lunedì 12 gennaio 2009

Conversazioni dallo specchietto

Che la Giordania è un barbecue politico diventa tangibile a tratti. Diventa tangibile quando non te lo aspetti, quando soprapensiero prendi un taxi per farti portare in un posto x di Amman, una domenica mattina.
Sali, al-Webdeh min fadlak, al-Webdeh per favore, Saha Paris, Piazza Paris. Poi parte la solita conversazione, a cui i tanti tassisti arabi ti hanno abituata: Min wein entum? Min italia? Italia sadiqat urdun, Totti number one, tahqi arabi queis! Islamu Islamu! (Da dove venite? Dall'Italia? L'Italia è amica della Giordania!…Parli bene l'arabo!! (Grazie grazie)…
Chiacchiere, così, pour parler, nel solito traffichino di una domenica, di lavoro per i musulmani, libera per me che lavoro in Caritas. Conversazione superficiale anche solo perché del tuo interlocutore intravedi solo gli occhi dallo specchietto retrovisore dell'auto.
E poi l'uomo, un po’ meno pour parler stavolta, si mette a raccontarci confusamente la sua storia: sono palestinese hamdulillah, di Jenin, sono stato ferito alla schiena, qui e qui, in tre punti, si tocca la schiena. E poi al volto, si apre la bocca con un dito, ma non capiamo dov'è la ferita. Ci fidiamo sulla parola. Mi hanno mandato via da Jenin, ora vivo qui con mia moglie e le mie tre figlie. La mia bambina è in ospedale, l'hanno dovuta operare. Mi dice, papà, portami via dall'ospedale, per favore, non voglio più stare in ospedale. Papà, portami qualche biscotto, ma io non ho nemmeno i soldi per portare il pane alle mie figlie e a mia moglie a casa, come posso comprarle dei biscotti? La mia bambina piange e io piango con lei. Da giorni. Il dottore mi ha detto che devo pagare 200 dollari per portarla via dall'ospedale. Ma io non li ho. Come posso portarla via? Solo perché non sono giordano, devo pagare tutti questi soldi per la degenza! E lei continua a piangere che vuole uscire da lì. Il dottore è palestinese wallahi! Come me! Dice che non può aiutarmi. Che dobbiamo fare noi palestinesi? Noi che in Palestina ci siamo rimasti, che non siamo scappati, noi che la guerra l'abbiamo vissuta tutta e continuamo a viverla. Mi hanno ammazzato tutti, mio padre, mia madre, i miei fratelli...poi si accorge che le sue parole, alle sue spalle, hanno lasciato il gelo. Ci chiede scusa per questo sfogo, borbottiamo confusamente che non c'è problema, che non deve scusarsi. Non sappiamo che dire. Benedetta ed io ci guardiamo, mortificate, gli occhi gonfi di lacrime, borbottiamo, che facciamo? Andiamo con lui in ospedale e paghiamo noi i 200 dollari per la bambina? Oddio no, questo è troppo. Allora ci facciamo portare a Salt da lui (il paesino fuori Amman dove volevamo trascorrere la nostra domenica)? La corsa costa 15 dinari (un po’ più di 15 euro), soldi che non gli consentiranno di tirar fuori la bambina dall'ospedale, ma almeno non avremo l'impressione di aver fatto un'elemosina che non cambia lo stato delle cose.
Decidiamo che sì, che è più giusto così. Forse. Per noi almeno. Ma siamo confuse. Ci porta fuori Amman. Paghiamoringraziamosalutiamo. Più mortificate che mai.
La bambina forse è ancora in ospedale, ma ci rincuora la certezza che sia al sicuro, al caldo e con la pancia piena. Almeno lei. Almeno per ora.

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