venerdì 1 aprile 2011

[OT] Reportage da Haiti 2: Matteo racconta


Il tempo di stare a Port au Prince è terminato: si parte per arrivare a Port de Paix.
Sono 150 km, un totale di 7-8 ore sulle strade haitiane, quindi l’unica via percorribile è un aereo da 15 posti che opera voli giornalieri. Partenza dall’aeroporto internazionale, arrivo su strada sterrata che viene chiusa al traffico di auto, muli e persone a colpi di fischietto.
Dall’aereo si può intravedere quello che rimane della perla nera delle Antille, una volta conosciuta per le piantagioni di caffè, canna da zucchero e cacao. Oramai di suolo boscoso non è rimasto più niente: l’ecosistema tropicale è stato spolpato fino a ridurlo a desertico, l’esportazione di legname pregiato da parte del presidente o dittatore di turno. La miseria delle povera gente che produce carbone per sopravvivere non ha lasciato che una terra bruciata dal sole ed erosa dal vento.
Il contrasto con la cugina Repubblica Domenicana sembra un esercizio cromatico: di là verde lussureggiante, di qua marroncino miseria. Port de Paix si fa fatica a descriverla senza cadere nella retorica: caldo, sporcizia, strade fatiscenti, cumuli di calcinacci che non sono lì grazie al terremoto.
Fanno da sfondo ad una frenetica quanto indecifrabile attività umana: sull’unica strada parallela al mare, sembra che la città intera sia riversa sulle strade urtandosi, strusciandosi, tamponandosi rimproverandosi e salutandosi ad un ritmo di una danza frenetica ed incomprensibile.
Il porto della città è stato dismesso anni fa dalla fame di centralismo di un ex presidente che, in questo modo, ha potuto concentrare tutti i traffici direttamente dalla capitale. Sulla strettissima spiaggia non ci sono bagnanti, ma è comunque popolata: si vedono sono maiali che mangiano la spazzatura che ricopre la sabbia e vecchie navi arrugginite. Siamo di fronte a Tortuga, l’isola dei pirati di Salgari. Sulle sue coste si può ancora nuotare, non ci sono più i pirati, ma in qualche maniera l’isola, come tutta questa costa di Haiti, conserva qualcosa di quel vivere fuori dalle regole. Infatti è nota la presenza di narcotrafficanti che trovano in questo punto di Haiti lo snodo preciso a metà tra la Colombia e la Florida, non infastidiscono più di tanto e forse qualche cosa investono pure in questa terra per loro tanto accogliente quanto indifferente. Incontrata la Caritas locale, andiamo a raggiungere quello che è l’avamposto dei missionari diocesani ambrosiani qui nel nord di Haiti.
Sono a Mar Rouge, 50 di km dalla città che si traducono in 3 ore di fuoristrada con tanto di guado del fiume. Il posto è diverso da quello che abbiamo conosciuto fino a questo momento: siamo in una zona collinare, la temperatura scende e la mattina è frequente la nebbia. Siamo in una zona rurale immersi in una vegetazione che ancora si conserva. I lenti ritmi della campagna concedono un po’ di tranquillità e lasciano spazio alla riflessione. La povertà e l’indigenza anche qui la fanno da padrone: anche qui il nocciolo della questione è il tessuto sociale debole che, nonostante il contesto, fa fatica ad organizzarsi, a creare reti di solidarietà, a valorizzare una terra dura, ma non ostile. Il sospetto e la paura tra le persone impone relazioni privilegiate, condiziona il comportamento e spinge a pensare al proprio interesse. Sono frequenti i racconti in cui, dopo aver messo in marcia un progetto, qualche persona è letteralmente “scappata con la cassa” vanificando sforzi e frustrando l’impegno di chi rimane con un niente in mano. Le credenze aiutano a creare questa barriera tra le persone, alimentano la divisione in gruppi. I missionari ci hanno raccontato che dopo il terremoto, alcune sette religiose hanno interpretato il terremoto come la punizione divina sulla religione cattolica, visto il crollo della cattedrale e la morte del vescovo di Port au Prince.
La pratica del Vodoo, trasversale a tutti i gruppi religiosi, nella sua accezione di rito nero, fomenta la paura di essere oggetto di riti malefici e fa in modo che per ogni disgrazia avvenuta si sospetti del vicino o del conoscente, ma più spesso del più debole. Una persona importante invece, aumenta il suo ascendente grazie al Vodoo: i riti costano ed una persona ricca se ne può permettere tanti. Meglio assecondare chi può maledire la tua condizione già precaria.

Padre Giuseppe, Padre Mauro, la missionaria Maddalena ed un eclettico Sig. Mauro, che ha deciso raggiungere Padre Giuseppe fino in capo ad Haiti, sono ben visti dalla gente di Mar Rouge e vivono in una struttura modesta vicino a quella delle gente comune. La domenica "la grondaia" dove celebrano, è gremita di persone come non succede nelle parrocchie vicine. Da anni cercano di coinvolgere le persone nell’essere protagoniste del proprio sviluppo umano e sociale. La casa dei missionari è di riferimento per qualsiasi tipo di necessità: dal malato, alla richiesta di aiuto e conforto.
Lo sforzo è enorme, i mezzi scarsi ed in vincoli tanti: la visione non è idealista né romantica.
Il confronto anche con i fidei donum africani non è incoraggiante, ma si continua a fare la goccia che prova a scavare la roccia dura di Haiti.
La sera si cena assieme: l’orario è italiano, si benedice la tavola: “Benedici il cibo che stiamo per prendere e questa terra strana, ma comunque bella”.

Una piccola luce si accende nel buio della notte a Mar Rouge.

Matteo Fietta

2 commenti:

  1. Marisa di Pareto5 aprile 2011 17:18

    mi piacerebbe tanto sapere che fine hanno fatto ,in che tasche sono entrati i milioni di euro e dollari raccolti in tutto il mondo (persino in un paese come il Nicaragua ,dopo il terremoto i volontari della Croce Rossa raccoglievono soldi ai semafori per Haiti)Nessuno ne parla nessuno se lo chiede??

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  2. Marisa di Pareto5 aprile 2011 17:20

    P.S. Qualcuno sa la risposta??

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