lunedì 16 aprile 2012

Una settimana intera

Sono arrivata. E’ difficile stabilire esattamente quando. Una vita fa, forse.
Il venerdì io e Magda ci guardiamo con aria perplessa. E’ di nuovo venerdì? Sembra di sì.
Cosa sarà mai successo in una semplice settimana di Marzo, in un posto così sperduto da essere il centro del mondo?

E’ un lunedì quando mi scopro inginocchiata e ricoperta dai rami di palma che Tchomba -il momento prima encadreur kindulese, quello dopo Tarzan- ha appena spezzato; sto cercando la sua penna smarrita in mezzo alla foresta, mentre un metro più in là si sfoggiano l’abilità infantile del taglio con il machete e la brillante emulazione di Magdusha. E’ lunedì quando per trovare rifugio da un temporale ci ritroviamo in una chiesa capanna con una mano al petto e intoniamo con ‘estrema convinzione’ l’inno di Mameli circondate da un pubblico di bambini in visibilio. E’ sempre un lunedì quando scopriamo una pianta che ci spara semi addosso come dei proiettili-la forza della natura kindulese, con la sua pacifica aggressività.

Di martedì incontriamo Mbweta e Barthelex, ed è come se ci conoscessero da sempre; entriamo nelle dimore di un commerciante di capre (alloggio anche dell’amico topo) e della più anziana donna congolese mai vista sinora a Kindu- ben cinquantatre anni di attività, dieci figli e la voglia di mettersi ancora in gioco. Non mangia pollo. Qui è un lusso. A proposito di polli, sempre di martedì scopriamo che l’équipe con cui lavoriamo è convinta che in Italia ne mangiamo due, di polli, al giorno ogni giorno. Martedì nasce anche la prima ChiaraMagda.


Il mercoledì andiamo lontano. Attraversiamo la foresta. E poi la savana. E poi ancora la foresta. Impariamo lo swahili, e scopriamo che tunapenda sana kizalikio. Siamo in moto. Grande stagno. Scendiamo. Attraversiamo le acque. Siamo nuovamente in moto. Ci fermiamo a mangiare en cours de route. E davanti a noi c’è un albero crollato che sembra la più sublime opera d’arte. Problemi alla prima, alla seconda, alla terza, alla quarta moto. Ci fermiamo. Quattro volte. Più o meno in mezzo alla savana. Ridiamo troppo. Siamo in moto. Strada interrotta da una parata militare. Ci fermiamo. Spettacolo senza pari. Vediamo il generale Tango Four (non ero neanche sicura esistesse tanto era oramai una leggenda; se vuoi sapere a chi appartiene il mondo, a Kindu, la risposta è sempre generale Tango Four). E’ un uomo tanto ricco quanto piccolo. I militari marciano. Sembra fatichino a rimaner seri. Una parodia. Le donne osannano euforiche i loro mariti/eroi, intonano canti e li ‘accecano’ lanciando in faccia tonnellate di borotalco (segno di vittoria, ci dicono.) Simulano un combattimento. Sparano. La gente urla, si nasconde. Spaventata e divertita. Ricorda i tempi della guerra, ma va bene. Sono fieri di avere un tale esercito che li difenda in caso di attacco. Grazie alle protuberanze degli alberi delle foreste e ai fantastici fuoristrada dei militari belgi e delle autorità, la terra diventa la nostra seconda pelle. Non siamo più mzungu (europee/bianche). Evviva. Una doccia, il nero va via e torna l’appetito. Hanno trovato un sinje e lo si mangia assieme. Non è un singe (scimmia), ma un parente obeso del porcospino.

E’ giovedì quando ci vestiamo en pagne, lo stesso pagne che indossano tutte le donne invitate alla nostra festa. Non reggiamo il confronto. Sembriamo più pallide del solito. Ma l’euforia della cittadina per questo nostro travestimento è alle stelle. Incontriamo un gruppo di esaltati che teneva stretto un uomo. Una confusione assordante. Le donne cercano di fermarli. Chiediamo cosa stia succedendo. Un gruppo di uomini aveva bloccato un pazzo accusandolo di stregoneria e, urlando qualcosa a noi incomprensibile, lo trascinava a forza. I muratori ancora a lavoro mentre gli altri fanno festa, approfittano della musica imperversante e improvvisano balli tra le impalcature. Era giovedì quando i nostri bellissimi colleghi ci hanno chiesto se fossimo mai state sulla luna.

Lista di candidati per il servizio civile in Congo. Ci sono. Poi non ci sono più. No. Perché? Avevo preparato tutto, ci credevo davvero. Forte Agitazione. Mi sveglio. Era un sogno? Realizzo che ci sono già, a Kindu. Sono felice. Sono ancora le 3h30 am, ma i miei vicini sono svegli come sempre. Spaccano la legna e fischiettano la solita semplice melodia che mi tiene tanta compagnia prima di addormentarmi. E’ già venerdì. Siamo a colazione con il professorino universitario che alloggia qui in procura. Ci fa una vera e propria lezione di storia del Maniema. E’ fantastico ascoltarlo date la nostra smisurata curiosità e la carenza di documenti in merito. Mentre in moto io e Bandal parliamo di questioni di vitale importanza (hai mai tagliato i capelli dalla nascita? ecc.), siamo costretti a rallentare. C’è una processione interminabile di persone. Tanto brusio. Cosa è mai successo? Hanno ucciso un uomo. Oh, no. Perché? Bandal ride. L’hanno sorpreso a rubare. Benissimo! Malissimo. I pareri in proposito sono troppo discordanti. Cerchiamo di spiegare il nostro punto di vista, ma sembra che su questo non si possa tanto discutere. Nel frattempo un insegnante di geografia dice ai suoi alunni che la capitale della Malesia è Singapore.

E’ sabato e ci troviamo in uno stanzino buio, pieno zeppo di gente. C’è un odore fortissimo. Risultato di troppi odori forti. Ci sono bambini sdraiati qui e là su tappeti di paglia. Lo chiamano hopital, ma in realtà di ospedale ha solo il nome e le due siringhe poggiate su una sporgenza tra il muro e la porta. Siamo qui per Tchombino (così da noi ribattezzato), il figlio del nostro caro amico. Sembra che le siringhe siano state utilizzate per fare una trasfusione. Pensiamo inizialmente sia un problema linguistico e che non abbiamo capito; e invece no. Hanno preso il sangue dal braccio del padre e lo hanno trasferito nella testa del bambino. Ci preoccupiamo, facciamo domande, ma il gruppo sanguigno, ma l’igiene, ma [..]. Questo è un paese in cui a volte le domande sono inutili; i forti e i fortunati ce la fanno. E Tchombino è fortissimo, come il suo papà.

La settimana volge al termine, è il giorno del riposo, è domenica. E ci aspettiamo sempre una nuova meraviglia. Siamo appiccicate ad una trentina di persone in piroga, tra i richiami sbraitanti degli altri piroghieri. Sguazziamo a piedi scalzi nel fango per chilometri, ci laviamo nel fiume per poi sprofondare di nuovo nel fango. Siamo con il naso all’insù sul retro di un pick-up sotto il cielo più bello che mai di Kindu, mentre masse di bimbi sbucano da ogni angolo della strada intonando un arrivederci che suona come un dolcissimo urlo da stadio (ohohoh!). Siamo lungo il meraviglioso fiume Congo ad una cena che sembra un summit internazionale mentre osserviamo piroghe stracariche di ogni che, tornare da infiniti giorni di viaggio dalle ‘vicine’ città. Sono a CASA sdraiata sul prato, Magdusha alla mia destra, Enrico alla mia sinistra. Il nostro maestoso e rassicurante albero di mango, alle nostre spalle, ci fa da guardia, come sempre. Siamo letteralmente circondati da stelle. E’ una notte magica a Kindu.
E se il lunedì mattina successivo comincia con il nostro Babbo Natale belga che ci porta in dono papaie e biscotti, un’altra settimana si prospetta sucrée e breve, quasi infinita :)

Chiara

2 commenti:

  1. Che bello leggerti! Grazie Chiara!

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  2. Wow. Le convinzioni degli abitanti di Kindu sui bianchi. E la notte a Kindu. E la donna più anziana di Kindu. E la parata celebrativa. Lunedì hai trovato la penna di Tchomba, poi?

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