lunedì 25 dicembre 2017

Kenya: Buon Natale a tutti, davvero

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Buon Natale a tutti, davvero.

Buon Natale a Simon, che passerà il suo 15esimo compleanno a giocare a pallone tra le mura di un carcere minorile. Buon Natale al commerciante del negozio di telefoni che ha scoperto Simon con le mani nel sacco, che lo ha chiuso in uno stanzino fino all’arrivo della polizia. Buon Natale alla folla inferocita che si è divertita a pestarlo per rendergli meno noiosa l’attesa delle manette; a pestarlo con le stesse mani che oggi usano per scambiarsi la pace in chiese fatiscenti ma vive, in comunità povere ma gioiose. Buon Natale al giudice che tra una settimana dovrà emettere la sentenza sul caso di Simon.

Buon Natale al padre di Simon, ovunque egli sia. Chissà com’è non aver mai potuto conoscere il proprio padre e non averne mai sentito la voce ed i rimproveri. Chissà come dev’essere continuarsi a chiedere, come fa continuamente Simon, quali siano le ragioni che possano aver spinto suo padre a svanire nel nulla. Buon Natale alla madre di Simon, rimasta sola a prendersi cura di 9 bambini, un compito che da qualche parte può risultare difficile, mentre in una baraccopoli a volte si rivela davvero impossibile. Buon Natale a tutti gli 8 fratelli di Simon, 4 sorelle e 4 fratelli, tutti quanti più grandi di lui, nessuno che vive con la madre. Bambini e ragazzi randagi.

Buon Natale ai compagni di camerata di Simon, perché ne abbiano se non pietà almeno rispetto, che non approfittino delle sue debolezze, del suo essere piccolo, del suo essere fragile. Buon Natale alle guardie della prigione, perché se ne prendano cura, perché siano per lui la famiglia che non ha mai potuto avere.

Buon natale perché in fondo è un augurio che si meritano un po’ tutti, davvero, persino Babbo Natale. Rivolgo un enorme augurio di Buon Natale anche lui, convinto come sono che quest’anno, in questa santa notte, abbia trovato il tempo di bussare in case senza porta, di far battere cuori senza speranza, di portare finalmente il Natale dove la calda voce di Bublè non riesce ad arrivare.

Buon Natale a Simon in particolare, e alle decine di centinaia di migliaia di Simon sparsi per il mondo. Buon Natale a Simon anche se oggi sul campo saremo avversari, prigionieri della YCTC contro ex-prigionieri di Cafasso. Sperando prima che il giudice, a cui auguro di nuovo Buon Natale e buon appetito, abbia pietà di lui. E poi sperando di poterci giocare di nuovo, con Simon, ma nella stessa squadra. Perché a Cafasso si può essere famiglia, e una famiglia è quello di cui un ragazzo di 15 anni ha bisogno. Nel caso, ti aspettiamo.

Buon Natale alla mia di famiglia, ai miei amici, ai miei nemici, tutti così lontani ma alcuni davvero molto vicini. Buon Natale perché probabilmente non ve l’ho mai detto. Buon Natale proprio perché a me non è mai piaciuto. Questa volta ho deciso di scriverla a tutti voi la letterina, e non a Babbo Natale. Perché se mi riesce difficile credere a lui, trovo molto più facile credere in voi.

a presto,
Giacomo Centonze

domenica 24 dicembre 2017

Le decorazioni di Natale

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Ho sempre trovato strano festeggiare il Natale con il sole, in Italia. Figuratevi qui! 
Chiudete gli occhi e provate ad immaginare di trovarvi davanti all'albero di Natale il 25 agosto. Ecco, l'effetto iniziale è un po' questo …
In realtà la cosa bella è che ... Natale è Natale dappertutto! 

A dire il vero, però, di questo natale africano vorrei raccontarvi qualcosa di più! Vorrei raccontarvi cosa vede e vive il mio cuore. E vorrei farlo a partire da una frase di Martin. 
Martin non è una persona qualunque. Mi sorprende chiamarlo per nome, amichevolmente. Perché Martin Kivuva è l'Arcivescovo di Mombasa. Un tipo senza dubbio carismatico, pragmatico, attento e intelligente. Con lui abbiamo condiviso diversi momenti pre-natalizi di festa. Eppure, non dimenticherò facilmente una sua frase, pronunciata ad un grande evento, davanti ad un folla silenziosamente attenta (non era mica così pochi minuti prima, quando uno strambo vescovo evangelico faceva il suo show sul palco). Il nostro vescovo, dopo aver pregato, ha fatto un discorso semplice, commovente e intenso. Ad un certo punto ha detto: LE DECORAZIONI DI NATALE SIETE VOI! 

Ma ci pensate?! Come cambia il Natale se al posto di curarci solo di fiocchi, palline e addobbi luccicanti, impariamo a lasciare da parte il materialismo per goderci la vera gioia del Natale. Le decorazioni di Natale siamo noi?! Come è possibile?! Perché!?

Le decorazioni di Natale siamo noi. Bianchi, neri, cattolici e non, italiani, keniani: le decorazioni sono tutte le persone che incontriamo. Perché con la nostra presenza adorniamo la vita del mondo. 
Le decorazioni di Natale sono i bambini dei rescue centers di Mombasa che cantano in coro davanti all'albero di Natale illuminato. Perché con la loro presenza testimoniano che la speranza di vivere in armonia non è vana.
Le decorazioni di Natale sono anche gli uomini che, a piedi nudi, di corsa, spingono o trascinano i caretti, colmi di sacchi o carichi di tank d’acqua, in mezzo al traffico mattutino. Perché con il loro lavoro quotidiano sono segno di forza e tenacia. 
Le decorazioni di Natale sono le mani dei bambini che ti cercano quando cammini nei quartieri più popolari, solo per stupore e curiosità di vedere un “musungu" inoltrarsi sulle loro stesse strade. Perché con la loro presenza regalano saluti e sorrisi di tenerezza che comunicano tutta l’ingenuità e la purezza dei più piccoli.
Le decorazioni di Natale sono i colleghi di Caritas Mombasa, che iniziano ad averti davvero a cuore e ti insegnano qualche parola in kiswahili così che tu possa sentirti a casa e far capire agli altri che non sei un turista qualsiasi. Perché con la loro presenza rendono il cammino più sereno e sicuro, ricordandoci che è possibile vivere da fratelli e amici veri con gli tutti gli esseri umani. 
Le decorazioni di Natale sono i bambini del Mahali Pa Usalama che saltano di gioia quando arriva il bus che li porta in piscina, per una giornata di festa eccezionale - come succede ogni volta che varchiamo il cancello del centro per trascorrere una giornata con loro. Perché con la loro presenza, ogni giorno, ad ogni istante, ti ricordano quanto il nostro cuore ha bisogno di sentirsi amato.
Le decorazioni di Natale sono i nuovi amici che ti accompagnano in Old Town per non farti andar da sola - come Virginia, (forse) l'unica donna driver di un tuk tuk, che ci porta a far shopping e a fine giornata ci regala il braccialetto del Kenya; o come Ian, un giovane cattolico, molto impegnato in parrocchia, che passa un'intera giornata con noi a Fort Jesus e poi ci accoglie in casa sua, dove sua mamma ci attende per offrirci una soda. Perché con la loro presenza sono segno di un’amicizia possibile e di un’accoglienza straordinaria e inaspettata, che non bada a spese!
Le decorazioni di Natale sono i canti durante la messa, sempre belli, partecipati e intonati. Perché con il loro ritmo fanno sempre vibrare il cuore. 
Le decorazioni di Natale, qui, sono anche i matatu colorati, ognuno con il suo stile, tutti con la musica che risuona ad alto volume, che circolano sulle strade. Perché son sempre pronti per portarti a destinazione e rendono variopinta la città.
Le decorazioni di Natale sono, senza dubbio, i nuovi cestiti spuntati sulle strade di Nyali - davanti ai quali ti sorprendi e inizi a credere che davvero la gente potrebbe imparare a non buttare in giro qualsiasi cosa, così che le strade non siano più coperte da plastica e spazzatura. Perché ti fanno respirare aria di cambiamento e speranza per il futuro. 
Le decorazioni di Natale, allora, sono anche tutte le cose che non vorresti vedere: come la strada che dalla parrocchia di Kongowea porta a casa del nostro amico (che poi è una delle tante), tutta coperta di bottiglie, sacchetti, rifiuti e immondizia di ogni genere, che ormai sembrano aver trovato il loro posto e son un tutt’uno con la polvere che ricopre le superfici. O ancora, come i bambini che spingono la mamma in carrozzina, le (troppe) persone senza arti che chiedono l’elemosina in città, i ragazzi vestiti di stracci sdraiati per strada, i bambini che ti chiedono cibo appena fuori dal supermercato e quelli che si portano in giro la tanica in cerca d’acqua. Perché semplicemente ci sono, ti interpellano, suscitano domande e ti danno l’opportunità di diventare più responsabile nel tuo stile di vita. 

Le decorazioni di Natale sono loro: uomini, donne, giovani, adulti, bambini, suore, preti, mamme, padri, orfani. Gente semplice e accogliente che è curiosa di vederti, ti chiede da dove vieni e come ti chiami, e sempre si dice disponibile e pronta a condividere con te momenti di vita quotidiana, ti invita a casa o spera di rivederti. Gente che vive con "poco", ma ne gode come fosse molto. Gente che forse non avrei mai incontrato e nemmeno immaginato, se non avessi avuto l’opportunità di esser qui. Gente che ogni giorno si impegna a vivere. Gente che ogni giorno può insegnarci a vivere. 

Spesso il Natale per noi diventa altro. È facile dimenticare che Natale in realtà è condivisione fraterna, è ritrovarsi insieme per vivere in armonia, è semplicemente gioia. È facile dimenticare che il Natale ci richiama alla povertà, perché anche Dio ha scelto di farsi piccolo e nascere in una mangiatoia, non in un gran hotel a cinque stelle. È facile dimenticare che il Natale non è frenesia, perché la fretta non è benedizione (come dicono qui: "haraka haraka hakuna baraka"): Gesù nasce e tutto si ferma, perché tutti accorrono a Lui, con il meglio che hanno. È facile dimenticare che il Natale non è sperperare, ma ritrovare l’essenziale. 

Qui, tutto quel che c'è non è scontato: per ogni cosa sempre si ringrazia e si prega, grati a Dio per tutto ciò che si ha. Qui, se dici che torni a casa, in Italia, tutti ti dicono "say hi to your parents" e ti augurano un "safe jorney": perché l'attenzione all'altro è profonda e pura. Qui a Natale l'importante non è aver regali da scartare, ma andare a messa (sempre indossando il vestito migliore) per celebrare il Natale, cioè la vita. Qui, anche l'acqua e la luce, la famiglia, i vestiti puliti, il cibo quotidiano non sono scontati: se ne puoi godere, non li sprechi, ne hai cura, ne sei profondamente grato. 

Allora, cari amici a casa, vorrei augurarvi di ritrovare il Natale. Vorrei augurarvi di far festa, a Natale, grati per tutto quel di cui potete godere. Vorrei augurarvi di far festa, a Natale, con la gioia di chi si sorprende di esser circondato di bene e amore. Vorrei augurarvi che il Natale sia festa, non un solo giorno, ma tutto l'anno, nella semplicità della vita quotidiana. Sia Natale sempre! E, voi, abbiate cura di essere le decorazioni di Natale che illuminano le giornate dei vostri cari e delle persone che incontrate. Siate decorazioni di Natale: rendete belle le vostre vite, adornate il mondo! 

Buon Natale,
Greta

venerdì 22 dicembre 2017

Contraddizioni

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Beirut è piena di contraddizioni. Non c’è parola che riassuma meglio la prima impressione che questa città trasmette quando ti trovi di punto in bianco immerso nelle sue vie, così simili e al tempo stesso così diverse da ciò a cui il nostro occhio occidentale è normalmente abituato. Contraddittorie sono un po’ tutte le città moderne, spazio per eccellenza dell’incontro tra ricchezza e povertà, luogo dove milioni di individui di diversa provenienza ed estrazione sociale si trovano a convivere lato a lato, dove miriadi di storie individuali e collettive si incrociano, e le differenze balzano subito all'occhio, colpiscono, lasciano spiazzati. Eppure a Beirut, città uscita da quindici anni di guerra civile e da diverse invasioni straniere, l’ultima avvenuta solo una decina di anni fa, queste contraddizioni appaiono elevate all'ennesima potenza,  i contrasti emergono ovunque: tra gli edifici che riempiono la città, tra i mezzi e le persone che la popolano, negli spazi che la compongono, tra la città e la geografia circostante.







Grattacieli altissimi ed edifici moderni disegnano il profilo della città. Eppure, spesso essi sorgono al lato di edifici vecchi e malandati, a volte a pochi passi da case diroccate, alcune delle quali portano ancora i segni di proiettile lasciati dagli anni di guerra. Passeggiando per le sue vie, ci si imbatte spesso in case abbandonate o inagibili, eppure in tutta la città si continua a costruire edifici nuovi, le gru si innalzano al cielo, segnando gli scorci che questa città regala.














Nei quartieri più ricchi locali alla moda in stile occidentale riempiono le strade. A Mar Mikhael, zona di Beirut famosa per la movida notturna, decine di locali ben curati ed arredati con gusto – molto hipster – offrono cibi e bevande di tutti i tipi. Gli interni ordinati e raffinatamente curati nei particolari urtano però con l’ambiente esterno, spesso trasandato e lasciato all'incuria. I marciapiedi sono frequentemente sconnessi e tappezzati di escrementi dei cani portati a passeggio, i bidoni dell’immondizia sistemati lungo la strada in maniera approssimativa, i rifiuti abbandonati per strada. Soprattutto, migliaia di fili elettrici tirati da una casa all'altra ricoprono le strade ed i vicoli, si ingarbugliano attorno ai pali della luce senza apparente logica.





Nei bar e nei pub di Hamra, altra zona famosa per i suoi locali, la gente beve e si diverte, mentre sui marciapiedi circostanti donne siriane circondate da tanti figli, alcuni neonati, fanno l’elemosina, i bambini più grandicelli ti rincorrono, chiedendoti di comprar loro un gelato o qualche caramella. Le strade della città sono percorse da SUV nuovi ed ingombranti – come altrove, la dimensione della macchina sembra un modo per ribadire il proprio status sociale – e da macchine sportive, truccate e rumorose.  I motori potenti e le dimensioni ingombranti delle macchine sembrano però alquanto superflui e poco funzionali, in una città le cui le strade interne sono strette e fittamente parcheggiate e quelle principali sono sempre intasate dal traffico, in cui rimanere imbottigliati è la norma. Nelle stesse strade in cui questi macchinoni cercano di muoversi è possibile incontrare carretti trainati a mano, persone che vendono grano turco bollito ed altri cibi economici, o altri baracchini mobili dove puoi comprare un caffè turco a mille lire (poco più di 50 centesimi di euro). Lo stesso caffè, se comprato nel centro commerciale di Ashrafiyyeh, una delle zone più benestanti della città, può costare cinque o sei volte tanto. I prezzi oscillano in alto e in basso a seconda del quartiere, ed anche la geografia urbana cambia con essi. Esempio lampante è il centro città, completamente diverso dai quartieri limitrofi. Interamente ricostruito dopo la guerra, avrebbe poco da invidiare ai centri storici di tante città europee, con i suoi portici e i suoi edifici eleganti in pietra giallo sabbia. Ma, a causa della speculazione edilizia che ha accompagnato la ricostruzione ed il conseguente aumento dei prezzi, il centro appare oggi desolato, quasi fantasma: le persone che camminano per le sue vie si contano sulle dita di una mano, molti dei negozi e dei bar che dovrebbero animare i suoi portici sono chiusi in attesa di un proprietario, le vetrine impolverate e gli interni lasciati all'incuria. Malgrado le poche persone, le strade sono strettamente sorvegliate da numerosi militari, che camminano fiaccamente per le vie semi deserte.











D'altronde, l’esercito è la manifestazione più tangibile dello Stato libanese, che appare allo stesso tempo estremamente presente ed estremamente assente. Presente nei posti di blocco, nei numerosi militari armati che si incrociano per le strade, nei mezzi blindati che si trovano in giro, come il carrarmato piazzato in mezzo alla rotonda di Daura. Presente anche nella sua forma simbolica: le bandiere con il cedro si vedono ovunque, alcune sventolano enormi come quella in piazza Sassine, una più piccola si muove sui faraglioni di Rauche. Ma assente nella dimensione dei servizi offerti al cittadino, visti il costo altissimo del sistema sanitario, le carenze nella fornitura di elettricità ed acqua, i limiti dei trasporti pubblici. 








Infine, i contrasti sembrano innati persino nella morfologia nel territorio in cui Beirut sorge. Essa è infatti adagiata sul mare ma circondata dalle montagne, basta poco più di mezz'ora di macchina per passare da zero a mille metri, dalle spiagge alle foreste di conifere. Montagne che, a differenza di quelle a cui i nostri occhi sono normalmente abituati, sono però fittamente costruite e popolate, di notte si accendono e migliaia di puntini gialli le illuminano.






Tutte queste sono solo alcune delle contraddizioni racchiuse in Beirut,  città che offre tanto ma pretende tanto, che tanti amano e tanti detestano. Quanto a me, per il momento mi mantengo neutrale, cerco di divincolarmi nel traffico, esploro a piedi la città per tentar di comprenderla. Tra qualche mese, saprò dire a quale dei due gruppi appartengo.

martedì 12 dicembre 2017

Kenya: Un servizio a puntate (#1)

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Infilo la mano sotto al letto, afferro la zanzariera e la sfilo con un rapido movimento del braccio. Ho dormito più di 8 ore senza mai svegliarmi, il materasso è davvero troppo comodo. Mi insapono le mani, le sfrego energicamente, mi lavo la faccia e la situazione inizia a migliorare. Prima di andare mi guardo negli occhi di sfuggita, con fare distratto, ma fotografo in testa il riflesso vivo di me che lo specchio mi regala. Indeciso tra l’ingerire o l’espellere, opto per la seconda per ragioni più d’urgenza che di spazio. Metto la musica, alta, spinta, un po’ per svegliarmi e un po’ per concedermi della privacy. Poi però è il turno delle uova strapazzate, del pane scaldato al forno e del tè con il latte. Latte che potrebbe rivelarsi nella sua subdola veste di arma a doppio taglio, ma che riesco elegantemente e virilmente a controllare uscendo di casa con lo zaino alle spalle. Nell’uscire io e Alice ci affacciamo su una viuzza cieca, utile soltanto a noi e agli abitanti dei due stabili che affiancano la nostra casa, palazzine tendenti ad essere quello che noi intendiamo per condominio. Svoltando a destra imbocchiamo la strada che poi si collegherà all’arteria principale, l’unica asfaltata, che attraversa Kahawa West.

Ma all’arteria principale bisogna arrivarci: incrociamo prima lo spiazzo, ancora vuoto, che conduce alla parrocchia di St. Joseph Mukasa; ai bordi delle strade mucchi di spazzatura vengono dati alle fiamme, l’odore è quasi meno fastidioso del fumo nero che investe chiunque debba passare per la via; a dividersi lo spazio tra una cancellata e l’altra si alternano obbligati più negozi, diciamo baracchini, angusti spazi incavi ricavati tra le mura che costeggiano la via; prima della curva una manciata di persone è china su decine di sacchi della spazzatura, divelti per recuperarne il recuperabile; il via vai di persone è abbastanza frenetico, ma per ora si cammina abbastanza comodi, il passo è svelto perché ormai abbiamo calcolato e preparato il percorso con fantozziana precisione. Coi passanti il rapporto è di odio e amore, gli sguardi si incrociano fugaci, ci sentiamo osservati, qualcuno saluta e noi ricambiamo contenti. Sbuchiamo agili fuori dalla via, quando arrivati a questo punto potremmo continuare sulla via principale, la Kahawa Station Road. Invece l’esperienza ci ha insegnato che è meglio, poco prima, infilarsi a capofitto tra le corsie che sfilano in mezzo ai banconi arroccati del mercato che costeggia la strada: arrabattate ma solide strutture in legno piene di frutta e verdura, di scarpe, magliette e pantaloni, di pile di carbone e di qualsiasi altra cosa possa venirvi in mente. Persino televisori. La mattina, poi, all’ora in cui passiamo noi, questi vicoli sono incredibilmente abbastanza liberi, incrociamo soltanto gli ambulanti che con un fascio di saggina spazzano davanti alla propria bancarella. Tutto attorno a noi il rumore è quello rombante dei matatu che sfrecciano nella strada affianco, quello più caldo e umano delle grida dei buttadentro, quello dei gemiti sofferti delle galline stipate in minuscole graticole di fil di ferro. 

L’odore è quello della terra che ti entra in bocca, negli occhi e nel naso, quello del porridge e del chai che gli ambulanti stanno cucinando in fornelletti a carbone, quello delle pannocchie grigliate sino a diventare nere, così come quello rancido di pattumiera bruciata in ogni dove. Usciti dal mercato occorre costeggiare la strada dribblando matatu parcheggiati e non, schivando e rifiutando inviti più o meno cortesi a salirvici. L’asfalto della Kahawa Station Road è rovinato a dir poco, assente in più punti, e costringe macchine, motociclette e bus a gincane azzardate. Occorre attraversare, cosa che alle volte richiede anche un minuto intero quando il traffico è intenso, nonostante la strada sia soltanto a due corsie. Concetto di corsia che sto cominciando a rielaborare. Ora ci troviamo sul lato destro della strada, camminiamo attorno ad enormi buche piene d’acqua e pantani di fango interminabili. Eppure Kahawa di questo sembra vivere, da questo sembra trarre l’energia magnetica che, sprigionandosi, mi costringe a tenere alto lo sguardo. Entrambi i lati della strada sono un crogiuolo di insegne e scritte colorate o luminose. Un numero impressionante di macchine aspetta in autolavaggi decisamente rustici, mentre gli internet point sono già pieni a quest’ora. 

Arriviamo davanti ad uno degli ingressi secondari di Kamiti, il quartiere carcerario dove svolgiamo il nostro servizio, ma qui per ora mi fermo, perché qui inizia un’altra storia. Mi accorgo che un valore inestimabile non l’hanno soltanto le persone, ma anche i luoghi, persino quelli tanto diversi da sembrare troppo brutti o troppo belli. Penso a Legnano, alla mia via Torino, a quanto ci tengo e a quanto mi potrà mancare durante quest’anno. Poi mi giro e riguardo Kahawa West. Poi un flash mi fa sorridere, rivedo il riflesso dei miei occhi nello specchio: la mattina mi sveglio con gli occhi stanchi, ma con lo sguardo veramente felice.

a presto,

Giacomo Centonze

sabato 9 dicembre 2017

Kenya: imporsi, sbagliando, di non piangere

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Quando sono uscito dalla stanza per andarlo a chiamare, credevo di sapere bene a cosa stessi per andare incontro. Credevo di trovarlo dove l’avevo visto qualche minuto prima, mentre chiamavo altri ragazzi per alcuni colloqui individuali: invece di fianco alle mucche, chino a sminuzzare l’erba da dare in pasto a queste, c’era soltanto N. Stupido io, a non averlo immaginato subito ai fornelli, era quasi ora di pranzo. Gli dico che dobbiamo parlargli, di venire con me in cappella. Si alza, mi segue, mi chiede il permesso di andarsi prima a pulire. Lo aspetto un paio di minuti, mentre parlo con C. Poi finalmente mi raggiunge, entra dopo di me nella stanza e chiude dietro di sé la porta. Ha gli occhi gonfi ma asciutti, mentre fiumi di parole davvero pesanti gli si riversano addosso ininterrotti. La posa è dritta, ferma, fiera, ma al tempo estremamente debole, arrendevole, sottomessa. Le mani avanti a sé, poggiate sul tavolo, con le dita che intrecciano quello che credo per lui sia l’equivalente di un muro, eretto inconsapevolmente a propria difesa. I piedi scalzi, tozzi, si sfregano tra loro all’altezza delle caviglie. Dalle ginocchia in giù ha ancora addosso dei rimasugli di fango, quelli che non gli è riuscito di rimuovere con la sommaria pulizia che si è auto-imposto. Gli zigomi, duri e pronunciati, delineano in modo grezzo ma deciso il volto di un ragazzo dall’età incerta, uno di quelli a cui daresti a volte quindici anni ed altre venti. 

Mentre J gli parla, non sembra capire esattamente dove voglia arrivare. Sa di aver sbagliato, lo ammette più volte, e continua a negare ogni coinvolgimento di altre persone. Li chiama “gentlemen”. Quando viveva in strada, a Nairobi, stava in una di quelle gang di cui tanto sentiamo parlare. Prima di Cafasso, già in prigione, era per tutti un caso perso, che mai sarebbe resistito in un posto come questo. Perché a Cafasso si è liberi, sì, ma ci sono delle regole molto precise. Ed è proprio grazie a quelle regole che a Cafasso si può essere veramente e finalmente liberi. Sono queste alcune delle argomentazioni con cui J cerca di far leva su di lui, questo ragazzo che vive a Cafasso ormai da sei mesi, e che a Gennaio inizierà la scuola secondaria. Ragazzo che, in questi mesi, è riuscito ad affrontare una forte dipendenza da diversi tipi di droga, sotto effetto delle quali si è trovato, un giorno, tra le mura del carcere minorile di Kamiti. 

Questo ragazzo, dicevo, è stato sorpreso, per l’ennesima volta, a fumare sigarette. Cosa che a Cafasso è severamente vietata, lo dice a chiare lettere anche il regolamento che ogni ragazzo firma quando accetta di essere accolto. Questa volta è stato sorpreso da una guardia di Kamiti, che ha prontamente avvisato J. Caso vuole che ieri un altro ragazzo sia stato portato all’ospedale per un forte mal di testa. Ma tutti i ragazzi, tranne noi, ieri già sapevano: sta male perché quel ragazzo gli ha fatto fumare una sigaretta. E lo sappiamo perché abbiamo parlato praticamente con tutti i ragazzi. Prima parliamo con lui da solo, dopo di che esco a chiamare gli altri tre ragazzi coinvolti, quelli che la guardia ha visto fumare insieme a lui. I ragazzi ripetono le loro versioni, contorte, confuse, a volte si contraddicono, ma il quadro è chiaro e lui stesso lo ammette: lui ha rimediato dei soldi, lui ha comprato le sigarette, lui le ha offerte agli altri. Violando così più di una regola di Cafasso, per l’ennesima volta. 

J gli comunica che, uscito dalla stanza, dovrà preparare tutte le sue cose e andarsene. Finalmente realizza, finalmente capisce cosa sta per succedere. Forse realizzo anche io in quel momento a cosa stavo per andare incontro andandolo a chiamare. Anzi no, forse realizzo dopo, quando parlando con lui gli chiedo dove avrebbe passato la notte, se qualche familiare o qualche amico avesse potuto ospitarlo. Mi dice che andrà a lasciare tutti i suoi vestiti da sua sorella, ma che poi andrà in town. A fare cosa? Non ho avuto il coraggio di chiederglielo. «La conosco come le mie tasche» mi dice. Il venerdì pomeriggio c’è il bible sharing, si legge un brano del vangelo ed ognuno propone la propria preghiera al gruppo. Chiedo se gli va comunque di unirsi a noi, prima di partire. Al bible sharing c’è, è seduto di fianco a me, e partecipa anche lui con una preghiera. Ah, questo ragazzo è musulmano. Oppure invece ho realizzato quando, mentre lo salutavo prima che partisse, mi ha chiesto scusa, promettendomi che avrebbe cercato di smettere di fumare. Credo di non aver risposto, troppo impegnato a non piangergli sulla spalla.

a presto,

Giacomo Centonze

lunedì 4 dicembre 2017

A Madina. Che quasi sempre i dolori arrivano così, all'improvviso.

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Quando si va in bici, da soli o in gruppo, c'è un momento in cui devi stare al vento.
In gruppo, si fanno i turni. Darsi il cambio, si dice in gergo. Sei il primo e copri con il tuo corpo tutti gli altri dietro di te. Tu fatichi un po' di più, e permetti a chi sta dietro di faticare po' di meno.
Dai quello che riesci, poi tocca ad un altro, a sua volta secondo le sue possibilità.
Marxismo a due ruote.
Ma in realtà se ci penso è la naturale azione che si applica a tutti i contesti e in tutti i luoghi, almeno in quelli sani. Ci si aiuta, o comunque ci si prova.
È relazione, è solidarietà, è chourmo, immischiarsi.
E' talmente azione normale che si dà per scontata. Così come si danno per scontate le possibilità.
Avere la seconda occasione è ciò che muove il mondo, almeno questo pezzo di mondo. E poi aver la terza, la quarta, infinite occasioni. Chiamala speranza, chiamalo desiderio, chiamalo sogno, c'è chi la chiama provvidenza. C'è pure chi, nella fatica quotidiana, lo chiama “andare avanti”.
Andiamo avanti. Sempre avanti, cazzo.
Io, nel mio percorso, l'ho chiamata utopia. La carota da inseguire, da raggiungere sapendo che non è lì per essere raggiunta, ma per stimolo, per alzare il culo, per muoversi, per cercarsi le occasioni e agguantarle e per rimuoversi e così via, con la libertà deliberata pure di non coglierle, certe possibilità.
Domani andrà meglio. Domani ci saranno altre chance, altre avventure, altri pezzi da mettere insieme.
- E pensare che domani sarà sempre meglio – Lo canta pure Vasco, cazzo, più vero di così.
E poi l'assolo di chitarra. Sublime.
A Madina sono mancate occasioni e mischia.
Madina non ha sperimentato la seconda occasione, perchè non ha raggiunto la prima.
Nessuno è stata al vento per lei. Sì, la sua famiglia, pochi altri.
Madina era una sveglia e furba bambina afghana. L'ho incrociata in agosto, in Serbia, in un centro di transito per richiedenti asilo, nel mio rozzo (e saltuario) tentativo di star al vento per qualcun'altro. La superavo di qualche centimetro e di trent'anni. Mi superava in inglese, in serbo, e probabilmente pure nelle esperienze vissute.
Io, l'ho superata in occasioni.
Con la sua famiglia cercava di entrare in Croazia, qualche giorno fa. Croazia vuole dire Europa, vuole dire asilo politico, per una bimba afghana.
E' il tentativo dei molti rimasti imbrigliati tra le frontiere chiuse. E' il carpe diem, l'attimo da cogliere. E' il game, la scommessa da fare. Superare il limite, il border, il cazzo di border.
We go game.
Chiamala speranza, chiamalo desiderio, chiamalo sogno, è il faro nella notte, è l'idea che domani sarà sempre meglio, saremo al di là di questo filo spinato che ora ci sbarra il passo, faremo ciao con la mano ai poliziotti di confine, faremo ciao dando loro le spalle.
A volte capita però che son loro a far ciao a noi. E che sì, le spalle gliele diamo, ma per tornare indietro. Il più delle volte, a dir la verità. Game over, scommessa persa. Niente di nuovo, ci saranno altre occasioni.
E anche oggi Welcome Europe domani.
Madina tornava indietro assieme a mamma e fratelli, di notte, rimbalzata da polizia e filo spinato. Erano lungo la ferrovia, - Tornate indietro da lì – gli han detto. Solo che ferrovia non è solo binari, a volte è anche locomotiva e vagoni. E' Treno. Treno? Cazzo, un treno!! Nel buio, tutti si sono scansati per evitare l'espresso in arrivo. Tutti? Tutti. Tutti tutti? Ma sì certo, ti ho detto tutti!
Ed invece non andò proprio così. Non tutti. Madina, sveglia e furba, a questo giro non è stata abbastanza rapida.

Che la vita distribuisce dolore all'improvviso ma non esiste il marxismo del dolore. C'è chi lo riceve a volte, chi mai, chi sempre, chi ben distribuito, chi tutto assieme.
- Ciascuno secondo le proprie possibilità – è falso per chi nel dolore ci sguazza.
È falso per Madina, che si è spenta lungo una cazzo di ferrovia a ridosso di un confine.
E' falso per tanti altri come lei, bambini e non, costretti a scappare, ad aspettare il cibo, ad elemosinare un cazzo di visto, o un timbro.

Ed io? Io proprio non so altro fare se non maledire le mie scontate occasioni ed imparare a stare al vento. Ed a pensare che il mondo, senza Madina, sia sempre più guasto.
Che la terra ti sia lieve bimba, amica mia.

Hai visto Madina, volevi un cane, eccolo! Bello vero?
Ora però non scassare ancora, non ci sei solo tu.
No un altro palloncino no Madina. 
Please, Daniel!
No, te l'ho detto, non ci sei solo tu.
Domani, magari.

Daniele

sabato 2 dicembre 2017

Il destino di Nameless

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Giovedì 30 Novembre. Ore 8:55 - stranamente super puntuali! - varchiamo il cancello del Mahali Pa Usalama (altrimenti detto MPU - in accordo all'insensato amore per le sigle dei local). 

Non facciamo in tempo a finire lo scambio di saluti con la guardia che, senza nemmeno capire da dove è spuntato, ti trovi un bimbo che ti ha preso per mano. La sua manina ha trovato velocemente la tua e ... zac! ci si è stretta accanto. Mi volto per capire chi è ... forse avrei potuto immaginarlo! Sorrido e saluto, sfoderando i due rudimenti di Kiswahili su cui ormai siam ferratissime: "Habari ya asubuhi B.". Nel frattempo ci incamminiamo insieme.

La mama e lo staff del centro ci accolgono, due parole e ci accordiamo sul programma della giornata. Niente specifiche: "just play with the kids". Sotto il sol cocente, ignare del biancore della nostra pelle, ci lanciamo tra bans e giochini. Mi sorprende scoprire che anche qui, come a Nairobi nei centri di Amani, per richiamarsi e mettersi in cerchio basta cantare "one, two make a sacco [in lingua originale sarebbe circle, ma l'aggiustamento kenyano dell'inglese fa strani effetti] ..." - l'unica differenza è che qui sono un po' pigri e non finiscono la seconda parte della canzoncina, che a me piace così tanto!

Dopo "oh-a-le-le", "sono un pollo e mi chiamo giovanni", "sul lago Tanganika-Ka" e un tentativo di "wattanciù" ... ripesco un gioco da qualcuno chiamato "bomba", da altri "atomi", con lo stile che ho imparato qui lo scorso anno: inizia "Fire on the Mountain". I bambini corrono e poi, attenti alle istruzioni, si mettono in gruppi di 2,5,7 o si trasformano in animali. Inizio a notare che B. si è buttato in mezzo e sta partecipando al gioco. Non faccio in tempo a gioire per il suo coinvolgimento, che lo vedo in difficoltà nel contatto con gli altri. In effetti non è ben chiaro il modo in cui tutti gli altri lo trattano, basta considerare che solo gli adulti lo chiamano B., per tutti rimane sempre e solo "nameless". Sì, avete letto bene, "nameless", senza nome. Probabilmente è stato presentato così inizialmente, perché non parlava, quindi non si poteva conoscere il suo nome. 

La giornata trascorre cocente e ritmata da canzoni, giochi, risate, schiamazzi e anche qualche "frignetta". Più di tutti, però, B. si dimena e piange. Mi colpisce osservare il suo rannicchiarsi, quasi in posizione fetale, intorno al mio piede - mentre comincia ad essere sempre troppo stretto a me (che invano tento di scollarlo un po'). Intuisco che è geloso, ma non voglio crederci: come è possibile che si sia già affezionato così dopo solo 2 o 3 ore!?! Solo a S. (un nanerottolo paffuto e con un sorriso super simpatico) ha permesso di starci accanto ... Nel frattempo, cercando di non dar troppo peso, abbiamo giocato; ma, poi, lo ammetto, è diventato proprio un po' "una cozza" e per me è diventato frustante sentirlo accennare, ogni volta, un pianto. Probabilmente anche qualche altro ragazzo si è stufato e - ahimè - ha iniziato a prenderlo un po' in giro probabilmente (lo scoglio linguistico mi ha impedito di capire bene la situazione), punzechiandolo inutilmente. Allora, nel tentativo di comprendere cosa stesse accadendo e come dare una svolta alla situazione (che fosse alleviare il mio peso facendo in modo che si staccasse un po' o alleviare il suo peso facendo in modo che trovasse un attimo di serenità interrompendo il pianto), ho chiesto delucidazioni all'unico adulto lì presente. La risposta ha confermato l'ipotesi di gelosia e poi ... ha spalancato un mondo nuovo!!!

La guardia ha iniziato a dirmi due cose su B., con un affetto straordinario verso questa creatura che, come ha detto lui, "stiamo aiutando a diventare grande". Nessun particolare biografico, solo la descrizione del modo in cui stanno cercando di prendersi cura di B.. 

E così, io mi ritrovo seduta, con B. sempre appiccicato e un nuovo sguardo su di lui: "chissà quale vita hai attraversato, chissà quale destino ti aspetta: per cosa sei fatto? Chi diventerai da grande?  Cosa ti aspetta?". Mi sorprende che sia la guardia a richiamare il mio sguardo, mi colpisce sentire pronunciare queste parole: "è un bambino fortunato, diventarà un grande uomo". 

Allora io mi fermo per un istante. In un mix di tenerezza e commozione, penso al destino di B. e, nell'unico modo che conosco, chiedo che sia Bello, affidando il suo cammino. 

Non so se Dio ascolterà la mia preghiera. Quel che so, per esperienza, è che Lui conosce per sino i quanti capelli abbiamo in testa [che presuppone un'attenzione particolare se calcoliamo quanti ne stiamo perdendo qui a Mombasa!]. Forte di questo Amore disinteressato, guardo Nameless, lo chiamo per nome e imparo a volere il suo Bene, con la speranza che possa, un giorno, trasformare quel pianto in lacrime di commozione quando si troverà ad abbracciare il suo destino.

sabato 25 novembre 2017

Tre storie di (stra)ordinaria follia

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Il diritto alla salute, questo sconosciuto


Milano, giorno di settembre 2017. “Buongiorno, vorrei prenotare una visita oculistica” “Va bene l’8 novembre alle 10.30?” “eh no, guardi, partirò i primi di novembre per andare un anno all’estero, non c’è un’altra data?” “Signora, 8 novembre 2018”. Ah.
E qui sono partiti gli insulti al Servizio sanitario nazionale italiano.

Cochabamba, 17 novembre 2017. Passo davanti all’Hospital Viedma, zona centrale della città. Davanti all’ingresso del pronto soccorso c’è una distesa di persone sedute, in piedi, sdraiate, accasciate, che aspettano. Uomini, donne, anziani e bambini. Qualcuno è steso su un telo super colorato come se ne vedono tanti in giro, altri mangiano qualcosa mentre aspettano, qualcuno piange. Ambulanze? Ne vedo due e pure scalcagnate. Mi si stringe lo stomaco…  io nel frattempo sto facendo il “farma-tour”, ovvero sto andando in differenti farmacie della città a chiedere quanto costano dei farmaci per un signore che ha chiesto aiuto alla Caritas. Ed è incredibile! Ogni farmacia propone prezzi diversissimi per gli stessi identici medicinali: si passa da quasi 800 boliviani (100€) a 400. In ogni caso, troppi. Il signore in questione non ce li ha. Forse si riuscirà ad attivare un aiuto per il mese di dicembre. Ma poi? Suo figlio ha una malattia psichiatrica, se non prende quei farmaci diventa violento. E dopo dicembre che si fa? Non c’è risposta.

Cochabamba, 16 novembre. Viene in Arzobispado (all’Arcivescovado) un giovane uomo, professione fotografo. Si è fratturato l’ulna e il radio, deve essere operato. Costo dell’operazione: 15.000 boliviani (circa 1800€). L’uomo piange. Quei soldi non ce li ha! Adesso che ha il braccio rotto non sta neanche lavorando… forse potrebbe tenerselo così, aspettare che guarisca solo con la fasciatura. Non si può. Il dottore ha detto che bisogna agire tempestivamente altrimenti il suo braccio non tornerà più come prima. Il giovane uomo ha sentito di un centro privato dove lo opererebbero con 2000 boliviani (250€), potrebbe andare lì? Non è sicuro! Esiste gente che lucra su questo sistema sanitario inesistente e si improvvisa medico pur di guadagnare dei soldi. Cercheremo di trovare una soluzione ma lei non vada lì, per favore. Hasta luego, ci rivedremo. Si ma intanto che ne sarà di lui e del suo braccio? Non c’è risposta.

Cochabamba, 14 novembre. Ruperta, dell’Abds (Associazione donatori di sangue boliviani) ci racconta di un signore che ha avuto bisogno di sei sacchette di sangue per operarsi. In cambio i familiari dovevano restituire il doppio delle sacche di sangue richieste (trovatevi dei donatori), e pagare 300-500 boliviani (40-60€) per ogni sacca. Il signore purtroppo è morto in sala operatoria. Niente sacche di sangue allora? Ehnno! Le ha comunque utilizzate, tutte e sei! Quindi? Quindi la famiglia non può seppellirlo se non ripaga il suo debito. Signori e signore, corpo in ostaggio: o 12 sacche di sangue e 2000 boliviani o il vostro caro defunto rimane qua. La famiglia ce l’ha fatta? Sì, l’Abds li ha aiutati a recuperare le sacche e il signore alla fine ha ricevuto la sua degna sepoltura. Caspita, ma almeno i donatori di sangue, qualora dovessero averne bisogno, hanno delle agevolazioni? Magari, che so, non pagano i 300 boliviani per sacca… Agevolazioni?  No di certo! Bravi loro che donano, ma qui c’è il 2X1 al contrario: prendi una sacca e ne devi riportare due, sempre. E la sacca conquistata comunque la devi pagare, sempre. Ah.

Quando torno in Italia richiamo per prenotare la visita oculistica, e quando me la danno, me la danno.


NB: secondo l'Ine (Instituto Nacional de Estadìstica), nel 2015, il 38,55% della popolazione viveva sotto la soglia di povertà, ovvero con meno di 3€ al giorno nelle aeree urbane e meno di 2€ al giorno in quelle rurali.

Il Kahawa West che non so descrivere

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Primissimo giorno di servizio effettivo a Cafasso House.
Sveglia alle sette e mezza, colazione preparata di Giacomo mentre io, con la solita calma frettolosa che solo chi mi conosce bene e ha vissuto qualche tempo con me può capire, cerco di prepararmi in tempo per l’uscita che ci eravamo prefissati. Nemmeno a dirlo, non ce la faccio. E così usciamo con qualche minuto di ritardo da casa, tutti trafelati, in spalla lo zainetto con acqua, cambio completo (non so ancora se i miei vestiti del mercato riusciranno a resistere al lavoro nei campi), scarpe di ricambio perché gli stivali da lavoro a noi sembrano costare troppo al supermercato qui vicino e ci stiamo rifiutando di comprarli fino a nuovo ordine. Il cellulare in un piccolo marsupio nascosto sotto ai vestiti per non dare tropo nell’occhio e le chiavi di casa al collo, ci avviamo di buon passo verso Kamiti, il quartiere carcerario.
Il cancello più vicino a noi dista da casa solo pochi minuti a piedi, ma poi da li dobbiamo camminare ancora una ventina di minuti all’interno della recinzione per raggiungere Cafasso, la comunità educativa per giovani ex detenuti dove lavoreremo quest’anno.
E’ strano il nostro quartiere: Kahawa West. Mi piacerebbe riuscire a descriverlo, ma come ci ha detto anche Maurizio, il nostro responsabile, è davvero difficile spiegarlo a chi non è mai stato in una periferia di città africana. E’ una via di mezzo tra la città ultra moderna e la baraccopoli. Ok. Ma questo dice tutto e non dice niente. Dice che nelle vie è spesso un brulicare di gente...ma solo dopo le nove di mattina. Prima la gente sembra avere altro da fare qui, e i bambini non girano ancora molto nelle vie. Dice del traffico caotico e sregolato, come Milano, come Roma, come Napoli...ma di più. Molto di più. Dice dello smog che si respira e della polvere che si mescola a questo e del fatto che entrambi ti entrano dentro ad ogni respiro tanto da non desiderare altro che natura incontaminata per un pò. Dice delle voci che si mescolano, delle case che si ammassano e dell’edilizia che tende a riepire i pochi terreni rimasti vuoti lungo le vie. Dice delle strade sterrate, ma non di quelle che una volta erano asfaltate e che ora sono un cumulo di macerie sopra alle quali si snoda indifferente il mercato. Non dice dei ragazzi che ti invitano coon insistenza a salire sull’autobus (una pecie di “buttatdentro” all’italiana...di quelli che da noi ci sono fuori dai ristoranti del centro di Milano. Ecco, uguali. Solo che invece che essere vestiti di tutto punto e cercar di convincerti a mangiare una pizza a colazione o degli spaghetti all’amatriciana e una cotoletta alla milanese a merenda sono vestiti come noi e cercano di convincerti a prendere autobus per raggiungere ogni angolo della città). Non dice nemmeno che il servizio di bus e taxi è privato, non pubblico, ma che è estremamente efficiente. A qualsiasi ora tu voglia prendere un bus è sufficiente che tu ti faccia trovare alla fermata giusta: un matatu ci sarà sicuramente. Orari? Non servono: si parte non appena i posti sono stati riempiti,e poi via a ruota il successivo, già fermo in coda alla stazione di partenza. Non dice di un’app che permette di chiamare taxi in tutta la città di Nairobi a qualsiasi ora del giorno, scegliendo anche la dimensione dell’auto, ed eventualmente valutando e selezionando come preferiti i tuoi conducenti di fiducia. Esiste persino un tasto per la sicurezza da premere in caso di pericolo.
Non dice nulla nemmeno di quella parte del quartiere nascosta dietro al mercato, fatta di vie strettissime e di baracchini che ne costellano i lati: parrucchieri e negozi di vestiti a non finire. A non finire mai. Non dice nulla nemmeno della quantità di persone addette alla sicurezza che piantonano armati ogni ingresso di ogni attività commerciale grande più di due metri per tre: che tu vada al supermercato, alla banca, in un bar, in un qualsiasi posto in cui girino dei soldi, lì ci saranno delle guardie pronte a perquisirti e a garantire la tua sicurezza. Protezione e ansia allo stesso tempo.
Non dice nulla nemmeno della sporcizia che si trova lungo le vie, di tutta quella maledetta plastica che inquina e non si decompone e resta nell’ambiente per anni e anni rovinando paesaggi che altrimenti sarebbero bellissimi.
Non dice nulla soprattutto di quella sensazione di pace e di tranquillità che si prova non appena si varca il cancello del quartiere carcerario di Kamiti. Quella pace che stride così tanto con il significato del suolo che si sta calpestando, ma che inspiegabilemente ha sapore di libertà.
Libertà dal caos cittadino, dalla frenesia di ogni giorno, da quella fretta di fare tutto e subito prima che il tempo scappi.
Ecco, mettere piede a Kamiti significa immediatamente rallentare, respirare a pieni polmoni, sospirare.
Una guardia all’ingresso saluta svogliata ma incuriosita, il traffico sparisce, i rumori della città si fanno lontani, le case si diradano e davanti a te compare un paesaggio naturale insolitamente bucolico, di quelli che propro non ti aspetteresti li. Campi coltivati, piccole colline di terreno attraversate da sentieri in terra battuta che si snodano fitti tra le carceri e le case dei lavoratori, accogliendo guardie, detenuti in divisa che lavorano sotto sorveglianza, bambini che giocano a costruire argini robusti alle pozzanghere di fango, galline che dopo aver trovato qualcosa da mangiare tra i cumuli di spazzatura poi ritroveranno la strada di casa...e noi. Due giovani ragazzi bianchi che inspiegabilmente si trovano li.


Alice V

domenica 19 novembre 2017

Kenya: Suor Rachel, Kibe e la banconota stropicciata

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Mentre Kibe parla, il gruppo non fa che seguire il suo inglese fluente ma ottimamente scandito. Sono rari i cali di attenzione, nonostante la freschezza dell’aria e del paesaggio sullo sfondo quasi magnetizzino l’ambiente: il mais, germogliato da qualche settimana, si affaccia al mondo in ordinate file parallele equidistanti; un albero dal tronco molto storto ci protegge dal sole, facendosi carico di uccelli rumorosi; in mezzo al cerchio è pieno di legnetti, fili d’erba ormai secca, filamenti di spago, che di tanto in tanto qualcuno prende in mano per giocarci; dal campo da calcio provengono le grida eccitate di bambini che si rincorrono per qualche loro gioco.

Nonostante questa bellezza, dicevo, Kibe riesce a mantenere su di sé un’attenzione quasi ipnotica. Forse il luogo dell’incontro non è stato nemmeno scelto a caso, la sua figura di anziano prorompe quasi poeticamente sotto l’ombra dell’albero. Ma trasaliamo tutti quando dalla tasca, con la mano, estrae una banconota ben stirata da 200 scellini. Non sembra avere senso, ecco. Tutto il bello che sino a questo momento si è creato cozza incredibilmente con l’immagine di lui che esibisce sorridente quella banconota.

Suor Rachel parlava davanti alla comunità della parrocchia, riunita nella chiesa che vedete alle vostre spalle. Come me, quel giorno, prese in mano una banconota come questa. Avevano tutti la stessa faccia che avete adesso voi guardandomi. Rivolgendosi a loro disse: «Qualcuno di voi vorrebbe questa banconota?» e allora tutto il pubblico esplose in un mormorio di approvazione. «Bene», disse, e detto questo mostrò di nuovo la banconota alla platea, e stringendola forte nel pugno iniziò a sfregarsi freneticamente le dita, stropicciandola in modo deciso, riducendola a quella che poteva sembrare una pallina di carta.”

Kibe racconta l’aneddoto in modo così vivo da confonderci, da farci immaginare di essere seduti anche noi lì su quelle panche in quella chiesa, a mormorare insieme a tutti in risposta alle provocazioni di Suor Rachel. La sua risata squillante a tratti ci fa trasalire. Accompagna i gesti alle parole: in mano ora stringe la stessa banconota di prima, ridotta ad essere un piccolo pezzo di carta straccia.

Al che continuò: «Qualcuno di voi vorrebbe questa banconota?». A questa domanda, tutti continuarono in coro a ribadire che sì, tutti avrebbero comunque voluto quella banconota. «Bene», disse ancora, e detto questo mostrò di nuovo la banconota al pubblico, e questa volta la gettò a terra. Con la scarpa, poi, iniziò a calpestarla più e più volte, con i presenti divisi tra risate sommesse e brontolii di disapprovazione. Poi si chinò, raccolse quello che rimaneva della banconota e lo mostrò al pubblico: ormai stropicciata, sporca e con piccoli tagli, pareva essere un pezzo qualsiasi di carta straccia. Poi ripeté con la stessa voce calma di prima: «Qualcuno di voi vorrebbe ancora questa banconota?».”

Iniziamo tutti a guardarci intorno, a cercare di spiare le reazioni degli altri. Sappiamo tutti dove sta andando a parare. Ci stiamo commuovendo tutti. Distolgo lo sguardo dal volto di Kibe, e inizio a fissare le foglie della pianta di mais mentre vibrano sferzate da un vento leggero ma tenace. Ma continuo ad ascoltare, non mi perdo una parola. Kibe sembra accorgersene, il suo sorriso si allarga, e continua il racconto con più forza di prima.

Il brusio si fece sempre più forte, ma alla domanda di Suor Rachel la risposta fu ad ogni modo affermativa: chiunque in quella stanza avrebbe comunque voluto quella banconota. «Se persino un pezzo di carta come questo mantiene il suo valore in condizioni come queste», incalzò lei, «come possiamo non considerare il valore di questi ragazzi? Non importa quale sia stata la storia di una persona, quali siano le crisi che ha affrontato, quante volte sia caduta, quanti problemi abbia alle spalle: ognuno di questi ragazzi ha un valore inestimabile che non possiamo non considerare.»”

Torno a guardare Kibe. L’incontro finirà molti minuti dopo.

Partirò da me stesso, forse perché è più facile o forse perché effettivamente mi sembra il modo più utile per iniziare una riflessione in tal senso. Qual è il mio valore? Sono cresciuto in mezzo a persone che per mia fortuna hanno sempre cercato di spronarmi e, appunto, valorizzarmi. Mai come oggi, mai come stasera, riesco ad essere grato a tutte queste persone. Mi vengono in mente mille esempi, mille aneddoti, mille volti, e soprattutto mille motivi per non citarne neanche uno in questo scritto. Ma sappiate che vi sono davvero riconoscente.

Pensando ai ragazzi, invece, mi viene il magone. Non compassione, pietà, pena: proprio il magone, quello che ti stringe la gola con un nodo stretto. Il primo obiettivo, il primo sforzo, vorrei fosse verso qualcosa che riesca a far sì che i ragazzi si percepiscano come portatori di valore. Che riescano loro, per primi, a realizzare di non essere carta straccia. Siamo somma di esperienze, che aggiungono valore a quello che siamo; che possono ferirci, ma che non possono mai annullarci. Il primo passo verso il reinserimento nella società civile, nella battaglia contro la stigmatizzazione, nella lotta contro l’occhio torvo del pregiudizio, è quello che bisogna fare verso sé stessi.

Credo con forza nelle potenzialità del progetto in cui svolgo il mio servizio. Una grande lezione che mi voglio portare a casa l’ho imparata già oggi, a soli 4 giorni dalla partenza: vorrei saper guardare ogni persona negli occhi e riscoprirla nel suo valore inestimabile.

a presto,

Giacomo Centonze

giovedì 16 novembre 2017

Kenya: riscoprirsi fragili e felici

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Foto scattata dopo il primo incontro conoscitivo coi ragazzi della Cafasso House.

Diciamo che ancora non ho capito se son già arrivato o se ancora sto arrivando. Non credo il mio cervello sia in grado di elaborare efficacemente tutte queste informazioni, avrò bisogno di tempo per organizzare mentalmente tutti questi stimoli. Diciamo anche che mi sento indiscutibilmente felice. Ma penso che la felicità sia un po’ come la rabbia: raramente capisci subito cosa la stia provocando. Quindi prendo tempo anche per questo, godendomi la sensazione ed aspettando periodi più quieti per tirare qualche somma. Il progetto e gli impegni mi tengono completamente impegnato, corpo e mente, dalla sveglia sino a quando arrivo a sdraiarmi stanco sul letto. E stanco davvero: non dormivo così da anni. 

Ma prima di chiudere gli occhi, il pensiero va sempre inevitabilmente a Legnano. Non so se in futuro questa cosa cambierà, non so nemmeno se voglio che cambi, per ora è un dato di fatto e in quanto tale occorre conviverci assieme. Oggi abbiamo visitato per la prima volta la casa dove io e Alice vivremo per un anno. Kahawa West mi piace, è decisamente più tranquilla di Nairobi, e siamo alloggiati a circa 25 minuti a piedi dal posto in cui lavoreremo. Sul muro della sala da pranzo campeggiava una frase, che poi ho scoperto essere di John Steinbeck: “Le persone non fanno viaggi, sono i viaggi che fanno le persone”. Sì, lì per lì mi ha colpito molto, anche tornando a Nairobi ho continuato a pensarci. Ma qui sul letto, mentre rifletto e scrivo, mi accorgo che sono proprio le persone a fare le persone. 

Quello che mi manca, mancherà, o smetterà di mancare di Legnano sono veramente tante persone. E più ci penso e più mi spavento. Il Giacomo che è partito 2 giorni fa non tornerà mai indietro così come è partito, questo lo sappiamo tutti e la ritengo una cosa soltanto positiva. Realizzo soltanto da così lontano il mio essere somma di esperienze. E quando mi accorgo di essere lontano da tutte quelle persone che mi hanno reso, nel bene o nel male, quello che sono, accuso momenti di fragilità. Una fragilità che però stimola, rendendomi proattivo e ricettivo. Una fragilità di cui non ci si può vergognare. Una fragilità che riesce a renderti felice. L’ho detto: non dormivo così da anni. Ma nemmeno mi ci svegliavo.

a presto,

Giacomo Centonze

domenica 29 ottobre 2017

“E se fosse tutta residenziale?”

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La formazione di Caritas Ambrosiana tra attività e divertimento (parecchio)


Rho, Casa Betel, ottobre 2017. Alla fine della prima giornata di formazione residenziale prevista da Caritas Ambrosiana, i nostri OLP ci lasciano e noi iniziamo ad organizzarci per preparare la cena. Durante il giorno, abbiamo svolto attività per conoscerci, iniziare a fare gruppo e ragionare su cosa significa l’incontro con l’altro – che può risultare alquanto bizzarro, soprattutto quando l’altro si saluta con un bacio sulla spalla e grida come un matto se non fai lo stesso, se gesticoli o se gli parli senza toccarlo (con il gioco I derdiani, abbiamo simulato infatti l’incontro con una cultura portatrice di comportamenti sociali abbastanza curiosi). Anche se siamo in quattordici, riusciamo incredibilmente a coordinarci senza problemi e, soprattutto, a metterci d’accordo su cosa comprare da mangiare. Quando le ragazze tornano con la spesa, la cucina sembra trasformarsi in un formicaio pieno di operose formiche: chi pela patate, chi taglia carote e zucchine, chi prepara il soffritto, chi lava pentole e coltelli. Il risultato è un gran pentolone di minestrone che viene messo a cuocere su un fornello un po’ fiacco. Mentre aspettiamo – all'inizio apparentemente in vano – che l’acqua inizi a bollire, apriamo qualche bottiglia di vino e cominciamo a lavorare sul “compito” che ci è stato dato per la mattina seguente: creare una scultura, con i materiali presenti in casa, che rappresenti la nostra “cultura”. Così, c’è chi inizia a tagliare ed incollare, chi a disegnare e colorare, chi in pochi abili mosse crea la propria opera d’arte e si dedica al vino, chi incomincia tardi e resterà a lavorare con dedizione fino a notte inoltrata. I risultati del nostro lavoro sono sorprendenti, ed anche il minestrone non è poi così male, forse abbiamo solo esagerato un poco con la quantità (i resti ci accompagneranno durante tutti i giorni seguenti). 

La mattina dopo presentiamo le nostre s-culture, ragioniamo sull'idea stessa di cultura ed i suoi limiti, e tra una spiegazione e l’altra c’è anche chi si emoziona. Poi, prima di pranzo, ci viene assegnato un altro incarico. Poiché ognuno di noi ha portato un ingrediente a lui caro, che fosse rappresentativo della sua personale cultura o della sua storia, ci viene dato il compito di preparare un pranzo che contenga tutto quello che è stato portato. Gli ingredienti comprendono: mele, pere, farina e lievito, lenticchie, patate, riso, zucca, sale, parmigiano reggiano, basilico, pomodorini, vino, riso soffiato al cioccolato, cacao. Dopo una breve consultazione, decidiamo quale sarebbe stato il menu e ci mettiamo all’opera. Come la sera prima, la collaborazione viene del tutto naturale e noi stessi ci sorprendiamo di come tutto funzioni organicamente. La cucina ridiventa formicaio e, senza regole o ruoli stabiliti, senza che nessuno si imponga, ognuno trova la sua occupazione. C’è chi prepara un piatto e chi l’altro, chi si dedica ai primi, chi ai secondi e chi ai dolci, c’è chi apparecchia, chi scrive il menu con arte ed eleganza, chi prepara i sotto-bottiglie facendo origami. Il risultato, ancora una volta, è sorprendente. Il menu “Impronte golose 2017” include: antipasto di gocce di parmigiano, focaccia con i pomodorini, bruschette e vino; risotto alle lenticchie come primo e patate e zucca al forno come secondo; torta di mele come dolce, insieme a deliziose fettine di pere ricoperte di cioccolato e riso soffiato. Sedersi a tavola dopo tanto ed accurato lavoro è proprio un piacere, ed anche gli OLP sembrano parecchio soddisfatti.









Con le pance piene riprendiamo le attività del pomeriggio, che prevedono la visione di un film, il vento fa il suo giro, ulteriore modo per riflettere sulle dinamiche di incontro con l'altro. Il film è controverso ed intrigante, tant'è che, interrotto a metà per limiti di tempo, decidiamo di guardarne la fine dopo la cena, preceduta da un abbondante aperitivo. Durante il film facciamo scommesse sul finale, ipotizziamo il peggio, scherziamo sui personaggi, ma la fine ci lascia talmente scossi ed amareggiati che dopo i titoli di coda inizia una lunga discussione sul film, su quello che ci ha trasmesso, sui suoi significati. Poi la discussione passa a temi più leggeri, e con le persone che resistono fino a notte inoltrata passiamo a revocare i momenti della selezione di gruppo a cui avevamo dovuto partecipare per essere lì in quel momento, ricordiamo le figuracce fatte, scherziamo sui nostri comportamenti e su quelli delle altre persone che avevano partecipato.

L’ultimo giorno è dedicato alle dinamiche del lavoro in gruppo, lavoriamo a coppie su un foglio, sperimentando con un gioco dinamiche di collaborazione e conflitto. Quando ai due membri della coppia è dato come compito quello di disegnare due cose completamente diverse, ma sullo stesso foglio e con una sola penna, alcune cercano di comunicare senza l’uso della parola, altre riescono a collaborare disegnando una casa-elefante, c'è chi cerca di imporre a tutti i costi il suo disegno calcando la mano, chi passa un po’ troppo tempo a cercar di comunicare e quasi si dimentica del disegno. Lavorare in gruppo non è certo facile, e questo esercizio ci permette di riflettere sulle problematiche, le sfide e le strategie del lavoro in equipe. 

Quanto a noi, fino a qualche giorno prima perfetti sconosciuti e sconosciute, è chiaro che in pochi giorni un po’ gruppo lo siamo già diventati (e che gruppo!), malgrado le partenze imminenti verso paesi completamente differenti e lontani migliaia di chilometri tra loro. Quando ci chiudiamo alle spalle la porta di Casa Betel, siamo tutti e tutte entusiaste dei tre giorni appena passati, tanto da rimpiangere il fatto che essi siano già finiti. Qualcuno addirittura sospira, "Ah se la formazione fosse tutta residenziale!"


Caritas Ambrosiana: una chiamata (in)aspettata

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Casa delle Culture di Scicli, estate 2017. È mattina e sono appena entrato al centro, una casa che ospita ragazze migranti, perlopiù nigeriane. In cucina sto aiutando l’operatore di turno a preparare la colazione per le ragazze, chiacchiero con lui e con l’altra volontaria, ancora un po’ assonnati ci prepariamo un caffè. Sono i primi giorni di questa nuova esperienza, e come mi è capitato spesso nei due anni appena trascorsi mi devo ancora abituare ad un contesto tutto da scoprire:  è la prima volta in Sicilia, vivo con ragazze e ragazzi appena conosciuti, ancora mi muovo impacciato negli spazi del centro e non conosco bene le sue ospiti. Vivo comunque a pieno l’entusiasmo del nuovo, malgrado la timidezza e le incertezze iniziali. È una sensazione che ho provato spesso nei due anni precedenti a quest’ultima esperienza: il master in cui mi sono laureato, solo pochi giorni prima della partenza per la Sicilia, mi ha infatti permesso di saltare da una città all’altra del Mediterraneo, di cambiare continuamente contesto, università, lingua, squadra di basket, di vivere intensamente per qualche mese città affascinanti come Barcellona, Venezia, Meknes, Montpellier, Firenze. Ora che scrivo queste righe, mi rendo conto di come il tempo negli ultimi due anni sia vorticosamente accelerato, lasciandomi poco spazio per digerire tutto quello che è successo. Poi il cellulare squilla, un numero sconosciuto compare sullo schermo. Quando rispondo, lo stupore è totale: dalla Caritas Ambrosiana mi chiamano per chiedermi se sono ancora interessato al servizio civile in Libano, per cui avevo svolto i colloqui di selezione poco tempo prima. Il tono di Alberto, il nostro futuro Operatore Locale di Progetto (OLP, sigla che in Libano potrebbe essere alquanto ambigua), è amichevole e scherzoso, lontano dalla formalità che lo caratterizzava durante il colloquio. Quando riattacco, ci metto qualche secondo a realizzare l’importanza di quella chiamata così inaspettata, dell’impatto che avrà sul mio futuro immediato: il servizio civile in Libano, fino a quel momento possibilità remota, diventa certezza, l’ennesimo viaggio si concretizza all'orizzonte, investendomi della felicità euforica che contraddistingue l’idea della partenza. 

sabato 28 ottobre 2017

Domande e risposte

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Henri Cartier-Bresson ha scattato questa foto nel 1961 in Grecia, sull'isola di Sifnos. È un’immagine a cui sono particolarmente affezionata perché spesso mi sono trovata ad immedesimarmi nella 
bambina della foto che, dopo aver affrontato di corsa una scalinata, sta per girare un angolo dietro al quale non sa cosa troverà. Eppure continua a correre. Nella mia mente ho sempre pensato che se dovessi dare un nome all'istante immortalato, lo chiamerei “curiosità”. E la curiosità è uno degli aspetti che sento far parte del mio essere in modo profondo e onnipresente. 

La curiosità è anche ciò che più di tutto spinge la mia testa a fare domande, a farmi delle domande, a sapere il cosa, il perché, il come di ciò che accade. E in questo preciso momento – ora che manca una settimana alla mia partenza per il Libano – sento che la mia mente è diventata quasi come un contenitore pieno fino all'orlo ma che vuole continuamente essere riempito, nonostante non ci sia più spazio: più domande ci verso dentro e più vorrei versarne.  

Baricco è sicuramente più bravo di me ad esprimere le sensazioni che sto provando. In “Castelli di rabbia” scrive infatti che nella vita accadono cose che sono come domande. Che passa un minuto, oppure anni, e poi la vita risponde.

Mi piace pensare che sia così. Mi piace pensare che le risposte alle infinite domande che ora ho sulla realtà in cui mi immergerò per un anno, prima o poi sazieranno la mia curiosità, senza il bisogno di cercarle ora con tanta fretta.  

Forse alcune risposte le ho già trovate ancor prima di partire. Mi sono resa conto che la sensazione di smarrimento che a volte ho provato era dettata semplicemente dal venir meno di quelle barriere invisibili che spesso non ci rendiamo nemmeno conto di avere ma che, in realtà, costruiscono il nostro modo di vivere la quotidianità e di relazionarci. Mi sono anche detta che spesso, però, le risposte non sono il punto di arrivo nella scoperta di se stessi.  
Ho realizzato, quindi, che uno dei desideri che ho per questo viaggio che deve cominciare, è che sia un tempo traboccante di domande che abbiano la capacità di condurmi verso una riscoperta, qualunque essa sia. 

Vorrei riscoprire il senso del rumore e della quiete. Quello della parola e quello del silenzio. Vorrei riscoprire la contraddizione. È lei che porta a metterti in discussione, ad analizzare e comprendere le scelte a cui a volte non si riesce a dare una direzione precisa; è ciò che ti porta a cambiare. Non posso dirlo con certezza ma, in questo momento, ho la sensazione che il Libano possa e voglia regalarmi tutto questo. 

Non pretendo che le strade, i palazzi, i colori e i volti di Beirut mi diano delle risposte a tutti i costi. Vorrei che riuscissero però a far crollare quelle barriere invisibili di cui parlavo e avere così la possibilità di immergermi completamente, senza vincoli, in una realtà nuova caratterizzata da relazioni e legami incontaminati. 

Perciò, dopo aver affrontato di corsa e un po’ a fatica la scalinata, mi trovo anche io a dover girare l’angolo; ciò che mi aspetta dietro è il Libano e io sono la bambina della foto. 

Giulia