volontari è il  riconoscimento per l’impegno dimostrato nel corso dei mesi, per alcuni nel corso degli anni, per l’associazione significa dare loro l’opportunità di uscire dal paese, prendere un aereo per la prima volta, fare una vacanza e vivere un’ esperienza di incontro. 
È capovolgere il paradigma per cui “l’estero”, “l’altrove” non sono solo mete di emigrazione ma anche di scambio e riscoperta.




La meta è certa, Sarajevo, non un luogo a caso, non un luogo di facile lettura, luogo di fratture  e suture. La partenza è già di per sé evento, il piccolo aeroporto di Chisinau con un sottofondo di lavori in corso ci congeda assieme al saluto dei genitori con il vestito buono ed il selfie di gruppo d’ordinanza.

Sarajevo ci accoglie con un freddo inaspettato e una pioggerellina sottile, sembra autunno. I ragazzi sono colti di sorpresa dal canto del Muezzin, per tutti è la prima volta e chiedono immediatamente spiegazioni, è un inizio in media res. L’intreccio di culture e di storia li investe e da subito iniziano a capire la complessità e la bellezza della terra che li ospita, le informazioni della formazione pre-partenza prendono forma, consistenza ed assumono colori, volti e storie. A traghettarci in questa scoperta sono i ragazzi dell’associazione bosniaca “Youth for peace”, ragazzi di confessioni religiose e gruppi etnici diversi che assieme svolgono attività di volontariato promuovendo il dialogo interreligioso in un’ottica di riconciliazione. Sono tante le emozioni che in questi primi giorni ci coinvolgono, il War Childhoodmuseum ci colpisce dritti allo stomaco, tocca le nostre corde più deboli ed ancora una volta ci mette di fronte alla storia di questa terra.
Il museo è una raccolta di giochi, portafortuna e ricordi dei bambini cresciuti durante la guerra in Bosnia, ci sono un peluche, un abbecedario,un portapenne, involucri di cioccolato, gli oggetti parlano attraverso una didascalia, sono le esperienze e le storie dei piccoli proprietari… Il primo oggetto in mostra è però il cappottino di una bimba siriana è di panno verde e la taglia è piccola, molto piccola.  Allargo lo sguardo ai miei otto compagni di viaggio e li vedo commuoversi,all’uscita del museo ci  scambiamo le impressioni e le sensazioni e mi sembrano diversi da quegli otto che al mattino chiedevano insistentemente di connettere Justin Bieber e Ed Sheeran al cavetto della “Volkswagen Combi”.



La fedele “Combi”ci accompagna tra le strade di Sarajevo, è un saliscendi non indifferente, saliamo fino al monte Trebevic (postazione di lancio dei colpi di mortaio durante l’assedio) per poi scendere verso la città. I cellulari dei ragazzi sembrano impazziti, c’è un’altra prima volta o quasi da immortalare, le montagne. Il numero di scatti è impressionante, le foto vengono inviate la sera alle famiglie che aspettano la cronaca della giornata. Il nostro viaggio assume una dimensione collettiva, la nostra esperienza raggiunge i villaggi della Moldova e i luoghi della diaspora moldava, ci sentiamo a metà tra Neil Armstrong e il carosello serale. I genitori e i nonni rimasti in Moldova sono parte del viaggio, è un racconto intergenerazionale.

I volontari di “Youth for Peace”, ci prendono e per mano e con loro visitiamo la Gazi- Husrev- beg Mosque, è un’altra prima volta emozionante, di quelle che ti spiazzano, le pareti dipinte, la quiete e il tono gioviale dell’imam, leggo negli occhi dei ragazzi una sensazione di spaesamento, non è quello che si aspettavano, l’incontro non corrisponde all’immaginario. A rendere il tutto più surreale è Emina, indossa un paio di Stan Smith bianche, dei jeans a sigaretta e una t-shirt  con la stampa “I’m a vegeterian”, ci spiega della sua religione, è una di turbomuslim (mussulmana praticante) femminista e vegetariana, è un ossimoro in carne ed ossa, parla a mitraglia e non riusciamo a staccarle gli occhi di dosso. Ci guarda dritta negli occhi consapevole di tutti i nostri pregiudizi, sorride e risponde a mitraglia a tutte le nostre domande, metà delle quali inopportune; siamo curiosi, ascoltiamo disorientati e ancora una volta ci ritroviamo un po’ cambiati.

Attraversiamo Sarajevo, dalla parte ottomana a quella Austro-ungarica, siamo lenti, molto lenti guardiamo le vetrine, ci sono le catene dei negozi di abbigliamento, oltrepassiamo Mango, più avanti c’è Zara, sorrido tra me e me..sembriamo dei campagnoli. 
È  tempo di un’altra prima volta la cattedrale cattolica e la sinagoga. 


Per tre pomeriggi di fila siamo impegnanti con la distribuzione dei pasti ai migranti accampati in Stazione centrale (da Gennaio infatti si è riaperta la rotta balcanica questa volta passa dalla Bosnia), ci sono anche dei bambini. I ragazzi si infilano i guanti ed assieme ad altri volontari si danno da fare, ascoltano le indicazioni dei volontari più esperti ed iniziano a consegnare i pasti. Alcuni di loro parlano inglese e comunicano con le persone in coda. Alla fine del servizio A.e J. mi raccontano che hanno fatto amicizia con alcuni ragazzi afgani, mi raccontano la storia di queste persone e sono molto provati,  né A e J né i ragazzi afgani parlano inglese e non riesco a capire in quale lingua possano essersi parlati «Abbiamo parlato in russo! »mi dicono candidamente. 


Li guardo e sono due diciassettenni provenienti dalla Moldova  e due ragazzi afgani che si raccontano e scambiano informazioni in russo di fronte alla stazione dei treni di Sarajevo.
Saliamo nella nostra Combi, piove e concedo senza fiatare il cavetto per la musica, posso senza dubbio sopportare un’altra compilation di Ed Sheeran.

venerdì 22 giugno 2018

NOROC!

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Diario di Bordo
Giorno 0: 17/06/18

Siamo giunti al termine della nostra formazione e l'ora di fare le valigie è quasi arrivata.
Ci siamo conosciuti più approfonditamente e abbiamo incontrato le nostre coordinatrici Faustina e Lisa, che ci hanno conquistato fin da subito con la loro simpatia e disponibilità.
Siamo molto carichi ed entusiasti per ciò che ci aspetta. Partiamo con l'aspettativa di non avere aspettative, per un paese così vicino e allo stesso tempo così lontano.
Salpiamo sospendendo il giudizio verso una realtà che non conosciamo, pronti a lasciarci coinvolgere dalla Moldova e a vivere a pieno l'esperienza.
Non vediamo l'ora di conoscere gli altri compagni di viaggio con cui creare spirito di gruppo, affidandoci gli uni agli altri, lasciandoci andare e mettendo in gioco tutto noi stessi.
A questo punto non resta che salutarci...to be continued
NOROC! 

Gruppo Moldova: Sonia, Valeria, Lidia, Elisa ed Emanuele

giovedì 21 giugno 2018

Georgia: segue film

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"Buongiorno, se il tag non dovesse funzionare, questo è il gruppo Georgia (3 cantieristi+ 2 coordinatori) come faranno a fare il post il gruppo Serbia che sono trenta persone?


Dopo questi due giorni intensi di formazione pre,-partenza, nonostante il video allegato, le nostre aspettative sulle due settimane di campo sono notevolmente cresciute, ma non lo diremo a voce a nessuno così da non far litigare il coordinatore con la moglie, che si eran messi d'accordo per smorzare i toni.

Si capisce quello che stiamo dicendo?
Abbiamo eviscerato i dubbi e le paure di ciascuno dei cantieristi col Bereppe (non è un refuso, ma un coordinatore si chiama BERetta giusEPPE, e lo stiamo scrivendo nel post per ricordarcelo anche noi) e ora pensiamo (mettiamola sul dubbioso) di essere molto più consapevoli dell'ambiente che troveremo.

Segue video

(Paola in realtà non è Paola, ma è Elisa col cartellone di Paola, perché non c'era.. Paola. Si capisce, giusto?).

Segue video.
La scenetta che abbiamo realizzato è stata tagliata e rimaneggiata perché purtroppo non abbiam trovato un canotto e una canna da pesca.

Lo postiamo così, senza rileggerlo. Ciao. Segue video.

No, però lo rileggiamo solo per correggere gli errori...Fatto.
Segue video."


[p.s. il video è sottotitolato: basta schisciare il tasto su iutub]
[p.s.s.p: gli errori di battitura dei sottotitoli li abbiamo lasciati]


Prossima Fermata: Nairobi

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Milano, 17 giugno 2018

Giorno 0: Pronti, partenza, via!

Oggi è il giorno che stavamo aspettando e la nostra grande nave Pamoja è finalmente in (aero)porto. Tutto è pronto per il viaggio. Forse c'è il sole, o forse no...è difficile scorgerlo dall'oblò.
Il mare sembra in burrasca, ma siamo certi che arriveremo alla meta. 
Con il nostro equipaggio, metterci in mare non fa più paura. I nostri capitani, Alice e Giacomo, ci hanno aiutato a preparare il necessario e sono pronti a fare ed essere tutto ciò di cui ci sarà bisogno: timonieri, guide, psicologi, medici...saranno perfino pronti a cedere la doccia e il bagno!
Ognuno di noi altri 8 porta qualcosa di suo, e anche se sembriamo messi insieme senza un criterio, siamo fiduciosi di riuscire a funzionare bene come squadra:

  • Camilla - La marinaia curiosa
  • Elisa - Il bardo di bordo
  • Enrico - Il semplice mozzo
  • Francesca - La cambusiera sorridente
  • GiuliaM - La giocoliera e fotografa di bordo
  • GiuliaV - La carpentiera 
  • Sara - La giullare di bordo
  • Silvia - La cuoca tuttofare

Abbiamo caricato sul ponte anche i topi da slitta, perché non possono mancare in caso di necessità. 
Nella stiva abbiamo stipato tutti gli oggetti che non possono rimanere in Italia: la chitarra, l'ukulele, (Enrico ricordati il passaporto!), sapone di Marsiglia in gran quantità, Pussa Via Zanzara! e viveri, acqua e altri "rimedi" per sopravvivere alla traversata.

E dato che questo viaggio non è come tutte le altre partenze, non possono mancare in stiva anche il bagaglio delle proprie esperienze passate, accompagnate da ascolto reciproco e collaborazione tra i membri del gruppo, dalla comprensione, dalla voglia di mettersi in gioco e dalla pazienza di sapersi imperfetti accettando l'imperfezione altrui; e, ancora, troviamo un angolino della nave in cui far spazio alla sincerità e alla solidarietà che servono per essere punti di riferimento e di appoggio per tutti gli altri membri dell'equipaggio. 

In questo giorno che speriamo essere di sole (ma potrebbero esserci le nuvole, vi giuriamo che non si capisce dal tavolo attorno cui siamo seduti intenti a mettere giù questi pensieri), abbiamo iniziato a spiegare le vele, al grido di PAMOJA SI PUÒ! 
Il viaggio vero sarà lungo (quasi 11 ore), ma siamo pronti. E abbiamo davvero, davvero voglia di partire.

Non ha senso aggiungere altro, per ora. Questo diario, come questo viaggio, è appena all'inizio.

Cantiere Nairobi


Hebu twende pamoja