martedì 22 maggio 2018

La generazione apatica post rivoluzione scuote il governo Ortega

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Cosa sta succedendo in Nicaragua?


In questi giorni, migliaia di lavoratori, pensionati e studenti hanno occupato massivamente le strade del Nicaragua e gridato all'unisono "¡afuera Daniel!".


Si tratta della più lunga e intensa protesta cui deve far fronte Daniel Ortega da quando è ritornato al potere 11 anni fa. Ebbene sì, la cosiddetta generazione apatica, dal basso della sua incomodità sociale, è in protesta contro il governo. Sono giovani, sono tant* e ciò che chiedono, senza mezze misure, è molto chiaro: "¡Que se vayan!" riferendosi alle richieste delle dimissioni della coppia presidenziale Ortega-Murillo da parte del popolo. 


Dopo quasi un mese di protesta e di resistenza cittadina, si calcolano 76 morti, 15 dispersi, 868 feriti e centinaia di imprigionati. 


Come si è arrivati a questo punto? 


Nella foto, uno dei cartelli di propaganda politica di Daniel Ortega, sparsi in tutto il paese. 


Origine del problema


Le cause del malcontento popolare sono due: l'incendio della riserva naturale Indio Maíz e l'approvazione di una riforma sulla previdenza sociale. 

Incendio - All'inizio di Aprile, piccoli gruppi di persone iniziano a protestare per le strade di Managua, chiedendo spiegazioni al governo sull'incendio della Riserva Biologica Indio Maíz che, per la sua estensione e il grado di conservazione, è la più importante in America Centrale. Si tratta di migliaia di ettari di terra bruciata e l'allarme è stato lanciato solamente tre giorni dopo l'accaduto. Secondo i manifestanti, il governo ha cercato di sminuire la gravità dell'incendio e non ha reagito con prontezza per evitare i danni

Incendio della riserva naturale Indio Maíz


Riforma - Lunedì 16 Aprile, il Governo, insieme all'Instituto Nicaragüense de Seguridad Social (INSS), approva una nuova riforma sulla previdenza sociale. Quest'ultima prevede l’aumento delle tasse per i lavoratori e per i datori di lavoro, inoltre, cambierà la formula di calcolo delle pensioni, riducendole e sottraendo a queste una percentuale per l'assicurazione sanitaria. 
Questa notizia sferra un colpo durissimo al popolo nicaraguense, di cui buona fetta vive nella precarietà e sulla soglia del salario minimo.

Perché viene approvata questa nuova riforma?

La causa è un acquisto azzardato da parte del governo Ortega: nel 2016 l’INSS inizia a negoziare l’acquisto di Sumedico, un’impresa medica indebitata. L’anno seguente l’Istituto compra il cento percento delle azioni dell’impresa ad un prezzo di 15 milioni di dollari, 5 milioni di dollari in più rispetto al suo prezzo di mercato. Secondo i dati del Colegio de Contadores Públicos de Nicaragua, per coprire questa spesa e recuperare l’investimento, ci vorranno almeno 42 anni.

 Le domande che si pongono le persone sono: da dove è stata presa questa somma di denaro per l’acquisto dell’impresa? Da quale ramo della sanità sono stati tagliati questi 15 milioni di dollari?

Una cosa è certa, con l'approvazione della riforma, a pagarne le spese saranno i contribuenti e i pensionati.

Pagina del giornale nicaraguense "La Prensa"


La nuova riforma contraddice il sistema di solidarietà su cui è fondata la previdenza sociale in Nicaragua

I primi a soffrire a causa della riforma saranno i pensionati. Secondo Uriel Pineda, specialista in diritti umani, questa riforma contraddice il sistema di solidarietà su cui si fonda la previdenza sociale in Nicaragua. Pineda afferma:” Il contribuente, quando era giovane, ha già pagato per aiutare i pensionati e ora che gli spetta ricevere, gli viene sottratta una percentuale per mantenere le future generazioni, di nuovo”.

Secondo lo specialista, è innegabile che il paese stia vivendo una transizione demografica, per questo, tra non molto, il Nicaragua sarà una società a maggioranza anziani, così come succede in Europa. Questo, dal punto di vista del calcolo attuariale che sostenta il regime delle pensioni, è svantaggioso.

Inizio delle proteste

Motivati da queste ingiustizie e dalla poca chiarezza da parte del governo, Mercoledì 17 Aprile, centinaia di persone scendono per le strade, dando il via alle prime proteste nelle principali città del Nicaragua: Managua, Leon, Granada e Masaya.
A dare l'impulso alle proteste sono proprio i pensionati delle diverse organizzazioni sindacali. Questi ultimi invitano i cittadini nicaraguensi a manifestare e a denunciare l'illegalità della riforma, in quanto questa fu approvata dal consiglio direttivo dell’INSS e non dall’Assemblea Nazionale, l’unica istituzione autorizzata ad imporre tributi ai cittadini.
Lo stesso giorno, centinaia di sostenitori del governo, su appello della vicepresidente Rosario Murillo, scendono per le strade a favore della riforma. Questi gruppi non sono soli, ma accompagnati dai cosiddetti "motorizados" (gruppi violenti pagati dal governo, muniti di moto, caschi e manganelli) che si sono introdotti nella manifestazione causando terrore e decine di feriti.


Gruppi di "motorizados" a Managua


I "motorizados" aggrediscono i manifestanti a Managua


Un esponente della Juventud Sandinista aggredisce un giornalista a Managua

Violenza della polizia e dei gruppi paramilitari

Dopo le prime violentissime giornate di protesta, si contavano già una decina di morti, per lo più studenti. Lo stato ha represso giorno dopo giorno qualsiasi dissenso popolare e dopo un ansioso silenzio, Daniel Ortega decide di revocare la riforma, ma ormai non basta. Il popolo è scioccato dalla violenza della polizia e dei gruppi paramilitari nei confronti dei manifestanti e chiede giustizia per i morti. Sono in migliaia a partecipare alle manifestazioni: anziani, studenti, giovani famiglie con bambini, lavoratori e si estendono su tutto il territorio nicaraguense.


Manifestazione studentesca a Managua

Tre manifestazioni massive (23, 28 aprile, 9 maggio) hanno colorato il paese di bandiere bianco-azzurre e dichiarato a Ortega che nessuno è disposto a perdonare la violenza che ha usato per reprimere le grida di giustizia.

"Eran estudiantes, no eran delinquentes" è una delle frasi diventate slogan e gridate durante le proteste contro il governo Ortega.


Durante i giorni di protesta, le università (UPOLI, UNAN, UCA) diventano il luogo d'incontro degli studenti e anche il luogo di battaglia. Quasi ogni sera gli studenti subiscono un doppio attacco, da parte della polizia e da parte dei gruppi orteghisti. Vengono uccisi altri studenti e si contano altre decine di feriti.
L'unico modo che gli studenti hanno per denunciare queste aggressioni, sono le condivisioni dei video in diretta sui social  su ciò che stava accadendo all'interno dell'università, chiedendo, così, aiuti dall'esterno e denunciando la violenza. 

Studenti manifestano davanti all' Università UCA, Managua

Oggi sul web ci sono centinaia di video che ritraggono questi momenti e che hanno aiutato a portare la testimonianza anche al di fuori del paese.
In questo mese, i brutali attacchi da parte della polizia e dei gruppi paramilitari nel confronti dei manifestanti sono innumerevoli. Tra questi, bisogna ricordare l'aggressione agli studenti che stavano manifestando nelle vicinanze della UCA (Universidad Centroamericana). Questi ultimi si sono dovuti rifugiare all'interno dell'università, ma i gruppi orteghisti, muniti di caschi e armi, sono riusciti a introdursi all'interno della struttura, dando il via al massacro che ha causato decine di feriti. Questo breve video mostra il momento dell'attacco.


Studenti attaccati dalla polizia e dai gruppi paramilitari, Managua

Un altro attacco violento è avvenuto all'interno della cattedrale di Managua: degli studenti stavano raccogliendo cibo e acqua per i manifestanti all'interno della cattedrale e sono stati circondati e picchiati violentemente dalla polizia come dimostra questo video.

Punto di non ritorno 

A Managua sono stati abbattuti decine di alberi della vita - immense costruzioni in ferro - che sono costati ai cittadini diverse centinaia di migliaia di dollari


In questo mese di totale disordine sono stati commessi dei crimini imperdonabili da parte del governo Ortega: assassinio di studenti, minacce di morte ai manifestanti, imprigionamento di centinaia di persone, torture dei manifestanti nelle carceri. 

Ancora oggi la situazione è molto complicata. Si sono organizzate giornate di dialogo, ma senza ottenere molti risultati. I movimenti presenti al dialogo hanno chiesto la rinuncia al potere della coppia presidenziale. In questo video , Lesther Alemán, studente ventenne e membro della Coalizione Universitaria, chiede con impressionante lucidità e chiarezza l'arresto immediato degli attacchi contro gli studenti e le dimissioni immediate di Ortega. Gli studenti hanno urlato "asesino" in diretta tv, mettendo così a nudo il presidente che, trent'anni fa, sconfiggeva la dittatura di Somoza. Un presidente che di sandinista e di sinistra non ha più nulla e che per decenni ha sporcato gli ideali rivoluzionari con cui inizialmente è salito al potere. 



Lesther Aleman durante il dialogo con il Presidente Ortega

Per concludere

Oggi, 21 maggio, c'è la terza giornata di dialogo e tutti aspettano di saperne l'evoluzione. Non si possono fare previsioni, ma l'aspettativa di milioni di persone è che Ortega se ne vada. Le probabilità che ciò avvenga sono molto basse e inoltre la coppia presidenziale ha fatto una tabula rasa delle opposizioni politiche nel paese, quindi immaginare un sostitut* risulta molto difficile in questo momento.

Una cosa è certa, non si può tornare indietro. Il popolo nicaraguense è agguerrito per il cambio. Decine di alberi della vita di Managua sono stati abbattuti, immense costruzioni in ferro che sono costati ai cittadini diverse centinaia di migliaia di dollari. Tonnellate di ferro che hanno sostituito alberi veri, imponendosi sulla città, così come ha fatto il potere di Ortega in questi ultimi 10 anni.


Alberi della vita abbattuti a Managua



Albero della vita abbattuto dai manifestanti a Managua




Mercedes Sosa





domenica 20 maggio 2018

Vita in Bolivia: un ballo a passo lento.

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Vita in Bolivia: un ballo a passo lento.



È un giorno come un altro a Cochabamba: siamo a dicembre, fa caldo, in ufficio tutto procede come al solito e come sempre ci sforziamo di comprendere un po’ di più la lingua, il lavoro, la maniera migliore di rapportarci.
Solo una cosa è differente: il giorno dopo abbiamo il nostro primo incontro con i responsabili dei gruppi di Caritas Parroquiales.



FANTASTICO!!!

L’inizio qui è stato lento, un po’ difficile: per il primo mese siamo rimaste quasi sempre chiuse in ufficio, ma finalmente ci siamo! 

Sono molto contenta: gli ingredienti fondamentali che per me dovrebbero accompagnarmi sempre nel mio lavoro (come ora nel progetto di servizio civile) sono l’incontro con le persone, la creazione di relazioni, la scoperta dell’altro.
Ed ecco che ci presenteremo per la prima volta dall’inizio del nostro servizio ai gruppi Caritas.


La nostra responsabile però ci mette un po’ di ansia: “E' il vostro “debutto”, mi raccomando, non potete fare una presentazione scontata, troppo lunga, troppo breve, di una qualità inferiore a quella degli altri volontari prima di voi. Dovete colpire, conquistare da subito la fiducia della gente, se no poi non riuscirete più a lavorarci ...” e così via.


AAAARGH!!!

E io che semplicemente ero entusiasta di incontrare le persone con cui avremmo lavorato!!!

Nonostante ciò non ci perdiamo d’animo, e con l’aiuto di alcuni compagni SCE (SCE è il nostro nome in codice: Servizio Civilista all’Estero) dall’altra parte del mondo pensiamo a un’attività per presentarci.

Occorrente: cartelloni, pennarelli, pastelli e nastro adesivo.












Benissimo. Mentre Marianna sistema slide e musiche, io vado in missione in cartoleria a prendere ciò che ci serve.

“Torno tra 10 minuti”, dico.

Sono ancora inesperta: non ho ancora capito che pensare di poter prevedere quanto tempo ci metterai per qualsiasi cosa è una presunzione che porta solo danni.

Vado nella cartoleria di fronte al nostro ufficio: ci conoscono e abbiamo un conto aperto. Entro, saluto e comincio a domandare quello che mi serve. 


Non appena intuiscono che ho bisogno di più di un articolo, mi fermano e mi dicono di aspettare. Stanno scaricando del materiale e non possono ricevere gente che chiede qualcosa al di là di una penna.

Dopo un po’ mi offrono una sedia... e capisco che non sarà una faccenda rapida.


L’incaricato della consegna a un certo punto mi mette una mano sulla spalla e mi chiede “Di dove sei?”. “Sono italiana, sto facendo un anno di volontariato qui a Cochabamba”. “Ah!!! E di dove in Italia?” “Vicino a Milano”. 


Non l’avessi mai detto. Il signore aveva fatto giusto l’anno prima un viaggio in Italia: era passato da Milano, Bergamo, persino Monza, la mia città, e naturalmente aveva con sé tuuutte le foto. Comincia a farmele vedere, a commentarle, a chiedermi qual è il piatto più buono della cucina italiana etc.

Mi domanda di me, della mia famiglia ... e intanto il tempo passa. 


Quando anche gli ultimi toner e batterie sono stati scaricati, provo ad avvicinarmi al bancone, un po’ imbarazzata. Non voglio offendere il signore, ma allo stesso tempo non so più cosa dire! Continuo a sorridere, ma penso anche al lavoro che dobbiamo finire.

Neanche a farlo apposta, la proprietaria della cartoleria era stata in Europa proprio l’anno prima, e sentendo i nostri discorsi tira fuori naturalmente anche lei le sue foto: ha viaggiato in Francia, in Spagna, in Italia ... e persino in Egitto! E allora scatta una lunga chiacchierata sull’Egitto: com’è diverso, che clima fa, come sono le piramidi ...

Intanto io immagino la notte che ci aspetta, tra cartelloni e cartoncini. E sì, perchè nel frattempo è passata piú di un’ora!!!

 Dopo un po’ saluto il simpatico signore dei toner, parlo ancora un po’ con la signora della cartoleria e alla fine riesco a chiedere dei pennarelli, dei pastelli e del nastro adesivo.






Bene.
Fatto.
Torno in ufficio.

Marianna mi accoglie dicendomi “Ma Chiara, dove sei stata? Ero preoccupata! Dovevi tornare in 10 minuti e sono passate 2 ore!!!”.

Lo so. Ma che ci vuoi fare. Puoi continuare a cercare di calcolare tutto, incespicando e innervosendoti, o cambiare musica e abbandonarti a un passo di danza tutto diverso


Lento, con salti e cambi improvvisi. Un’altra musica. Ma che si può sempre imparare a ballare.

 

venerdì 18 maggio 2018

Piccola lettera a Rafael

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Caro Rafael, sei arrivato al Centro di Nutrizione Infantile “Albina Patiño” pochi giorni dopo di me. Ovviamente siamo al Centro per motivi diversi: io svolgo qualche ora del mio Servizio Civile e tu sei stato portato dopo che ti sei stabilizzato in ospedale, come tutti i bambini che stanno qui.
Qualcuno potrebbe pensare che sei nato sotto una cattiva stella perché sei arrivato su questa Terra molto prematuro, troppo: avevi sei mesi. E la tua mamma ha compiuto un gesto che solo le persone più disperate possono fare: ti ha tirado a la basura, gettato nella spazzatura. Così ti hanno ritrovato, quasi in fin di vita, in uno stato di denutrizione gravissimo, motivo per cui ancora oggi, dopo cinque mesi, il tuo piccolo corpo ancora ne patisce le conseguenze. Purtroppo la denutrizione se non curata può portare a gravi danni neurologici, epatici, renali, polmonari e tanto altro ancora. 

Quando ti ho visto la prima volta al centro eri uno scricciolo, ti ho sollevato dalla tua culla per darti il biberon e pesavi quanto un batuffolo di cotone, ed eri altrettanto morbido e tenero. Ci siamo guardati negli occhi e dopo aver bevuto avidamente il tuo latte, ti sei placidamente addormentato tra le mie braccia. Dopo un po’ quasi non eri più un batuffolo di cotone ma un piccolo piombino. Da quel giorno sei diventato il mio preferito (shhhhh! Non dirlo a nessuno!) e mi sono sempre ritagliata dei momenti per stare con te, per cullarti e darti il biberon. Da allora sei cresciuto un sacco e sei pure un po’ ingrassato, hai delle guanciotte che chiunque se le magnerebbe se ti incontrasse!

Poi un giorno non hai voluto mangiare. “Che strano”- ho pensato- “Tu che sei sempre così vorace”, ma niente, giravi la testa dall’altra parte quindi è proprio un “no!”. Ho chiamato l’infermiera Patty per avvisarla e lei ha immediatamente avvertito le due dottoresse perché decisamente qualcosa non andava: “non senti che respiro affannato?”. “No Rafa, per favore, non ti ammalare! Proprio adesso che avevi iniziato a prendere peso…”. E invece di corsa all’ospedale. Diagnosticata polmonite. Domando a doñ
a Patty: “quando tornerà Rafael?” “Non tornerà, dall’ospedale lo mandano direttamente in orfanotrofio”. BAM. Un colpo. Non ti avevo nemmeno salutato! Perché Rafael? Perché ti sei ammalato?!

Una decina di giorni dopo, entro nella stanza 5 perché un bebè piange a squarciagola e chi vedo nella culla di fianco alla porta? RAFAEL! Sei proprio tu! Sono così felice che continuo a domandare retoricamente a tutte le infermiere: “ma allora Rafa è tornato?!”. L’illusione però dura poco, basta prenderti un attimo in braccio per capire che qualcosa nei tuoi polmoni non va… di nuovo arrivano le dottoresse, ti pinchano, ti bucano le manine con piccoli aghi per farti degli esami, ti auscultano e… niente, bisogna nuovamente portarti in ospedale, la polmonite non è guarita, anzi sembra si sia aggravata. “No, Rafael! Di nuovo, perché?”.
Ti voglio dire che, per fortuna, prima che ti ricoverassero abbiamo avuto un po’ di tempo per stare insieme. Eri ancora spaventato per tutte le punture e gli esami pre-ricovero che ti avevano fatto, così ti ho cullato per calmarti un po’.  Ti ho tenuto in braccio a lungo, così a lungo che alle fine ci siamo addormentati entrambi. Poi ti ho delicatamente passato nelle braccia del dottore e ti ho visto uscire dalla porta avvolto nella tua copertina celeste.


Caro Rafael, oggi ti ho salutato perché non so se ti rivedrò ancora. 
Se qualcuno nella tua vita dovesse mai dirti che sei nato sotto una cattiva stella, io spero che in fondo in fondo, nella memoria più inconscia e ancestrale che ha ognuno di noi, tu invece sappia che qui al Centro tutti ti hanno coccolato, cullato, nutrito. E soprattutto ricorda: anche tu sei stato un bambino amato.





Con tutto il mio affetto,
Mari


martedì 8 maggio 2018

Viaggio all'interno del campo di Tal Abbas

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Incontro con i volontari di Operazione Colomba, presente dal 2014 in un campo profughi nel nord del Libano. 


Tal Abbas, novembre 2017. Al nostro arrivo un folto gruppi di bambini e bambine di diverse età, incuriositi dai volti nuovi, ci corre subito incontro, alcuni si avvinghiano alle nostre gambe chiedendo “shu ismak??”, poi ognuno di loro prende uno di noi per mano e ci accompagna all'interno del campo. Insieme a loro c’è Alessandro, che ci accoglie calorosamente e ci presenta alle varie persone che ci stanno aspettando. Il loro benvenuto è altrettanto caloroso, diverse famiglie ci invitano a mangiare o a bere un tè nella propria tenda mentre i bambini ci corrono attorno reclamando attenzioni.

Siamo a Tel Abbas, un piccolo paesino libanese situato nella regione settentrionale dell’Akkar, in uno dei tanti campi profughi sorti in Libano con l'arrivo di centinaia di migliaia di persone siriane, in fuga dalla guerra che dal 2011 strazia il loro paese. Da dove ci troviamo, la Siria dista infatti pochi chilometri e le sue terre si vedono nitide all'orizzonte. Siamo vicinissimi al confine, quel confine da cui, dall'inizio della guerra ad oggi, più di 1 milione e mezzo di uomini, donne e bambini è passato per cercare salvezza dagli orrori della guerra. Lo stesso confine che negli ultimi anni, ed in particolare dal 2015, è sempre più chiuso ed uccide al pari di bombe e proiettili (di questo inverno è la notizia di diverse persone trovate morte congelate mentre tentavano di attraversare il confine).

Il campo è formato da una dozzina di tende rettangolari coperte da teli di plastica, una struttura in legno utilizzata per varie attività, uno spazio per bambini malmesso, alcune stanze in muratura di un edificio trasandato. Le famiglie sono numerose ed i bambini tanti – anche dieci per famiglia – ma lo spazio è poco ed ognuna di esse deve vivere in tende di pochi metri quadrati. Anche lo spazio esterno è ristretto, una striscia di terreno ghiaiato delimitato da una parte dalle tende stesse e dall'altra da alcuni edifici in muratura. Dietro alla prima fila sorgono altre due file di tende adiacente ad essa che però, come ci verrà poi spiegato, fanno parte di un campo distinto.  









Edificio in legno usato come scuola e per altre attività, prima che un incendio doloso ne distruggesse una parte. 

Il campo di Tal Abbas è simile a tanti altri insediamenti informali sorti in Libano dall'inizio del conflitto in Siria (informali, perché fin dall'inizio della guerra il governo libanese si è opposto alla creazione di campi formalmente riconosciuti sullo stampo di quelli palestinesi, esistenti nel paese da più di sessant'anni).  Eppure, esso possiede al tempo stesso una peculiarità che lo rende differente dagli altri: a fianco delle varie famiglie siriane che lo popolano, in una tenda del tutto uguale alle altre vivono, condividendo con le persone del campo una quotidianità faticosa e piena di ostacoli, alcune ragazze e ragazzi italiani. Essi fanno parte di Operazione Colomba, organizzazione nata come corpo non violento di pace della Comunità Papa Giovanni XXIII e presente da più di vent'anni in zone di conflitto. Tra loro, alcuni sono volontari e volontarie di corto periodo e si fermeranno solo alcuni mesi, mentre Alessandro è il volontario di lungo periodo e vive nel campo da quasi due anni.


Alessandro, al centro, insieme a due dei ragazzi del campo. 

Poco dopo il nostro arrivo, una delle famiglie insiste per averci ospiti a pranzo e ci accoglie nella propria abitazione. Essi sono tra i pochi del campo a vivere in una struttura in muratura, una stanza buia di pochi metri quadrati ricavata in un edificio di blocchi grigi, sicuramente più simile ad una cantina o a un magazzino per gli attrezzi che a una casa. A Tel Abbas come nel resto del Libano, le famiglie siriane che non possono permettersi l'affitto di un appartamento – la stragrande maggioranza - non hanno grandi alternative, una parte di esse vive in vecchi garage e magazzini convertiti in abitazioni di fortuna, in edifici abbandonati o incompleti situati nelle zone e nei quartieri più poveri delle città (spesso pagandone comunque l'affitto ai padroni di casa), i rimanenti nelle tende dei campi profughi sorti con l'inizio della guerra. La stanza, che funge da sala da pranzo durante il giorno e diventa camera da letto durante la notte – ospitando coricati l'uno accanto all'altro sui materassi stesi al suolo padre, madre ed i numerosi figli – è spoglia e fornita di pochissime cose: alcuni materassi ed un tappeto sul pavimento di cemento, una vecchia tv di pochi pollici in un angolo, una caldaia arrugginita al centro della stanza. Separato da una tenda un secondo spazio usato come cucina, vicino ad essa uno stanzino con una turca per i bisogni corporali. Nonostante la situazione di estrema vulnerabilità e povertà, l'accoglienza di Abu Mohammed, Umm Mohammed ed i loro figli è sorprendente: dopo esserci seduti lungo le pareti della stanza, ci viene portato un largo vassoio di ferro pieno di cibo squisito, tra cui falafel, hummus, laban, melanzane grigliate e ripiene, zatar, olive. Finito lo spuntino, Umm Mohammed ci offre prima tè zuccheratissimo e poi caffè turco, mentre Abu Mohammed insiste affinché fumiamo una delle sue sigarette. Malgrado le barriere linguistiche e l'imbarazzo del primo incontro, l'atmosfera è rilassata ed accogliente, alcune di noi giocano con i bambini e le bambine più piccole mentre altri chiacchierano con gli adulti ed i ragazzi più grandi.   








Dopo pranzo, Alessandro ci porta sul tetto di uno degli edifici in muratura delimitanti il campo e lì ci parla a lungo di come esso è organizzato, della vita al suo interno, delle difficoltà e dei pericoli quotidiani, e di ciò che Operazione Colomba fa per stare accanto ed aiutare  - quando possibile - le persone del campo e delle zone limitrofi. Ci viene così spiegato che le tre file di tende che vediamo dall'alto fanno in realtà parte di due campi distinti. Nel primo, quello dove ci troviamo, le varie famiglie pagano l’affitto della terra – tra le 30’000 e le 40'000 lire al mese per tenda – al proprietario terriero libanese. Le due file posteriori invece costituiscono un campo distinto, dove vivono famiglie ancora più povere e dove l’affitto della terra è pagato dalla carità di un saudita. Alessandro ci spiega come questo comporti però la presenza di regole molto più rigide e di un clima di tensione e di costante minaccia per le oltre 300 persone che vivono al suo interno.


I due campi visti dall'alto: le due file di tende più lontane costituiscono un campo distinto. 

Anche se la situazione del campo dove ci troviamo è relativamente migliore, essa è comunque precaria e piena di problemi. Le persone del campo, come la maggior parte dei siriani presenti in Libano, vivono in una situazione di vulnerabilità estrema e devono affrontare una quotidianità ricca di difficoltà e rischi. Le condizioni abitative sono inadeguate e le persone sono esposte alle intemperie ed al freddo durante l’inverno ed al caldo durante l’estate, in una regione dove le temperature sono molto alte durante i mesi estivi e molto basse durante i mesi invernali. Anche la gestione di servizi minimi come l'acqua – prelevata da alcuni pozzi presenti nel campo o acquistata e stoccata in cisterne – e l'elettricità è problematica, ed aggiunge ulteriori rischi alla già fragile situazione del campo. Gli impianti elettrici sono scoperti ed i fili vengono collegati e tirati da una parte all'altra come possibile, aumentando il rischio di cortocircuiti e di incidenti, soprattutto per i più piccoli. I bambini, numerosissimi, vivono infatti in un ambiente poco sicuro e pieno di pericoli, dove a volte si muore per un passo falso o per un eccesso di curiosità.  “I campi profughi non dovrebbero esistere, tolgono la dignità alla persona,” ci dice Alessandro mentre parla di due dei bambini che hanno perso la vita nel campo, una cadendo in uno dei pozzi d’acqua e l’altro rimanendo fulminato al contatto di un cavo elettrico. 






Ai problemi abitativi si aggiunge poi la sfida quotidiana della sussistenza. Secondo le stime ufficiali dell’UNHCR, la situazione economica dei siriani in Libano ha continuato a peggiorare negli ultimi anni: stando alle stime del 2017, 76% delle famiglie vive oggi sotto la soglia di povertà, mentre il 58% vive in una condizione di povertà estrema. A Tel Abbas come nel resto del Libano, alcune delle famiglie più vulnerabili ricevono su carta di credito un’assistenza monetaria minima da parte dell’UNHCR, che negli ultimi anni ha però ridotto il numero di famiglie assistite per mancanza di fondi. Inoltre, chi riesce lavora in maniera irregolare nelle zone limitrofe al campo, soprattutto nell'agricoltura e nelle costruzioni, ma è esposto allo sfruttamento e ad una totale mancanza di tutele e diritti per la sua condizione di irregolarità. La mancanza di risorse economiche si ripercuote sulla difficoltà d’accesso alle cure sanitarie, in un paese dove i servizi pubblici sono praticamente inesistenti ed il sistema sanitario risulta caro anche per la popolazione locale. Esempio della criticità della situazione è la storia di Ahmed, bambino siriano di un villaggio vicino che ha avuto un incidente ed è rimasto parecchi giorni con una gamba rotta, perché gli ospedali si rifiutavano di operarlo in mancanza di 1000 dollari, e solo dopo aver fatto una colletta e aver racimolato la cifra richiesta i ragazzi di Operazione Colomba sono riusciti a garantire l’operazione. Alle difficoltà di accesso al sistema sanitario si sommano le difficoltà nel garantire ai bambini un’educazione continuativa: malgrado gli aiuti internazionali, barriere economiche, logistiche e linguistiche continuano a impedire a buona parte dei bambini di ricevere un’educazione continuativa e completa. 




Le sfide quotidiane sono accompagnate ed amplificate dai problemi legati alla situazione legale delle persone residenti nel campo e alla difficile relazione tra esse e la popolazione libanese locale. La stragrande maggioranza dei siriani di Tal Abbas, come nel resto del Libano, non è in possesso di un permesso di soggiorno e risulta quindi illegale, anche se in possesso della registrazione con l’UNHCR. Questa situazione pone i siriani in una condizione di estrema vulnerabilità nei confronti delle autorità, che possono arrestarli ed incarcerarli in qualsiasi momento – spesso usando metodi violenti –  e ne limita notevolmente la libertà di spostamento, visti i numerosi check point e controlli disseminati lungo le strade libanesi, limitando la vita di molti adulti e bambini agli spazi ristretti che il campo offre. Un secondo problema riguarda la relazione tra gli ospiti del campo e la comunità locale libanese, una relazione che, come nel resto del Libano, è spesso tesa e conflittuale. Alessandro ci racconta come, nel caso di Tel Abbas, la presenza di Operazione Colomba sia iniziata proprio poiché gli abitanti del campo avevano ricevuto minacce dall'esterno. Alessandro non usa mezze parole e definisce come “mafiosi” i metodi utilizzati da alcune famiglie libanesi nei confronti delle persone siriane del campo, metodi fatti di minacce, intimidazioni e violenza. Per farci un esempio, Alessandro ci spiega come le persone del campo fossero costrette ad acquistare cibo e prodotti dal negozio di proprietà della famiglia che possiede i terreni dove le tende sorgono. Altra manifestazione palese della situazione conflittuale con l’esterno e dell’estrema vulnerabilità delle famiglie siriane è l’incendio che pochi mesi fa è scoppiato all'interno del campo bruciando parte della scuola, incendio che probabilmente ha avuto origine dolosa ed avrebbe potuto trasformarsi in una tragedia se solo ci fosse stato vento o se le persone del campo non se ne fossero accorte in tempo. 




Fronte a tutte queste difficoltà, la presenza ed il lavoro di Operazione Colomba risultano di fondamentale importanza per tutelare quanto possibile la dignità delle persone che vivono nel campo, per aiutarle ad affrontare le sfide ed i problemi quotidiani e per ridurre i rischi nel rapporto tra il campo e l’esterno.  Alessandro ci spiega come il lavoro di Operazione Colomba in Libano si articoli principalmente in tre parti. La prima consiste nella presenza diretta sul terreno, nella vicinanza alle famiglie e nella condivisione della quotidianità all'interno e all'esterno del campo. La presenza di ragazzi e ragazze italiane, che decidono volontariamente e gratuitamente di rinunciare temporaneamente ai propri privilegi per vivere temporaneamente accanto a persone che hanno perso tutto, non ha solamente un forte valore umano. In un mondo dove la nazionalità ed il colore del passaporto contano, la presenza di persone europee all'interno del campo svolge di per sé un ruolo di garanzia, protezione e deterrenza dalla violenza. I volontari di Operazione Colomba si pongono come mediatori quando sorgono situazioni di conflitto con l’esterno, sia con le autorità o con la popolazione locale. Recentemente, essi sono ad esempio riusciti ad impedire che una delle tende del campo costruita al bordo della strada fosse distrutta dall'esercito. La loro azione non è però limitata all'interno del campo. Con i cosiddetti “accompagnamenti”, essi scortano le persone negli spostamenti all'esterno del campo, a volte necessari ad esempio per ragioni mediche. Come già riportato sopra, la condizione di irregolarità della maggior parte delle persone siriane le espone ad arresti arbitrari e a violenze verbali e fisiche da parte delle autorità. La presenza di persone europee svolge anche in questo caso una funzione deterrente e di mediazione nel caso di controlli e durante il passaggio – spesso obbligato – attraverso i check point disseminati lungo le strade del Libano.

Il secondo campo d’azione di Operazione Colomba è la collaborazione con varie organizzazioni locali ed internazionali, e lo svolgimento di un ruolo di ponte e contatto tra esse e le persone del campo e delle zone limitrofi. Tra queste organizzazioni, la collaborazione con il progetto dei corridoi umanitari promosso dalle chiese valdesi e dalla comunità di Sant'Egidio merita una menzione speciale. Grazie a questo progetto varie famiglie del campo, alcune in grave necessità di cure mediche, hanno infatti potuto viaggiare verso l’Europa in maniera legale, e sono state accolte dalle varie comunità disseminate sul territorio italiano e francese. Malgrado il progetto riguardi purtroppo numeri molto limitati (anche considerando la partecipazione futura di altri stati Europei), esso rappresenta spesso l’unica speranza per le persone del campo, che hanno rinunciato da tempo all'idea – presente durante i primi anni di conflitto – di tornare in Siria nel breve periodo e vivono in uno stato che non li vuole e dove non vi è possibilità di alcun tipo di futuro.




Vista la situazione di limbo permanente in cui queste persone vivono, e visto il desiderio diffuso che esisterebbe tra i profughi siriani di tornare in Siria, se le condizioni fossero diverse da quelle attuali che rendono il ritorno impossibile, il terzo punto ancora più ambizioso sul quale Operazione Colomba lavora è la presentazione di una proposta di pace per la Siria. La proposta, scritta insieme ai profughi siriani stessi e presentata il 3 maggio al Parlamento Europeo, prevede la creazione di zone umanitarie sicure in Siria, neutrali rispetto al conflitto e sottoposte a protezione internazionale, dove i siriani scappati dalla guerra possano tornare a vivere in pace e sicurezza. Essa rimane per il momento solo una proposta e la sua realizzazione presenterebbe una serie di sfide ed ostacoli difficilmente superabili, ma rappresenterebbe al tempo stesso l’unica soluzione per centinaia di migliaia di persone, bloccate in un paese che non vuole e non può offrir loro un futuro e a cui l’accesso ad altri paesi, tra cui quelli Europei, è generalmente precluso. Secondo i volontari di Operazione Colomba è quindi necessario immaginare vie e soluzioni mai pensate prima, di cui la proposta di pace è esempio. 

Alessandro ci parla di tutto questo in piedi sul tetto di uno degli edifici delimitanti il campo, mentre la vita tra le tende continua come suo solito: i bambini giocano tra fili, tubi e cisterne, i più grandi si rincorrono, i più piccoli esplorano quella piccola porzione di mondo a loro disposizione. Alcuni adulti sono indaffarati, altri siedono su sedie di plastica, chi chiacchiera, chi fuma una sigaretta pensieroso. Abu Mohammed è sul tetto con noi ed anche lui fuma poco distante, tiene una mano appoggiata al fianco e con l’altra porta la sigaretta alla bocca ad intervalli regolari, con uno sguardo serio sorvola il campo che da lì sopra appare nella sua interezza. Per un attimo, smetto di ascoltare Alessandro e mi concentro sul suo sguardo, che mi colpisce come un pugno nello stomaco, di quelli che ti lasciano per alcuni secondi senza fiato. Vedendolo così, lo sguardo serio e pensieroso che mi appare velato di tristezza, mi chiedo cosa possa provare un padre nel vedere i propri figli crescere in un posto del genere, nel saperli in uno stato che non li vuole, mi chiedo da dove queste persone prendano la forza per continuare quotidianamente a vivere, a lottare, per sopportare una situazione che invece di migliorare di anno in anno peggiora peggiora, una situazione su cui non hanno alcun controllo, mi chiedo da dove arrivi la speranza, se ancora ce n’è. Ricomincio ad ascoltare Alessandro senza trovare risposte a queste domande che pesano come macigni, che porto a Beirut con me, quando con la gente del campo ci salutiamo con la promessa di tornare presto a trovarli. 

“I campi profughi non dovrebbero esistere, tolgono la dignità alla persona. È un posto che fa schifo, ma dove c’è tanta bellezza umana,” ci dice Alessandro, e questa è l’unica conclusione che riesco per il momento a raggiungere, mentre le stesse domande mi pesano addosso senza risposta e lo sguardo di Abu Mohammed mi rimane inciso come una cicatrice nella memoria e nel cuore. 





martedì 10 aprile 2018

Una Pasaka africana

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Insieme alle tante aspettative che hanno accompagnato la mia partenza c’è stata, fin da subito, una grande curiosità: desideravo vedere, osservare e conoscere quale esperienza di fede e di cristianesimo vivono qui, a Mombasa. In modo particolare la mia curiosità era rivolta al Santo Natale e, ancor di più, alla Pasqua. 
Ora che l’ho vissuta (o almeno ho cercato di viverla) a tratti, per via del caldo sofferto (in questi giorni davvero indescrivibile per via della percentuale altissima di umidità), per le tempistiche e per l’incomprensione di tutte quelle parole in Kiswahili, mi verrebbe da dire che sono un po’ folli … che è stata una vera “passione”. 
Eppure il mio sguardo e il mio cuore oltre alla fatica hanno visto e vissuto qualcosa di grande e bello. 

Il “tour de force” è iniziato mercoledì mattina, in Town, in una Cattedrale stracolma per il Chrism day, la Chrism Holy Mass. Quella mattina nessuno è rimasto in ufficio a lavorare … tutti in Cattedrale per la messa con il vescovo e la benedizione del sacro crisma!


Poi la celebrazione del giovedì santo. Forse è il momento che mi ha “preso” più di tutti, con quel silenzio, insolito, intenso, davanti al Corpo di Cristo riposto. A Kongowea - che ormai è a tutti gli effetti la nostra parrocchia - la chiesa non è mai abbastanza grande (la domenica ci sono forse 5 diverse messe, a partire dalle 6,30 del mattino: a qualsiasi ora, è piena). Anche giovedì è stato così; ma qui sanno far posto a tutti, anche a costo di divedere mezza sedia o stare stretti stretti (o in piedi) tutto il tempo e doversi inginocchiare in 3cm per terra. Già, perché qui son sempre tutti pronti a mettersi in ginocchio, anche al contrario sull’inginocchiatoio delle panche, quando serve. La Reposizione dell’Eucaristia è avvenuta nella piccola navata laterale, in un angolo accuratamente addobbato con festoni gialli e bianchi (molto più eleganti degli addobbi tamarri di Natale, per fortuna!). Così in silenzio, rivolti all’altare della reposizione, scomodissimi, al contrario sulle panche, ci siamo messi in adorazione, con il capo chino e il cuore in preghiera. In quell’istante ho sentito la gioia dell’essere tutti figli di Dio, con lo stesso desiderio di Bene e Bello che ha annullato, per qualche minuto, il mio essere musungu in una folla di africani. Ho perso il mio colore in quel silenzio; ho sentito la natura e la forza del cuore, che non conosce razza o cultura; ho assaporato la bellezza dell’essere fratelli, fatti ad immagine e somiglianza. Sono stati davvero preziosi per me, come se d’un tratto, finalmente, fossi stata di nuovo capace di pregare e mettermi davanti a Gesù insieme e come tutti i fratelli e le sorelle intorno a me (e fidatevi è un’esperienza che a volte manca dentro un mix di Kiswahili e inglese che ha ritmi e suoni diversi dal tuo pensare e pregare italiano).


Certo venerdì quasi ho dimenticato tutta questa tenerezza in quei momenti di caldo e fatica che hanno tentato di oscurare la gioia del cammino … ma che giornata! Venerdì Santo, il giorno della “way of the cross”. Appuntamento alle 10 del mattino. Si finisce alle 15 del pomeriggio (quando inizia la celebrazione). Si parte dalla chiesa. Ci si mette in cammino per le strade del quartiere. Posti sconosciuti e nuovi, posti conosciuti e comunque nuovi. Cerco di tenere il passo di qualche amico, giusto per sapere di aver accanto qualcuno che possa segnalarmi la pagina giusta del libretto dei canti o eventualmente tradurmi qualcosa perché io possa capire (capire … che pretesa! Ancora …!!!). Poi succede che … non siamo neanche alla prima stazione (in totale ce ne sono 16, giustamente) e un bimba si mette al mio fianco. Inizia a tenere il mio passo, senza timore di accostarsi. È attenta e seria, canta, partecipa. Porta con se una borsetta di stoffa da cui spunta il tappo di una bottiglia d’acqua. Mi sorprende, continua a star con me … Penso sia perché abbia voglia di leggere le parole dei canti, così allungo il libretto, in modo tale da condividerlo. Lei, con dolcezza, sfoglia le pagine e con un dito mi indica a che punto siamo. Mi sorprende, continua a star con me … Penso sia il caso di chiederle almeno come si chiama e presentarmi. Sara. 


Sara ha camminato con me tutto il giorno. Mi sono chiesta perché mi sia stata mandata. Sara è stata il mio Simone di Cirene e la mia Veronica. Sì, in effetti, mi ha aiutato a portare la mia croce con la sua tenera e premurosa compagnia. “Mi ha asciugato le lacrime”: quando ha pulito la mia gonna sporca per la terra, quando ha soffiavano sulle mie braccia di un rosso sempre più acuto per via del sole, quando ha sistemato il fazzoletto con cui cercavo di riparare il coppino già troppo ustionato, o quando ha retto l’ombrello nel momento in cui ho avuto bisogno di liberare una mano e prendere dell’acqua. Sara mi ha tenuto per mano. Silenziosa e attenta Sara mi ha dato forza, mi ha fatto tenere lo sguardo alto e il cuore aperto, impedendomi di bloccarmi alla fatica, al caldo, al sudore, alla polvere, al tempo, alla follia, alla mia umana spossatezza e debolezza.


Poi è stata la volta della veglia pasquale. Arriviamo alle 21 di sabato sera. Il popolo di Kongowea è radunato nel grande campo della parrocchia. Sta per essere acceso il cero pasquale e tutti stringono in mano una candela. Davanti all’ingresso della chiesa la luce del cero raggiunge tutte le piccole candele: è un tripudio di fiammelle. Poi … la corsa. Incuranti del pericolo di quelle piccole fiamme tutti spingono con forza per cercare di avere un posto. Questa volta la chiesa è davvero stracolma. Decido di sedermi per terra, senza farmi troppi problemi. Evidentemente per loro è un problema … Rifiuto l’invito della sicurezza di sedermi sulla panca, al posto di due ragazzi che son stati fatti alzare (perché mai? con quale ragione dovrei prendere il posto di due ragazzi? Solo perché sono una madame bianca?). Rifiuto un secondo invito a sedermi sull’angolo di una panca togliendo la comodità ad un padre di famiglia che tiene in braccio il suo figliolo. Arriva il signore della sicurezza, di nuovo; questa volta non posso rifiutare: ha portato una sedia solo per me. Così mi siedo, nell’angolino, sulla mia sedia e ascolto. La stanchezza si fa sentire. Gli occhi si chiudono. Le candele si spengono. Fatico a seguire. Mi addormento un po’. Poi ritorno. Le lancette scorrono. Usciamo alle 2:30 passate dopo una danza di gioia e festa al ritmo del coro da stadio: “Happy easter, shalalala. Happy easter, sha…lalallala. Happy easter, shalalala. We Wish u an happy easter! Sha…la..la!”


Pensate sia finita? Eh no! Domenica mattina alle 8 ci aspettano i giovani per la messa. Ci avrebbero chiesto di arrivare alle 7:30 per provare i canti, con il coro. Arriviamo puntuali per l’inizio della messa, che per fortuna inizia con una ventina di minuti in ritardo (ogni tanto ci sguazziamo proprio in questi tempi africani). Bello sedersi e cantare nel coro con i giovani … è un po’ sentirsi a casa, è qualcosa che rende felici! E come ha detto il nostro amico Ooga alla fine della celebrazione: “quando uno è contento sente meno la fatica”.

Così si chiude questo intenso triduo africano. Si torna a casa pronti a celebrare la Pasqua con un tuffo in mare e in piscina, prima di rilassarsi all’ombra delle palme. Si torna a casa con un cuore coccolato, ancora proteso ad afferrare la gioia di questa resurrezione tenendo in mente la domanda che Father Mwashigadi ha lasciato aperta alla fine della sua animata omelia: da quale sepolcro esci? Da quale morte risorgi tu, oggi, con Cristo? Si torna a casa avendo in mente quegli angoli nascosti di Mombasa che abbiamo attraversato a piedi durante la via crucis, perché Gesù risorto viene a dire a tutti, soprattutto a loro che vivono in mezzo alla spazzatura, che lottano ogni giorno per sopravvivere e trovare un pezzo di pane, che sono amati, voluti e desiderati, ovunque! La croce è amore e messaggio di salvezza che ti dice: “tu non sei spazzatura!”


Che ogni giorno sia Pasqua, 
che ogni giorno il suo Amore 
ci aiuti a risorgere e risplendere! 
Pasaka njema a tutti 😊

martedì 27 marzo 2018

LE PALME di MOMBASA

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FAITH BEFORE FEAR

Domenica anche noi a Mombasa abbiamo celebrato la Domenica delle palme; l'ufficio per la pastorale giovanile ha organizzato una processione e una messa con tutti i giovani dell'Arcidiocesi di Mombasa. Quale modo migliore per aprire la Settimana Santa, una enorme folla di giovani, qualche bambino e qualche famiglia che si sono riuniti alla Makupa Primary School in attesa del Vescovo e per la successiva benedizione delle palme.
In un passamano i ragazzi hanno iniziato a far girare le foglie di palma fino a quando ognuno ne aveva una da reggere.
C'era chi la sventolava, chi invece l'ha usata per costruirci una croce, chi semplicemente la teneva alta come una bandiera.
Dopo la preghiera del Vescovo Martin la folla si è trasformata in un lunghissimo serpente che si è fatto strada per le vie di Mombasa, passando anche dalla grande rotonda che porta alla strada per Nairobi e bloccando per una mezz'ora il traffico.

La processione attraversa la grande rotonda di Makupa

I giovani in processione che bloccano il traffico di Tudor

La processione che avanza verso il centro pastorale

Tra le macchine, i tuk tuk, i matatu, i carretti e le persone ai bordi delle strada sedute ai negozietti c'era chi ci guardava sorridente ed incuriosito, chi si lamentava perché stavamo creando disordine, chi ci scrutava con uno sguardo accigliato probabilmente chiedendosi quale fosse il senso di tutto questo.
Sì perché a Mombasa non è scontato essere cristiani, non é nemmeno scontato essere cattolici e soprattutto non è scontato che una folla di giovani blocchi il traffico di una città fondamentalmente musulmana per celebrare l'arrivo di Gesù a Gerusalemme e l'inizio della Settimana Santa.
Per me è stata un'emozione grandissima, poter essere parte di questi giovani che fieri della loro fede hanno attraversato senza paura le strade della città, cantando, quasi correndo per essere in testa alla processione e indossando maglie con i messaggi più disparati, dal "Proudly Catholic" al "Keep calm and sing", dal " Faith before fear" al " Don Bosco pray for us".


Alla fine questa folla rumorosa e accaldata (domenica c'erano 33 gradi, percepiti 50!!!) si è riunita al centro pastorale dove abbiamo celebrato la messa, completamente animata e preparata dai giovani, che hanno cantato, ballato, pregato, portato offerte all'altare, tutto con una grande gioia che era davvero palpabile e che ti coinvolgeva naturalmente.
Durante la messa, poi, il Vescovo ha parlato di pace, di accoglienza, del compito della Chiesa di accompagnare i giovani sulla giusta Via, delle tentazioni che li circondano e mi è sembrato proprio di partecipare a una delle tante messe italiane dove si parla dei giovani (e a volte non AI giovani), posto diverso, ma stesse sfide e stesse speranze...forse un po' più di giovani all'ascolto, anzi, tolgo il forse, molti ma molti più giovani!

Alcuni giovani della parrocchia di Kongowea

Ora tutti noi abbiamo raccolto e conservato le parole del Vescovo e la gioia di questa domenica per prepararci ai tre giorni di celebrazione della passione di Cristo, pronti a farla riesplodere la domenica di Pasqua!!!!




P.s. A Pasqua ci sarà il mio debutto con il coro giovanile di Kongowea, è da due settimane che ci prepariamo provando tutti i giorni della settimana..canti in kiswahili e ritmi incalzanti....Non vedo l'ora!!!!hahahahahaahahha


Chiara Galla